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Continua dalla prima parte

4. Il lavoro dello scalpellino.

Il lavoro nelle cave era pericoloso e durissimo perché tutto era fatto a forza di braccia, a cominciare dalla descovèrta, cioè dalla messa a nudo della roccia madre attraverso la rimozione dei vegetali e del suolo o anche delle notevoli quantità di detriti prodotti dalle lavorazioni precedenti. Gli strati di roccia, alternati a letti di argilla, hanno spessori variabili da 40-50 cm a 70-80 cm fino a 1,5-2 metri (ma solo nelle cave delle Preare).

cugnarePer procurarsi il blocco di pietra da lavorare lo si doveva ritagliare dal corso, in pratica si trattava di “sfogliare” pezzo per pezzo la superficie rocciosa. A questo scopo venivano praticate nella roccia, lungo la linea di taglio desiderata, delle incisioni profonde, delle scarsèle o cugnare, battendo la punta, uno scalpello a punta piramidale, con la masséta, il martello dello scalpellino, in modo che risultassero perpendicolari al piano del córso. Le cugnare dovevano essere il più profonde possibile in modo che poi il pezzo si staccasse presentando una superficie netta.

foto scalpelliniCon questi metodi artigianali di taglio veniva perduto quasi il 50% del materiale da lavorare. In queste tasche venivano anticamente inseriti dei cunei di legno di gelso, ben seccati sul focolare e, una volta posti in opera, bagnati in modo che il legno gonfiandosi facesse pressione e lentamente staccasse il blocco di pietra. Più recentemente si usavano i poncióti, cioè cunei di ferro, che venivano inseriti nelle cugnare fra due fóje, ossia due laminette metalliche, che avevano la funzione di distribuire la pressione; i cunei venivano battuti delicatamente in successione con la masséta prima in un verso e poi nell’altro, successivamente venivano “caricati” a colpi di mazza: dal suono prodotto dal colpo si poteva capire se la pressione era distribuita in modo omogeneo su tutti i cunei, cosi da ottenere un taglio netto. Nella cava di via della Guarda, data la posizione perpendicolare dei córsi, era indispensabile per prima cosa eliminare lo zoccolo di base con l’uso delle mine; una volta eliminato lo zoccolo si praticavano le cugnare per ritagliare la lastra. Si lavorava a mezz’aria, in piedi su di una tavola di legno sorretta alle due estremità da corde ancorate superiormente a dei ferri infissi nella roccia o anche a degli alberi; praticate le cugnare, posizionati i poncióti, si aspettava che la lastra, già privata della sua base, cadesse al suolo.

Sgiosaròla

Sgiosaròla

Un seciàro sbozzato e non finito

Un seciàro sbozzato e non finito

Dato lo spessore modesto dei corsi qui ci si era specializzati nella produzione di paracarri, scalini, contorni per caminetti e seciari, i secchiai delle cucine, completi della sgiossaróla, cioè del gocciolatoio e della piccola ed elaborata colonna a sezione esagonale o ottagonale che li sorreggeva. Solo lo scavo per la vaschetta richiedeva due giorni di lavoro; il tutto veniva completato in una settimana. I blocchi di pietra venivano sollevati con l’aiuto di cunei e leve che li alzavano quel tanto che bastava per poter utilizzare la binda; venivano spostati facendoli rotolare su rulli, dei pezzi di tronco di rovere o abete, ed eventualmente caricati su carri appositi senza sponde, dalle ruote piccole e robuste, in genere di rovere, come lo sboròsso o di robinia, come il bajardo. Se il committente voleva acquistare un blocco di pietra grezza, quest’ultimo veniva portato dalla cava al cargaóro cioè al punto di carico, dove generalmente si trovava un grande masso di pietra che aveva il compito di fare da raccordo tra i piani dei due carri, quello che portava il blocco di pietra dalla cava e quello che doveva accoglierlo. Sollevando l’albero d’acciaio dello sboròsso il blocco scivolava giù sopra i rulli posizionati sul grande masso e che aiutavano il suo spostamento verso il piano di carico del carro da trasporto. A volte si scavavano semplicemente delle fosse nella strada in modo da accogliere le ruote del carro da trasporto e di abbassare cosí il piano di carico su cui con i rulli Attrezzie le leve si spingeva il blocco. Se il pezzo, ad esempio un bolognino, cioè un parallelepipedo di pietra, veniva lavorato in cava si cominciava a sgrossarlo con lo scopèlo da gròsso che era bólso cioè senza filo di taglio e adatto solo ad eliminare scaglie piuttosto grosse; successivamente con la punta e la masséta si portava “a misura” e si rifiniva con lo scopèlo da fin che realizzava le cordèle o fasséte cioè strisce di un paio di centimetri perfettamente levigate che costituivano la finitura di tutti gli angoli del bolognino. Nelle cave delle Preare, dove i córsi erano particolarmente alti e quindi i blocchi molto grandi, la sgrezzatura era più complessa: si utilizzavano prima il majo per eliminare le sporgenze e le irregolarità più grosse e via via mazze sempre più piccole; lo s-ciapin o lo scopèlo da gròsso, che fanno più o meno lo stesso lavoro, si usavano quando già la superficie era abbastanza regolare; si passava poi all’uso della punta da gròsso e infine a quello della punta da fin. Per non consumare i fèri a volte si utilizzava la bròca o il grafón in alternativa alla punta. Scalpelli gradineParticolari lavorazioni si ottenevano utilizzando attrezzi appropriati; con la gradina, uno scalpello dentellato, si rifiniva la superficie con una decorazione a piccole incisioni lineari; con il grafón si poteva ottenere una decorazione simile, le incisioni risultavano più o meno fitte in relazione al numero di denti di cui era dotato l’attrezzo. Con la bròca si potevano praticare delle cavità decorative di forma piramidale. Con il lavoro della bociarda la superficie risultava decorata da piccoli punti in rilievo, più o meno fitti, a seconda del numero dei denti presenti sulla bocca dell’attrezzo. Gli attrezzi dunque non erano numerosi, in realtà ciò che contava era l’abilità nell’usarli ed ogni scalpellino con la pratica “si faceva la mano” a ciascun attrezzo. Se si desiderava una superficie liscia e lucida, finito il lavoro con la bociarda da fin si adoperavano in sequenza varie pietre abrasive per terminare con la pómega, la pietra pomice. Se la superficie da lucidare era ampia, si utilizzava il màngano, una specie di levigatrice, costituito da una scatola di legno che portava fissata nella sua base una pietra abrasiva; esso era munito di uno o due lunghi manici che servivano per spingerlo e tirarlo ad opera di uno o due uomini.

sapienzaPer una migliore conoscenza degli strumenti e delle tecniche di lavorazione si può consultare il testo La sapienza dei nostri padri (ad opera del Gruppo di ricerca sulla civiltà rurale, edizioni Accademia Olimpica, Vicenza 2002) alle singole voci corredate da disegno.

La polvere che si otteneva dalla lavorazione veniva conservata per stuccare eventuali difetti. Si scaldava in una speciale casseruola fornita di beccuccio la polvere calcarea con la pece greca, si versava questo composto caldo nel punto da stuccare e successivamente si levigava con la pietra pomice. In cava si utilizzavano anche le mine per ricavare materiale grossolano per l’edilizia o per far calce. L’esplosivo che veniva impiegato fino agli anni antecedenti la Grande Guerra era la pólvare nera, la polvere pirica; successivamente con il lavoro dei recuperanti arrivarono dall’Altopiano parecchi tipi di esplosivi che giungevano alla stazione di Rocchette in carrellini di legno al seguito del treno di Asiago. Il foro da mina si praticava con il fero da mina, una specie di lungo e grosso scalpello, che veniva battutto con la massagèma, una pesante mazza. In genere si lavorava in tre persone: una sorreggeva il fero e lo faceva lentamente girare e due battevano alternativamente su di esso con la loro massagèma; questa procedura era detta a massacùbia, cioè doppia, ed era particolarmente faticosa. Nella cava della Tavola, dove i córsi erano di spessore modesto, una sola persona era in grado di praticare i fori da mina che entravano obliquamente nella roccia. Si lavorava dall’alba al tramonto quasi sempre anche de festacave via Preare, all’ombra di un grande tendone nelle lunghe giornate estive; nelle grigie giornate d’inverno verso le 16 i priari delle cave delle Preare riponevano gli attrezzi nella loro cassetta e alla chetichella per una scorciatoia se ne andavano alla vicina osteria da Nanéto Giosefin (Giovanni Chioccarello) a bere e a giocare a carte. Di questi attrezzi avevano la massima cura e ogni sera li rimettevano tutti a nuovo, li scaldavano alla forgia, li battevano all’incudine e sapevano temperare punte e scopèi in modo eccellente. Con l’avvento della lavorazione industriale e dell’uso delle seghe che consentono di ottenere lastre di varie dimensioni, la pietra di Piovene fu meno richiesta perché, a causa della presenza di ladìni, sottili incrinature interne, se tagliata in lastre sottili, si rompe.

Glossarietto

bajardo: robusto carro in legno di robinia trainato a mano per trasportare le pietre

bociàrda: mazzetta le cui teste presenta dei rilievi piramidali, battendo la bociàrda sul pezzo si ricava una superficie sempre meno scabra; a seconda della profondità e prossimità delle punte poteva essere bociarda da da grosso o da fin (detta anche bociarda da ben)

bolognino: pietra sgrossata a forma di parallelepipedo

bròca: specie di scalpello a punta atto a ricavare cavità decorative di forma piramidale (in Italiano: picchiarello)

cargaóro: piano rialzato, di solito blocco di pietra posto alla stessa altezza del carro, dove il blocco di pietra veniva fatto scivolare sul carro (bajardo o sboròsso)

cordèle o fasséte: strisce di un paio di centimetri perfettamente levigate che costituivano la finitura di tutti gli angoli del pezzo

cugnare: incisioni nella roccia pronte ad accogliere i cunei per ottenere il distacco degli strati

descovèrta, il lavoro dalla messa a nudo della roccia madre attraverso la rimozione dei vegetali e del suolo o anche delle notevoli quantità di detriti prodotti dalle lavorazioni precedenti.

fero da mina: una specie di lungo e grosso scalpello che serviva per praticare fori profondi dove mettere l’esplosivo usato per il distacco della roccia; veniva battuto a massagèma

fóje: laminette metalliche poste ai due lati dei cunei di ferro, avevano la funzione di distribuire la pressione

gradìna: una sorta di scalpello provvisto di denti, utilizzato per ottenere delle rigature parallele

grafón: martello a due penne con denti per ottenere una superficie scabra; si usa prima di passare al martelo da grosso (nel filmato che si apre poco sopra viene chiamata bocciarda quello che in realtà è un grafón)

màjo: mazza grossolana e pesante, serviva per eliminare le sporgenze e le irregolarità più grosse; veniva sostituito utilizzando mazze sempre più piccole

màngano: una specie di levigatrice, costituita da una scatola di legno che portava fissata nella sua base una pietra abrasiva; esso era munito di uno o due lunghi manici che servivano per spingerlo e tirarlo ad opera di uno o due uomini

massacùbia: procedura a tre persone per ricavare un foro, uno tiene il fero da mina due alternativamente lo battono con la massagèma

massagèma: pesante mazza (ognuna in mano a una persona) che veniva usata per configgere il fero da mina nella roccia con colpi alternati

masséta: il martello dello scalpellino

pólvare nera: polvere pirica usata in cava soprattutto prima che la Guerra del ’15 mettesse a disposizione altri tipi di esplosivo

pómega, pietra pomice usata come abrasivo per ottenere una superficie levigata

poncióti: cunei di ferro, che venivano inseriti nelle cugnare fra due fóje, ossia due laminette metalliche, che avevano la funzione di distribuire la pressione; sostituiscono i cunei di legno di gelso usati antecedentemente.

priari: i lavoratori della pietra divisi in cavatori e scalpellini

punta e masséta: i tipici attrezzi dello scalpellino ovvero uno scalpello a punta utilizzato per lavorare la pietra battendolo con una mazzetta, a seconda della lavorazione si utilizzava la punta da gròsso o la punta da fin

sboròsso: robusto carro in legno di rovere usato per trasportare i pesanti pezzi di pietra.

scarsèle (cugnare): fori praticati in serie sulla roccia in cava per staccare il pezzo

s-ciapìn: grosso scalpello che dà una resa maggiore dello scopèlo

scopèlo da gròsso: scalpello per le prime lavorazioni in cava, era bólso cioè senza filo di taglio e adatto solo ad eliminare scaglie piuttosto grosse

scopèlo da fin: attrezzo per le lavorazioni di precisione, realizzava le cordèle o fasséte cioè strisce di un paio di centimetri

seciàri: i secchiai delle cucine ricavati da un unico pezzo di pietra

sgiossaróla: gocciolatoio; appendice del seciàro dove venivano riposte le stoviglie appena lavate, era appoggiata sopra il seciàro ed era sostenuta da una piccola ed elaborata colonna a sezione esagonale/ottagonale

… continua … 

BruegelVedi anche http://it.wikipedia.org/wiki/Scalpellino

Interessanti alcuni filmati su Youtube:

il grafón (che loro chiamano bocciarda)

la bocciarda

altre lavorazioni a mano che ricordano la tecnica di stacco della roccia con scarsèle cugnàre e foje.

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2 thoughts on “Percorsi culturali: la pietra di Piovene 2

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