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Premessa

Sperotto_copertinaQuesto articolo e il suo seguito derivano da una rielaborazione dello studio effettuato dalla prof.sa Diana Sperotto, pubblicato su Sentieri culturali n. 3, rivista della Comunità Montana Legra Timonchio, col titolo “LE PIETRE, LE CAVE, GLI SCALPELLINI DI PIOVENE ROCCHETTE”.

Gli studi sul tema sono ancora scarsi e alcuni siti di cava sono identificati solo tramite ricordi orali. La materia è suscettibile di approfondimenti e di studi più precisi con ricerche negli archivi e nelle mappe storiche.

1. Note di storia.

PapiriaQuando e come sia nata a Piovene l’arte di lavorare la pietra non ci è noto; le cave offrivano la materia prima per la costruzione delle case e dei muretti a secco; una volta squadrate le pietre abbellivano le finestre e le porte, sorreggevano i cancelli, modellate diventavano il secchiaio della cucina, il trogolo della stalla, le fontane e i lavatoi delle piazze. E poi servivano per le chiese e i loro altari, per i palazzi comunali, per le ville, gli stemmi, le lapidi e i sepolcri della nobiltà.

Sicuramente le cave erano attive in epoca romana: è in pietra di Piovene la lapide funeraria di Papiria Massima, posta nell’omonima piazza piovenese. Nonostante i reperti di epoca romana siano pochissimi, siamo indotti a ritenere che l’attività estrattiva fosse fiorente già allora.

Alla metà del 1500 le cave piovenesi acquistano prestigio e fama.

Andrea PalladioNel 1546 Andrea Palladio presentò ai notabili della città il progetto per la ricostruzione delle Logge della Basilica, per la cui realizzazione scelse la pietra di Piovene. Questa pietra si presenta bianca, compatta, di grande durezza; inoltre è possibile estrarla in blocchi di grandezza considerevole.

Il Palladio si recò più volte a Piovene per la scelta delle pietre, per la loro numerazione e misurazione e per pagare i cavapreda: Gregorio da Valpolicella, Giuseppe Trentin, i fratelli Cristoforo e Giovanni Antonio figli di Gregorio.

I Provveditori alla fabbrica pagavano per la cava un affitto annuo di sei libbre di cera al Comune di Piovene oltre la manodopera e il trasporto.

La pietra di Piovene è più dura della pietra d’Istria che ha aspetto simile, ma proprio a causa di questa eccessiva durezza il suo uso fu a poco a poco abbandonato già sul finire del ‘500 e si fece strada la pietra dei Berici, anch’essa con caratteristiche di buona resistenza agli agenti atmosferici, ma molto più docile allo scalpello.

Secondo gli storici vicentini sono state realizzate con pietra di Piovene

  • basilica_palladiana1la colonna di destra della Piazza dei Signori a Vicenza
  • il basamento, le bugne della canna e la cella campanaria del campanile di Piovene;
  • le parti in pietra, eccetto gli altari interni, della chiesa arcipretale; le parti in pietra del ampanile di San Vito di Leguzzano;
  • le parti in pietra del campanile del santuario dell’Angelo;
  • quasi tutte le parti in pietra del Duomo di Schio, compreso l’alto basamento che dà sulla piazza.
  • il Forte Maso e la Tagliata Barióla sulla strada del Pasubio.

Negli anni tra il ’22 e il ’24 del XX secolo vennero commissionati ai lapicidi delle cave piovenesi numerosi monumenti che si andavano costruendo per ricordare e onorare i caduti della prima Guerra mondiale. Nelle cave si lavorava anche per lo Stato: si realizzavano paracarri e pietre miliari per le strade provinciali d’Italia. Nel piccolo, ma monumentale, cimitero vecchio di Piovene, si possono ammirare molte cappelle e lapidi scolpite in questa pietra proprio da chi ora li riposa.

2. La pietra.

Sulla Carta Geologica d’Italia viene segnalata la presenza di cave nel territorio comunale di Piovene Rocchette là dove il monte Summano incontra la pianura. Esse si trovano nella formazione che i geologi definiscono Calcari Grigi di Noriglio, una roccia di tipo sedimentario risalente al Lias la cui durata va da 190 a 172 milioni di anni dal presente. In questa nostra area il mare era poco profondo, una zona lagunare o di estuario: la sedimentazione quindi è stata lenta e ha permesso la formazione di calcari dalla grana finissima, dalla colorazione bianca, biancoavorio, rosata, alternati a livelli argillosi. I fossili presenti sono rari. Nella zona della fontana in via del Monte (fontana della Guarda) inizia la grande “piega a ginocchio” che porta alla luce strati più recenti, come il rosso ammonitico.

3. Le cave.

All’inizio dell’Ottocento le cave a Piovene (Fonte: Lupieri, Maccà) sarebbero

  • la cava di sotto, che si trova lungo la via Guarda ora via del Monte. Già a fine ‘800 vi lavoravano i fratelli Zironda Moréti: lì estraevano con grande abilità e fatica da córsi, cioè strati, posti in posizione perpendicolare al suolo, sia pietre di color biancoavorio sia pietre di color rossogiallastro; queste ultime si estraevano solo nella zona ad Est, nella parte in proprietà a Giovanni Zironda.
  • e le cave ubicate nel versante montuoso lungo via Castel Manduca, piazza Forziana, via Preare, e nei pressi dell’attuale Birreria Summano.

Cave Piovene

È molto probabile che in tempi precedenti siano state aree di cava quelle su cui oggi, ormai spianate, sorgono gli edifici delle Scuole Elementari, villa Cercenà e l’ex albergo Ronco del Frate.

cave via Preare

Negli anni ’30 del Novecento (fonte Fabiani) la zona delle cave occupava anche tutta la falda montuosa di fronte alla Stazione ferroviaria (che allora si affacciava su piazza Guglielmo Marconi). Si parla di quattro cave che lavoravano saltuariamente per produrre ogni anno 60 mc di pietra da taglio e circa 100 tonnellate di pietra da calce:

  • la cava in località Preare dei fratelli Barbieri,
  • in località Tavola di Pietro Calegaro dove comunque lavoravano i fratelli Zironda Moréti (le cave di via Tavola sono subito sopra le cave in via del Monte, è probabile che lo storico volesse indicare con questo tutta la zona coltivata dai f.lli Zironda),
  • in località Riva di Giovanni Chioccarello
  • in località Frandaróla di Francesco Tornolo, in realtà Francesco Toniolo, Chéco Sbrisiaro.

Nella località Preare sono ancora oggi visibili le vestigia delle cave.

Nel 1963 viene chiusa la cava dei Barbieri Poldi che ancora negli anni ’50 dava 400 quintali al giorno di pietre per l’edilizia ottenuti con le mine; i blocchi più grossi venivano portati dalla ditta Traverso a Sandrigo lungo le rive dell’Astico per rinforzarne gli argini.

Nella cava dei Barbieri Arcangeli, pur essendo cessata da tempo l’attività estrattiva, si continua anche oggi a lavorare la pietra da parte di Giuseppe Barbieri, abile scultore autodidatta e autore dell’altare nuovo della parrocchiale di Piovene.

La cava in località Tavola concluse la sua attività negli anni ’45-’50.

Cave via del Monte

La località Riva si trova sul versante montuoso che scende verso via Castel Manduca: era stato costruito un piccolo ponte in pietra allo scopo di oltrepassare la Val dell’Oca, usato per far transitare i carri che portavano le pietre in piazza Forziana, punto di carico anche per le altre cave.

La località Frandaróla va dalle Preare verso Rocchette, raggiungendo la zona di fronte al Lanificio Rossi; qui non si estraeva pietra da taglio ma pietra per l’edilizia e per far calce da parte di Francesco Toniolo, Bernardo Zironda e del figlio Girolamo (Momi frate)  e Bortolo Xilo. Sempre in questa zona si estraeva anche ghiaia di ottima qualità.

La concorrenza del cotto e del cemento, quella delle grandi cave industrializzate di Chiampo, l’assottigliarsi delle fila degli scalpellini e muratori abili a trattare le pietre, lo sviluppo urbanistico del paese, la sua industrializzazione ed una maggior attenzione verso l’ambiente hanno decretato la fine di questa antica attività.

… continua … 

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6 thoughts on “Percorsi culturali: la pietra di Piovene 1

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