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Il quartiere operaio di Rocchette

Ricatti-paesaggio archeologico quartiere operaio (trascinato)Perché il il Quartiere Operaio riveste così un grande interesse?

La risposta la troviamo in biblioteca in un libro edito proprio dal Comune di Piovene Rocchette.

E’ stato scritto dalla prof.ssa Bernardetta Ricatti Tavone e dedica una trentina di pagine al quartiere di Rocchette.
L’industrializzazione dell’alto vicentino ha avuto una storia particolare dovuta all’originale modo di impostare lo sviluppo industriale da parte di Alessandro Rossi.

Alessandro Rossi

Dopo aver a lungo viaggiato nelle città nate dalla rivoluzione industriale (Londra, Parigi, Belgio, ecc) e sconvolte dalla stessa, ebbe l’intuizione di sviluppare l’industria nell’alto vicentino cercando di ridurre le immense problematiche sociali che la trasformazione di una popolazione agricola in massa operaia comportava. All’estero aveva visto città gigantesche, agricoltura, rovinata, città malsane, degrado sociale e lotte operaie.

Volendo evitare gli “errori” dello sviluppo industriale all’estero fece alcune scelte:

  • distribuire le fabbriche nel territorio evitando concentrazioni eccessive di masse umane

  • ricercare i futuri operai nelle zone agricole più povere (ad esempio la bassa padovana o le valli dell’agordino)

  • fornire agli operai i servizi essenziali per “legarli” alla fabbrica

Il progetto di quartiere di caregaro Negrin

Il progetto di quartiere di Caregaro Negrin

L’occupazione era in buona parte femminile (fatto eccezionale per l’epoca). La manodopera femminile, osservò acutamente Alessandro Rossi, aveva delle esigenze particolari. Per potersi sposare una ragazza doveva avere la dote e, andando a lavorare, una giovane donna non avrebbe potuto cucirsi lenzuola, ricamare asciugamani da mostrare al futuro sposo, ecc. Andando a lavorare per la Lanerossi le giovani operaie ricevevano in dono la dote e quindi l’essere operaie non le precludeva al matrimonio.
Una volta sposata, l’operaia, fatto il primo figlio, sarebbe rimasta a casa ad accudirlo, per questo motivo il Rossi costruì l’Asilo che aiutava le donne a continuare a lavorare dopo il parto.

Partendo da questa impostazione il Rossi volle curare tutta la “filiera” produttiva cercando di pianificare anche le esigenze dei lavoratori.

Nasce una città

Il primo intervento urbanistico-architettonico del Caregaro Negrin – architetto incaricato dal Rossi – a Rocchette risale al 1868-69 e riguarda il complesso residenziale per gli impiegati “esteri e italiani” dello stabilimento della Filatura”.
Là dove cresce una una nuova città industriale, accanto agli shed, ai magazzini, alla fabbrica il quartiere che si sviluppa sembra un parco.


Nelle altre città industriali sporcizia, cemento, casermoni.
A Rocchette giardini, alberi e abitazioni più che dignitose.


E’ questo che differenzia Rocchette da tutte (o quasi) le altre città di prima industrializzazione.

Case impiegatiUn’idea ce la possiamo fare guardando il progetto dell’architetto incaricato e anche una foto di come si presentava la residenza impiegatizia 70 anni dopo la costruzione, negli anni ’50: giardini e recinzioni in pietra.
Ma non si pensi che l’intervento riguardi solo gli impiegati. Fabbriche, ville per dirigenti, abitazioni impiegatizie e abitazioni operaie si rincorrono nel tempo.

Vediamo le date:

1869     Stabilimento Rocchette 1
1868-69    Primo progetto residenza per impiegati
1871     Stabilimento Rocchette 2
1871     Primo progetto di 8 abitazioni per capi operai
1881     Progetto villa e parco del direttore
1883-86    Costruzione del quartiere operaio di Rocchette
1886     Stabilimento Rocchette 3

Per costruire il quartiere viene costituita la “Società Anonima Cooperativa per la costruzione di case operaie in Piovene”. Lo scopo della cooperativa è di “costruire con la maggior economia possibile case per provvedere d’abitazione gli operai mediante locazione ed anche vendita”.
La costruzione è seguita da Alessandro Rossi che viene nominato Presidente Onorario della Società.
In uno scritto il Rossi spiega i motivi dell’iniziativa: il notevole sviluppo industriale raggiunto in soli quattro anni causa un aumento considerevole delle maestranze con enormi difficoltà per le famiglie di trovare una adeguata sistemazione abitativa e per lo più costrette a cercare domicilio nei paesi confinanti, come Cogollo, Caltrano e Chiuppano, anche per gli affitti eccessivi richiesti dai locatori di Piovene.

Dappertutto la popolazione viveva stipata in vecchie case male riparate, anti-igieniche ed incomodissime, giacchè all’aumento della popolazione non seguì come avrebbe dovuto, lo slancio dei proprietari nello ampliare, migliorare ed aumentare il numero delle loro case, come migliorarono a loro profitto il tasso d’affitto”, si dice in uno scritto dell’epoca.
Il Rossi rifiuta i “casermali” che ha visto in altre città italiane: “Case economiche dunque e non case operaie dovete dirle” “E non le dovete fare di fila, ma interrotte e regolare gli orti secondo il sole, e rincurarle dalla strada”.
Vengono costruite prima 44 abitazioni e poi altre 108, attorno orti per le famiglie operaie.
Nei primi anni del secolo XX arriva la corrente elettrica nel quartiere a sostituire l’illuminazione a gas.

asilo

Insieme alle abitazioni cresce anche la città, infatti, sempre su iniziativa del Rossi vengono realizzate:

  • l’asilo di Maternità per bambini da 12 giorni a 3 anni e l’Asilo d’infanzia per quelli da 3 a 7 anni,
  • le Scuole Elementari dai 7 ai 12 anni,
  • la Scuola Serale di disegno e cultura generale
  • la Chiesa
  • la cucina economica (mensa) che vende una “buona minestra a 5 centesimi per mezzo litro
  • il forno economico che somministra ottimo pane ad un prezzo del 15% inferiore a quello degli altri forni
  • il magazzino cooperativo
  • il convitto delle operaie nubili
  • i bagni, una grande vasca in muratura la cui acqua viene riscaldata mediante un’apposita caldaia a vapore. “Tutto vi è gratuito per le persone addette agli stabilimenti: bagno, sapone, biancheria, doccia
  • il circolo degli impiegati (si tratta dello stesso edificio oggi in disuso, che si trova davanti alla Chiesa)
  • il campo sportivo
  • il tiro a segno

campo sportivoper non parlare di altre iniziative associative:

  • cassa prestiti
  • cassa malati
  • banda musicale
  • colonia alpina e marina
  • gruppo turistico aziendale

Come si vede Rocchette non nacque come fabbrica e basta (avrebbe riversato su Piovene tutti i problemi di un afflusso formidabile di nuovi immigrati). Fin da subito fu concepita come parte di città dove alle fabbriche e alle abitazioni si affianca il commercio, i servizi, lo sport, la banca, … (1)


Fino agli anni settanta del novecento ci fu una felice combinazione tra esigenze dell’industria, accurata pianificazione dell’occupazione operaia e sviluppo di servizi sociali.


Gli anni settanta del ‘900

Negli anni settanta del ‘900 la famiglia Rossi non è più protagonista avendo venduto le fabbriche all’ENI nel 1962.
Schio diventa la “testa” dell’ENI nel settore tessile, tutti gli uffici vengono trasferiti nel Veneto. La produzione deve essere riorganizzata in grande, gli stabilimenti, non più funzionali a una ditta che si prefigge il mondo come mercato, devono essere trasferiti dal vecchio centro cittadino di Schio.

Schio1-2In piena campagna tra Schio, Santorso, Marano V. e Zané, presso la frazione agricola di Rio, un’area gigantesca viene strappata all’agricoltura e trasformata in area industriale. Vengono costruiti due stabilimenti immensi di 50.000 e 55.000 mq (Schio 1 e Schio 2) che vennero aperti nel 1966-67 e allora producevano 18 milioni di mq di tessuto all’anno.
Quegli stabilimenti furono il seme che fece germogliare la zona industriale di Schio e Santorso.
Il problema si trasferì a Piovene Rocchette dove venne affrontato il problema di costruire la “filatura  più grande d’Europa” e forse del mondo. Anche qui occorreva costruire uno stabilimento grande come quelli nuovi di Schio.
Fu mancanza di spazio o di alternative? Di fatto si scelse di ampliare lo stabilimento in adiacenza alla vecchia fabbrica di Rocchette 3 (lungo la strada statale).


Per un secolo fabbrica e città erano cresciuti insieme, insieme avevano prosperato.
Al momento della crisi il rapporto si è spezzato.


Dato che spazio non ce n’era la fabbrica si mangiò il quartiere di Rocchette: giù i villini, il verde, il magazzino cooperativo, i bagni, …

L’asilo si trovò al fianco un ingombrante compagno: l’immensa fabbrica nuova, la filatura più grande d’Europa.

Il quartiere operaio, che prima confinava col parco di villa Scotti dove il dislivello veniva colmato con un pendio disegnato da alberi e aiuole, fece i conti con la brutalità di un muro di cemento armato che ribadiva la subalternità delle abitazioni operaie alle esigenze della produzione.

il "muro" di Rocchette

il “muro” di Rocchette

il muro di Rocchette
MasettoQuel traumatico passaggio è ben raccontato da Franco Masetto nel suo racconto.
Nel 1972 per le strade di Piovene passavano auto con gli altoparlanti sul tetto: si cercavano operai edili per la costruzione del grande stabilimento di Rocchette e per le opere successive alla costruzione del “grande scatolone”.
Rocchette perse 300 famiglie, 800 persone e circa metà dei suoi abitanti che si trasferirono al Grumello e chissà dove.
Era stato fatto un grande baratto: i piovenesi rinunciarono a un pezzo di città pur di mantenere migliaia di posti di lavoro.
Purtroppo i conti erano sbagliati e già l’anno dopo, nel 1973, cominciarono gli scioperi.
Il lavoro ci fu ma non fu abbondante né duraturo quanto ci si aspettava: quarant’anni dopo, nel 2012, gli occupati eran poco più di due decine (dalle migliaia del ’72).

Oggi

Natale 2011Oggi la fabbrica opera l’ultimo sfregio, amplia il proprio piazzale incurante di togliere aria e verde, di nascondere le case in una corazza di cemento armato e terre artificiali alta 3 piani.
Questo piazzale soffoca uno dei quartieri più significativi d’Italia.
Pessima scelta e per lo più non è neanche un cambio favorevole perché non si parla di posti di lavoro, ma di autocarri che faranno manovra e scaricheranno fumi a due passi dall’Asilo storico di Rocchette.
Domandiamo: se quelle abitazioni lì fossero state private e non pubbliche, i residenti avrebbero accettato quello sfregio?
No di certo, per molto meno sarebbero nati ricorsi e polemiche, ma l’edificio soffocato dall’ampliamento del piazzale è pubblico e non ha trovato nessuno che lo difendesse.

Com’è potuto succedere?

E’ successo perché le procedure semplificate impongono di vedere un problema per volta senza guardare alle conseguenze nell’area circostante.
E’ successo perché non è radicata la coscienza che quel quartiere è storia di Rocchette, storia di Piovene, storia dell’alto vicentino e patrimonio culturale di cui tutti dovremmo essere fieri.
E’ successo perché, abolita la Commissione Edilizia, non c’è più lo spazio per valutare gli interventi edilizi.
Ora il criterio di scelta è: non guardare quello che vogliono fare, controlla se i documenti ci sono tutti.

Salvo poi rendersi conto che una sola persona può non interpretare bene la norma, infatti quell’intervento è sbagliato e non è neppure a norma. E adesso che la frittata è fatta?

  • In primo luogo bisognerebbe che tutti si rendessero conto che quel muro e quel piazzale sono uno scempio

  • In secondo luogo sarebbe bene se decidessimo tutti insieme cosa fare: amministratori, cittadini di Rocchette e di Piovene tutta, genitori dell’asilo, parrocchia e fabbrica sperando che finalmente si riesca a parlarsi

Noi ne parleremo ancora

La prima parte dell’articolo si trova qui


NOTE

(1) Non vogliamo dare un quadro idilliaco del passato, gli interventi di Alessandro Rossi erano comunque finalizzati alla produzione. Case a basso prezzo servivano a mantenere gli operai legati alla fabbrica e a mantenere bassi i salari, lo stesso dicasi per il forno che forniva pane a prezzi competitivi o per la mensa operaia. Però al di fuori del rapporto di lavoro è cresciuta una città che rimane ai piovenesi. Peccato che la scelta del ’72 abbia distrutto buona parte di quanto era stato costruito.

12 thoughts on “Rocchette: città e fabbrica

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