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Il viaggio

metro-napoli-karim-rashid-3Il viaggio era stato lungo e pieno di musica, chitarra e chiacchierate per passare il tempo. Così nel pomeriggio sono arrivati alla stazione di Napoli, carichi di zaini e sacchi a pelo. La metropolitana era bella, le stazioni colorate e pulite perché fanno parte delle Stazioni dell’Arte: la stazione Museo è stata progettata da Gae Aulenti e colorata di rosso pompeiano, Materdei porta la firma di Mendini e contiene affreschi e opere di artisti internazionali, una stazione dopo l’altra con le sue meraviglie fino alla meta, la stazione di Piscinola.
L’uscita dalla stazione è stata una doccia gelata, per quanto fossero preparati quello spazio pieno di casermoni ma vuoto di persone faceva impressione. Negli spazi liberi cumuli di immondizie, strade deserte dove ogni tanto passava qualche motorino con tre persone a bordo, aggrappati al manubrio.
10624921_10203556239660918_2638804216855708243_nPer fortuna una persona era venuta a prenderli e condurli ai loro alloggi.
Arrivati al centro Hurtado, una struttura gestita da Gesuiti, una sorpresa: non erano soli, erano appena arrivati 40 volontari da Imola, le aule dove avrebbero dormito erano grandi, ma come avrebbero fatto con il mangiare dato che c’erano due soli fuochi sotto una tettoia e nessuna pentola?

Ma prima è meglio chiedersi: che cosa ci facevano a Scampìa Don Vito, Francesco e altri 19 giovani piovenesi la settimana di ferragosto?

L’idea

Ogni anno i giovani dell’Azione Cattolica organizzano un Campo Scuola, un’esperienza collettiva di servizio agli svantaggiati. Nel 2013 sono andati a Bibione a confrontarsi con bambini e persone disabili, qualche anno prima sono andati a Roma a servire nelle mense popolari.
Il campo scuola è una fine e un inizio – dice Chiara – è la fine di un percorso di incontri che è durato tutto l’anno e l’inizio del percorso che si svolgerà l’anno successivo. Il Campo Scuola per noi è importante, perché compatta il gruppo, ci dà la possibilità di vivere assieme delle esperienze di solidarietà“.
Quest’anno tra le proposte c’era Scampìa, il quartiere simbolo della camorra e del degrado, il quartiere dove è stato girato il film GOMORRA, dal romanzo di Roberto Saviano.
Qualche contrasto c’è stato (chi non aveva dubbi?) ma l’aiuto non conosce confini e l’appoggio convinto di don Vito è arrivato subito” così le discussioni hanno allargato il discorso, ma la meta è rimasta Scampìa, un impegno che è diventato una sfida.

L’organizzazione

Il lunedì se n’è andato per risolvere i problemi logistici, trovare pentoloni per 60 persone in primo luogo, coordinare il progetto tra i due gruppi di Piovene Rocchette e di Imola e prendere visione del quartiere.

Il quartiere di Scampìa

10603886_10204658165557841_3937371267021698021_oÈ un quartiere popolare, parte significativa del quartiere è stata costruita in emergenza per risolvere i problemi abitativi dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980.
Quartiere povero con un tasso di disoccupazione tra i più alti d’Italia, fortemente inquinato dalla camorra. A Scampìa ci sono “le Vele” 7 supercondomini progettati per oltre un migliaio di persone sotto un unico tetto. Molte famiglie hanno pregiudicati e non sono rare le persone che non possono uscire di casa perché agli arresti domiciliari. Come se non bastasse c’è un campo nomadi e il carcere di Secondigliano, il più grande carcere maschile d’Italia, un istituto per detenuti pericolosi soggetti a particolare sorveglianza.
I condomini di Scampìa hanno due nomi

  • I lotti: condomini popolari senza spazi condominiali
  • I parchi: condomini meno poveri, recintati e con un minimo di spazio condominiale

Il quartiere è privo di spazi pubblici, se si eccettua un grande parco chiamato “la Villa” che è scomodo da utilizzare perché ha 6 accessi dei quali uno solo è misteriosamente aperto.

pianta scampiaIn questo quartiere problematico si sono trovati i nostri ragazzi.

L’attività

Il martedì mattina i volonterosi di Piovene Rocchette e di Imola hanno iniziato il loro “lavoro”. Il “fai da te” dev’essere stato inventato a Napoli e i giovani volontari l’hanno imparato subito: nessuna struttura dove trovare i ragazzi da accudire e allora i nostri sono partiti per le strade a cercare bambini e invitarli “vieni a giocare con noi?”; ogni ragazzo chiamava i suoi amici e, col passa parola, suonando campanelli per chiedere il permesso dei genitori, si è riusciti a partire.
Campo-Rom-ScampiaCosì i ragazzi furono circa quaranta il primo giorno fino quasi a raddoppiare l’ultimo. Ragazzi scatenati, parlavano un dialetto stretto quasi impossibile da capire, pieni di vita e di voglia di partecipare, ragazzi che si sentivano soli al momento di lasciarsi “tornate oggi pomeriggio?” “tornate domani?“.
Non contenti di aiutare i giovani abbandonati a sé stessi, i volontari sono andati a cercarne altri nel vicino gigantesco campo Rom che ospita oltre 2.000 persone: asfalto e fango, baracche autocostruite con lamiere o pannelli di laminato, roghi e immondizie. Portar qualche ragazzo fuori da quella situazione significava guadagnarsi la sua riconoscenza sotto forma di attenzione e un grande rispetto. “Forse proprio perché abituati a un’educazione autoritaria i ragazzi Rom erano i più obbedienti” ci dice Giovanni.
10479089_10203556139538415_7243908550930888838_nOgni giorno erano di più fino all’ultimo giorno quando le madri di due dei ragazzi hanno offerto un rinfresco, ma erano agli arresti domiciliari e, non potendo uscire, tutti si sono offerti di andare sotto le loro finestre con le chitarre a cantare.
Entrare in uno dei supercondomini delle Vele è stata un’esperienza forte: gli spazi comuni erano ricolmi di spazzatura o mobili vecchi, tubazioni gocciolanti, alcuni scalini senza marmo erano più alti di quelli dove il marmo aveva resistito e così anche scendere le scale era un’operazione da fare con attenzione.
Eppure ne parlano con entusiasmo.

Impressioni

Chiara

donAnielloPer due sere c’è stata l’opportunità di una testimonianza. In una abbiamo incontrato Davide Cerullo che ci ha parlato della sua vita. È nato in una Vela, a 10 anni ha cominciato a spacciare droga, a 18 anni è andato in carcere per la seconda volta. Ma era ricco, lo spaccio rende, e ogni volta che tornava dal carcere i suoi amici facevano i fuochi d’artificio, ogni volta ricominciava la sua vita da spacciatore. La svolta avvenne con l’incontro con don Aniello Manganiello, parroco di Scampìa per 16 anni, che abbiamo conosciuto la sera successiva. Staccarsi dal mondo dello spaccio è stata dura per Davide, la famiglia l’ha ripudiato e ha dovuto rifugiarsi in un garage e poi in casa di don Aniello. “La cultura mi ha salvato” questo il suo messaggio, è andato a studiare a Modena e poi ha avuto il coraggio di tornare ad abitare alle Vele sfidando con il proprio esempio la deriva criminale e iniziando ad investire nell’educazione dei bambini con un doposcuola gestito da lui.

Marta

Scampìa non è tutta marcia, si capisce benissimo che la maggioranza delle persone che vi abitano sono persone “sane”, il degrado è intorno a loro ma non dentro di loro. A Scampìa ci sono molte persone che reagiscono al degrado, non è un caso se negli ultimi anni sono nate ben 120 associazioni che cercano di combattere lo stato di abbandono. La bellezza è cercare di  migliorare il posto dove sei, non serve a nulla fuggire.

Mi ha colpito la frase scritta su un muro

LA CULTURA È L’UNICA ARMA DI RISCATTO
UNA PERSONA CRESCE SOLO SE SOGNATA

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Giovanni

L’ultimo giorno della nostra attività cadeva proprio il venerdì di ferragosto e avevamo programmato una gita al mare.
È venuto un unico ragazzo rom, Leonardo. Per lui quella gita era un premio preziosissimo e ha l’ha ripagata con un’obbedienza assoluta. Non era attrezzato per il mare, aveva solo dei jeans a pinocchietto, indossati senza mutande e non aveva ricambio. Era felice, mi è venuto vicino e mi ha mostrato con orgoglio il suo braccialetto colorato con il suo nome “non devo perderlo, me l’ha regalato papà che ora è in carcere”

Un’esperienza

È stata un’esperienza forte, vissuta in modo positivo da tutti, voluta per sperimentare fino in fondo le infinite facce dell’umanità soprattutto se si tratta di un’umanità ferita e dolente.
Hanno partecipato
Anna, Lucia, Marco, Giovanna, Stefano, Maria Elena, Giulia, Paola, Elena, Luca, Chiara, Giovanni, Daniele, Maria, Chiara, Marta, Marco, Francesco, Vito, Alessandro, Luca

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APPENDICE

Le “Vele” di Scampìa sono l’esempio di un fallimento, un fallimento che brucia di più in quanto era frutto di un pensiero utopistico e quando un’utopia fallisce sembra che non ci possa essere più speranza.
Le “Vele” sono un progetto dell’architetto Francesco di Salvo, che si rifaceva all’idea concepita da Le Corbusier nell’Unité d’Abitation. Un’idea maturata dopo la guerra del 1945 e la distruzione di innumerevoli città.

Unite_dAbitationLe Corbusier pensò che la città del futuro dovesse avere forma diversa, le costruzioni non dovevano occupare tutto lo spazio a disposizione, dovevano essere alte, molto più alte di qualunque altra costruzione precedente. Il cemento armato era lo strumento che ben si adattava alle nuove esigenze. In ogni edificio dovevano abitare da 1.000 e 2.000 persone, un piccolo quartiere, non doveva occupare suolo perché l’edificio sarebbe stato alto almeno 7 metri dal piano campagna, avrebbe poggiato su pilastri, all’interno dell’edificio sarebbero stati ricavati i servizi collettivi per i residenti. Un piano avrebbe ospitato una galleria pubblica con negozi e uffici, sul tetto si sarebbero ricavati un asilo nido, una piscina, un teatrino all’aperto, un posto ove passeggiare, un belvedere, ecc.
Intorno sarebbe rimasto un ettaro di verde liberato dalla necessità di essere occupato da singole abitazioni. La città si sarebbe dissolta nella campagna.
Questa l’idea, il sogno.
Le Corbusier riuscì a costruirne alcune Unité d’Abitation di cui la più famosa è quella di Marsiglia (oggi monumento nazionale).
Le cose non andarono come previsto. L’edificio fu costruito, ma il terreno “liberato” fu occupato da strade e altre abitazioni e lo spazio a disposizione risultò molto inferiore rispetto al progetto.
Ma la massima differenza tra l’idea e la realtà risultò dal fatto che l’edificio non riuscì a essere un quartiere. Un edificio, nonostante le sue dimensioni raccoglie una comunità chiusa, un quartiere è tanto più vivo quanta più gente accoglie dall’esterno. Così l’Unité d’Abitation languì, i negozi interni aprirono e chiusero, la scuola non entrò in funzione. L’Unité d’abitation non venne mai abitata da 1.500 persone.
Però conobbe nuova vita,  in un secondo momento vi si installarono persone attirate dalla possibilità di abitare in un’abitazione progettata da un grande architetto a prezzi tutto sommato modesti. L’Unité d’Abitation si trasformò così da abitazione popolare ad abitazione alla moda qual è ancor oggi.

906348_10204658143997302_8374991870225537088_o10531404_10204658172638018_8898197647667270701_oLe “Vele” rispecchiano una concezione simile della città e del quartiere, ma furono più sfortunate. Private dei servizi pubblici e degli spazi a verde si riempirono sì di famiglie soprattutto dopo il terremoto del 1980 quando affluirono nuclei di sfollati provenienti da tutta la Campania e non ancora pronti a integrarsi, le Vele divennero dormitori. La scarsa abitudine a fare manutenzione e a conservare il bene pubblico fece il resto portandole al degrado attuale.
Il loro futuro è l’abbattimento, sintomo di una situazione non più recuperabile dal punto di vista sociale più che architettonico.

 

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2 thoughts on “Una settimana a Scampìa

  1. I giovani insegnano.
    L’esperienza vissuta così intensamente dai nostri ragazzi, ci può aiutare a ricrederci su alcuni pregiudizi:
    1) i giovani sprecano il iloro tempo, sono superficiali, non si accorgono di quello che succede attorno a loro, vogliono solo una vita comoda…
    2) i luoghi e le persone che consideriamo solo come negative perchè brutti, sporchi e cattivi, nascondono delle “ricchezze” che aspettano solo di essere scoperte, accolte e condivise…
    Grazie ai giovani che si sono messi in gioco e agli educatori che li hanno sostenuti ed accompagnati!
    Laura

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  2. Ottima sintesi di un Campo-scuola inusuale e, per questo, difficile da organizzare, da realizzare e, in sintesi, da vivere inserendosi nella realtà locale. Da quanto si legge ne è uscita un’esperienza unica, nei modi e nei tempi, ma certamente positiva.
    Sarà interessante sentire considerazioni e racconti di altri tra i partecipanti piovenesi. Complimenti, comunque, a tutti quelli che hanno avuto il “coraggio” di partecipare. Soprattutto a don Vito: ma chi te lo ha fatto fare?
    Pino

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