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Vicenza

Consiglio Comunale di Vicenza anno 1964. Un consigliere prende la parola e pronuncia un discorso appassionato, lungo come si usava un tempo, pieno di cultura. D’altronde il Consigliere è laureato alla Scuola Normale di Pisa (1). Ad un certo punto il discorso si interrompe “scusate …”

L’oratore si accascia a terra.

Tutti accorrono, si chiama l’ambulanza, il Consiglio s’interrompe, si passa la parola, qualcuno chiama i familiari.

La prima ad arrivare all’ospedale è Emilia, sorella carissima.

Si trova davanti un lenzuolo ormai immobile e una persona in lacrime, è l’onorevole Franco Franchi.

La scena ha dell’incredibile perché il consigliere morto è deputato del Partito Comunista Italiano e l’onorevole Franco Franchi è stato eletto col Movimento Sociale Italiano (2).

Perché parliamo di Francesco Ferrari?

  • Perché ha vissuto a Piovene Rocchette e la sua storia ci riguarda abbastanza da indurre il Comune a dedicargli una strada (è quella che passa davanti all’auditorio).
  • Perché è personaggio colto la cui storia personale si è intrecciata con la storia nazionale, è stato partigiano e deputato.
  • Perché ci affascina la foga con cui la sorella, Emilia Ferrari, ne parla per poi mostrarci un fascio di scritti nei quali proviamo a districarci.

Alcune testimonianze

Dice Giulio Montenero (giornalista del Giornale di Vicenza) di Francesco Ferrari

i (suoi) libri …portavano i segni di incontri combattuti con colui che li aveva letti, segnati nel testo e annotati a margine

un abisso separava la serietà di Francesco dai modi allusivi e ironici della società intellettuale.

Fortebraccio (3) così ricorda la scomparsa dell’onorevole Ferrari.

Voi non sapete come era Ferrari: un giovane di straordinaria purezza interiore, una intelligenza coltivata e candida, una coscienza a cui era sempre stato ignoto il rancore, la malafede e l’odio. Il suo rispetto per gli uomini, per la vita, per la bellezza, era profondo; la sua speranza appariva senza confini, la sua fiducia non conosceva esitazioni. Aveva lasciato certi studi letterari raffinati, che, giovanissimo, lo avevano attratto, per andare a difendere, nelle Camere del lavoro, nei Consigli comunali, nel Parlamento, i diritti della povera gente, di cui sentiva e divideva le sofferenze e i sogni.

Intelligenza coltivata e candida” “rispetto per gli uomini, la vita la bellezza” “studi letterari raffinatissimi” e infine il pianto di chi avrebbe dovuto essere suo acerrimo nemico, tutto questo mette curiosità di saperne di più.

Francesco Ferrari

casa FerrariNato a Chiuppano nel 1922 abitò a Piovene Rocchette dove i genitori avevano una piccola fabbrica di camicie da uomo che occupava una ventina di lavoranti.

Era gracile nel fisico e gli scoprirono una malattia reumatica che gli colpiva il cuore.

Giovane studioso si iscrisse al liceo classico, il Pigafetta di Vicenza, che gli aprì la strada degli studi classici.

Per persone sensibili come Francesco Ferrari lo studio del passato diventa impegno morale per educare e migliorare l’umanità. Si impegna nell’Azione Cattolica e nella scuola, ma sente i limiti di una cultura piena di carenze e di lacune causate dalla censura fascista.

pigafettaNon si poteva leggere Croce per il semplice motivo che non era fascista e quindi da censurare, a prescindere dal suo pensiero.

Il suo amico Mario Mirri descrive bene questo periodo formativo in un testo che riportiamo alla fine di questo articolo.

I giovani sono attraversati da un’ansia di conoscere che, per appagarsi, deve andare contro le regole imposte. Così si cercano, si annusano, si trovano per riunioni dove parlare liberamente, ma che, dato il periodo, diventano di per sé clandestine.

Così conosce Licisco Magagnato (4), Luigi Meneghello (5), Antonio Giuriolo (6), Neri Pozza (7). Si indigna quando il direttore del Seminario e docente al Pigafetta impone alla libreria Galla di rimuovere le opere di Croce, “sfacciatamente” esposte in vetrina.

La guerra

Ultimato il liceo entra alla Scuola Normale di Pisa, ma la catastrofe incombe e dopo tre anni di guerra il 25 luglio del 1943 Mussolini viene fatto decadere da capo del governo.

Nasce la resistenza, Ferrari è malato di cuore e non può partecipare alla lotta attiva.

ChilesottiCiononostante, mettendo a rischio la sua salute, si iscrive al Partito d’Azione e partecipa da casa alla sua attività collaborando con la Brigata Mazzini diretta allora da Giacomo Chilesotti, assieme a lui molti di quelli che Francesco ha conosciuto prima della guerra.

Dalla sua casa di Piovene Rocchette sostiene la lotta partigiana finché nell’estate del 1944 arrivano le guardie fasciste ad arrestarlo. Non trovandolo, prendono in ostaggio il padre nella speranza che il ricatto possa consentire loro l’arresto del figlio.

Il dopoguerra

I giovani studenti di prima della guerra escono frastornati all’arrivo della pace. Mi immagino il loro stupore nel vedere quella libertà, che a lungo hanno idealizzato, incarnarsi in un’Italia povera, distrutta dalla guerra, attraversata da tensioni che erano il riflesso su scala locale di telluriche tensioni fra potenze planetarie.Francesco Ferrari 2

Francesco Ferrari torna agli studi umanistici, al suo Petrarca. Ma ora può leggere Gramsci, semi sconosciuto prima. Analisi letteraria e impegno civile si intrecciano negli studi e nella vita. Si laurea nel 1949 a 27 anni con una tesi sul Petrarca.

Inizia a insegnare in Toscana. Il suo acume letterario è apprezzato, anni dopo si saprà che fu proposto per diventare direttore della Scuola Normale, incarico prestigiosissimo.

Preferisce, anche per ragioni di salute, tornare nel Veneto. Arriva a Vicenza nel 1953 con una moglie e un figlio.

Nel frattempo si è iscritto al Partito Comunista Italiano cui si dedica con un impegno sostenuto da una visione etica.

Nel 1956 divenne consigliere per il PCI nel Consiglio Comunale di Vicenza.

Il suo modo di operare viene notato e apprezzato.

Giulio Montenero, giornalista del Giornale di Vicenza, racconta che prima dei consigli comunali venivano messi a disposizione, su grandi tavolate, i voluminosi fascicoli contenenti gli atti preparatori alle delibere. “Io e lui eravamo i soli a esplorare sistematicamente tutte le carte e a prendere minuziosi appunti, chini su quei faldoni in lunghe ore di lettura, finché gli uscieri ci sollecitavano a uscire”.

Comportamento che colpì anche il direttore del Giornale di Vicenza di allora (Brugnoli) “Ferrari obbliga sé e gli altri all’onestà”, complimenti non da poco se detto da chi avversava severamente i comunisti.

Nel 1958 venne eletto deputato a Roma sempre per il PCI.

Nel 1964 muore all’età di 42 anni nella seduta del Consiglio Comunale del 17 aprile.

Scintille di modernità

Ripercorrere quei tempi ha un sapore antico, quando anche piccole scelte potevano portare a ripercussioni profonde, quando bisognava stare O da una parte O dall’altra senza scelta intermedia che non fosse l’indifferenza.

Parlare di comunisti e democristiani oggi ha il colore seppia delle foto ingiallite.

Eppure due battaglie di Ferrari ci paiono moderne.

La prima la troviamo nell’ultimo discorso, quello interrotto dall’infarto. Con visione profetica anticipa di alcuni decenni gli istituti di decentramento amministrativo: i consigli di quartiere.

Dobbiamo creare in ogni quartiere la struttura della vita cittadina, perché a livello di quartiere si vedono meglio bisogni e necessità. (…) Nel suo ambito il comune deve operare fino a costruire e a rendere possibile  questa vita associata come un vasto colloquio, rendere più facili i consigli fra amministrazione e popolazione, giungere sino ai consigli di quartiere”.

La seconda riguarda il Parco Querini a Vicenza. Ad un certo punto l’Amministrazione Comunale di Vicenza portò avanti il progetto di lottizzare il parco.

Chi conosce Parco Querini capisce bene lo scempio. Eppure solo Francesco Ferrari e Lino Nicoletti si batterono contro questa lottizzazione. Vinsero quella battaglia e il parco fu salvo. Si dovette aspettare ancora qualche anno perché il parco divenisse pubblico.

parco querini

50 anni dopo

Lunedì a Vicenza il consiglio comunale ricorda la figura di Francesco Ferrari.

Ci ha offerto l’occasione per parlare di storia.

Ferrari commemorazione


NOTE

(1) La Scuola Normale Superiore di Pisa è una delle università più prestigiose d’Italia, difficile entrarvi perché è a numero chiuso e la selezione è durissima. Vi hanno studiato Enrico Fermi, Carlo Rubbia, Giovanni Gentile, Salvatore Settis, Carlo Ginzburg, … http://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_normale_superiore

(2) Il Movimento Sociale Italiano (MSI) fu un partito neofascista fondato nel 1946 da Giorgio Almirante. Rappresentava l’estrema destra mentre il PCI era il più importante partito della sinistra parlamentare.

(3) Mario Melloni (Fortebraccio) è un cattolico che partecipò alla resistenza come partigiano “bianco”. Dopo la guerra si iscrisse alla DC che abbandonò nel 1955 per aderire in seguito al PCI. Divenne penna graffiante dell’Unità (giornale del PCI) dove la sua satira colpisce l’ipocrisia dei politici con una critica molto efficace. Di sé scrisse un epitaffio ante mortem “Qui giace Mario Melloni (alias Fortebraccio) che trascorse una vita ad amare Indro Montanelli e non smise mai di vergognarsene”.

(4) Licisco Magagnato. Intellettuale vicentino, partecipa alla resistenza nel partito d’Azione. Scrive scritti su Palladio e sull’arte rinascimentale, diventa direttore del Museo di Verona. Abbina la sua riconosciuta competenza nella storia dell’arte all’impegno civile. http://archiviomagagnato.comune.verona.it/biografia.php 

meneghello(5) Luigi Meneghello. Il maggiore scrittore vicentino contemporaneo assieme a Rigoni Stern, la cui autorità letteraria si estende ben oltre l’ambito locale. A partire da “Libera nos a Malo” nel 1963, scrive una serie di saggi e racconti nei quali esplora la “lingua” vicentina e racconta in modo inimitabile il mondo nel quale è cresciuto. http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Meneghello

(6) Antonio Giuriolo. Brillante professore di lettere, fu emarginato dalla scuola per il suo rifiuto a prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista. Visse così di lavoretti precari. Animatore di un gruppo di giovani che cercavano in lui quegli sprazzi di cultura che non si poteva trovare nei testi ufficiali, divenne promotore della resistenza vicentina, morì nel 1944. http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Giuriolo

(7) Neri Pozza. Frequentò il liceo Pigafetta, ma non completò mai gli studi. Nel dopoguerra fondò la casa editrice “Neri Pozza Editore” che, seppur piccola, è una delle più prestigiose case editrici italiane. http://it.wikipedia.org/wiki/Neri_Pozza


APPENDICE

In ricordo di Francesco Ferrari (ovvero: come, quarant’anni fa, si diventava comunisti)

Mario Mirri

(Tratto dal libro Francesco Ferrari – Scritti e testimonianze, a cura di Luca Romano e Ferrer Visentini. Atti del convegno tenutosi a Vicenza il 10 novembre 1990)

Sono vissuto a Vicenza dal 1939 al 1949, dai 14 ai 24 anni; dopo, non ci sono più tornato.

Furono, quelli, gli anni della guerra voluta dal fascismo, della lotta antifascista, della guerra partigiana e di liberazione, della vittoria della repubblica e della democrazia; coincisero, per me, con gli anni del Liceo e dell’Università. Furono, dunque, gli anni più importanti, decisivi, per la formazione morale, intellettuale e politica, mia come di tutta una generazione. La mia amicizia con Francesco Ferrari nacque in questo contesto e ad esso mi rimanda il ricordo di lui. La nostra conoscenza cominciò al liceo classico “Pigafetta”: più giovane di lui, io frequentavo una classe precedente alla sua nella “famosa” (nel nostro ricordo) sezione B; e a favorire la nostra amicizia contribuirono l’insegnante di religione ed un Monsignore, autorevole e dal suo punto di vista, colto, del Seminario.

Gli anni del liceo sono gli anni che contano per la formazione di un giovane: anni di inquietudini, di ricerca di una propria identità e di una propria collocazione nel mondo, di grandi problemi.

Il liceo Pigafetta

L’ambiente del “Pigafetta” era allora piuttosto rigido, ma stimolante, con alcuni insegnanti di grande livello: in particolare gli insegnanti di filosofia e storia, il prof. Faggin nella sezione A e il prof. Dal Prà nella sezione B (il cui impegno, non solo didattico, ma anche di ricerca personale e di elaborazione scientifica, si sarebbe espresso appieno negli anni successivi), esercitavano un fortissimo influsso sugli studenti. Il che non impediva ad alcuni (a Ferrari e a me) di pensare che la maggior parte dei nostri compagni vivessero la loro giovinezza in maniera alquanto dispersiva, senza porsi le grandi domande: ci sembrava strano, che così pochi di loro avvertissero come la società, in cui vivevamo, fosse dominata dalla tendenza a muoversi lentamente e piattamente, con l’unico obiettivo o di conservare o di ricercare comodità e benessere; ci appariva veramente privo di senso l’insieme dei comportamenti di quanti vivevano e agivano meccanica-mente, ripetitivamente, lungo binari obbligati; non ci riusciva di comprendere come potessero essere così numerosi coloro, i quali non avvertivano mai lo stimolo a chiedersi che cosa potesse dare un senso al vivere, che cosa dovesse essere fatto per affrontare il dolore e il malessere, che cosa potesse essere intrapreso, e da chi, per combattere le ingiustizie. Moralismo, esigenza di grandi valori, aspirazione a darsi uno scopo, di là dal quotidiano: atteggiamenti diffusi fra i ragazzi dai 14 ai 16 anni e che rimangono dominanti, sebbene divenuti più maturi, anche negli anni successivi.

Eppure si tratta di bisogni reali, ai quali occorre che sia data risposta, dalla famiglia, dalla scuola, dalle associazioni, dalle istituzioni; e succede di frequente che la risposta, a quella età, sia trovata in un forte impegno e fervore religioso. Succede, e così era stato per noi, che da pratiche religiose accettate per consuetudine e con indifferenza, a 14 anni si possa passare ad una religiosità profonda, intimamente sentita, come tentativo di dare soddisfazione a questo bisogno di valori. La Chiesa conosce bene, con la sua lunga esperienza, questi problemi e cerca di predispone gli strumenti adatti a darvi risposte adeguate: a Vicenza, dal suo grande, ricco, ben stabilito ed organizzato Seminario, alcuni ecclesiastici ed insegnanti si impegnavano a seguire, in particolare, anche gli allievi dei Licei cittadini, cercando di stabilire dei contatti, di avviare consuetudini di colloquio, di discussione, di “assistenza spirituale”.

Spinti dalle medesime esigenze, frequentando gli stessi “assistenti spirituali”, Francesco Ferrari ed io vivemmo un periodo di grande fervore ed anche di proselitismo morale e religioso fra i nostri compagni. Conoscemmo Antonio Pellizzari, del Liceo Scientifico, che viveva le stesse ansie: una volta alla settimana ci si riuniva, nella sua villa di Arzignano, dove si discuteva appassionatamente; poi lui suonava musica classica al pianoforte (suonava molto bene, con grande foga e passionalità), mentre la signora ci faceva servire dalla cameriera il tè con i pasticcini.

L’età dei dubbi e della ricerca

Ma erano molto più importanti i rapporti che avevamo stabilito con i nostri compagni del liceo “Pigafetta”: l’impegno nel proselitismo religioso si era subito trasformato nella abitudine alla discussione sui grandi problemi morali e sulle grandi interpretazioni del mondo, stimolata e arricchita dalle lezioni di filosofia dei nostri professori. Dominava, comunque, il bisogno di trovare, negli orientamenti ideali da assumere, un’indicazione sul senso della vita e insieme una guida al comportamento.

La società, le consuetudini, le istituzioni, venivano investite da queste discussioni; il bisogno di giustizia (di fratellanza, poi di eguaglianza, e quindi di lotta al malessere diffuso) emergeva sempre più prepotentemente come problema centrale.

Divenne inevitabile confrontarsi anche con i problemi politici, arrivando ai primi tentativi di valutare le strutture e le giustificazioni ideologiche del regime fascista dominante, e cercando di analizzare il rapporto fra le istituzioni imposte e l’assetto sociale prevalente. Quelli di noi, che avevano avuto la fortuna di essere cresciuti in ambienti familiari rimasti impermeabili al fascismo (io ero fra questi; di Francesco non vorrei sbagliarmi, mi sembra di ricordare che si possa diro lo stesso) erano più disponibili alla critica politica e sociale.

La guerra, e le giustificazioni della guerra, ci sembravano, ormai, un’assurdità; il regime fascista o il “nuovo ordine”, che si voleva imporre all’Europa, la più sfacciata sanzione dell’ingiustizia e un enorme strumento di sfruttamento. Eppure, qualcosa di importante ancora ci sfuggiva; perché si andava, in realtà, alla ricerca, al di là della critica politica e sociale, di idee utilizzabili nella pratica, di orientamenti generali capaci di divenire guida per l’azione.

Allora, a Vicenza, c’erano già alcuni (pochi) che, in gruppi riservatissimi, si ponevano, con altra cultura e sulla base di orientamenti generali più laici, problemi analoghi, politici e sociali: studenti universitari o giovani laureati, per i quali il nesso “cultura e vita morale”, si traduceva in impegno politico e in aspirazione ad una società diversa.

Intellettuali in nuce

Di questi, trovò il contatto con noi (e noi trovammo il contatto con lui) Licisco Magagnato, di qualche anno più avanti di noi negli studi (era già studente universitario), fin da allora grande suscitatore di entusiasmi e di energie intellettuali; amico di Gigi Meneghello, in contatto con Enrico Niccolini e con Antonio Giuriolo, ci mise in rapporto, un po’ alla volta, con questo gruppo di giovani e meno giovani.

Spiccava, fra tutti, la personalità di Giuriolo, che a noi apparve subito fra le più colte della Vicenza di allora. Dotato di una finissima sensibilità e di una ricca cultura letteraria, ma anche di vivi interessi storici, riteneva che una indicazione, sul modo di appropriarsi di una cultura che divenisse anche praticamente valida, fosse ricavabile dall’idea crociana del nesso fra “cultura e vita morale”. Ma a noi, intanto, apparve come l’uomo che, accanto alla grande cultura, mostrava una totale disponibilità al dialogo, e un carattere dolce e comprensivo, assolutamente generoso: qualcosa di mezzo fra un confessore laico e un libero conversatore peripatetico, di modello socratico. Sicché, al di là di una indubbia propensione laica e storicistica, egli ci risultava, soprattutto, attento e disponibile a letture filosofiche e storiche aperte su un ampio spettro di esperienze culturali e, persino, non insensibile a orientamenti di religiosità laica.

Quasi inavvertitamente, e sul suo esempio, ci avviammo anche noi a esplorazioni culturali più varie: anche alla lettura di Croce, certo, ma anche di qualche volume della collana di “Storia universale della filosofia” dei Fratelli Bocca editori (per esempio, il Kant e lo Hegel di Piero Martinetti) o degli Elementi di un’esperienza religiosa di Aldo Capitini; Magagnato, contemporaneamente, ci consigliava piuttosto Einaudi (e la sua “Rivista di storia economica”) o Laski, nelle recenti traduzioni Laterza.

Anche per questo, quando il primo, lettore e commentatore attento della Storia del Risorgimento italiano dell’Omodeo, indicava come sempre leggibile Mazzini, il secondo einaudianamente, preferiva indicare Cattaneo.

In ogni caso, occorre aver fatto queste letture sotto il regime fascista e in ambiente dominato dalle idee e dalle interpretazioni fasciste, per avvertirne tutto il significato e la forza di rottura.

Esperienze culturali più varie; ma l’influsso di Croce divenne sempre più dominante. Anche al Liceo, il professore di filosofia ci sembrava che stesse vivendo una evoluzione dello stesso tipo: si vedeva chiaramente che Mario Dal Prà, di formazione cattolica anche lui (non so se ancora cattolico quando ce lo eravamo trovati come insegnante della “sezione B”) andava ora rapidamente assorbendo elementi fondamentali dello storicismo crociano.

Quanto a Giuriolo, che ormai avevamo preso l’abitudine di incontrare con una certa frequenza, era evidente che egli si preoccupava di dare, essenzialmente, indicazioni di lettura, di fornire, con questo, strumenti, capaci di dare risposte alle domande, che noi continuamente ponevamo; cercava, insomma, di conservare, sempre, la più ampia disponibilità al dialogo, sulle basi di una larga tolleranza, culturale e intellettuale. Ma se, su di un fondo di tranquilla riservatezza, egli appariva sempre deciso a ritrarsi in una critica sospensione di giudizio ogni volta che una qualunque discussione rischiasse di piegarsi nel senso di far emergere la sensazione di una possibile pressione ideologica da parte sua, noi, tuttavia, ci rendevamo chiaramente conto che le sue scelte, le sue convinzioni più profonde, le stesse risposte, che poteva dare alle nostre domande, presupponevano, comunque, un’orientamento generale storicistico, di tipo idealistico e crociano. Tutto questo fermento era ben avvertito, e seguito con attenzione, dai “padri spirituali” del Seminario; oramai, anzi, se ne preoccupavano decisamente, e, in particolare, non approvavano che le nostre discussioni avessero investito i temi politici e sociali.

Con prontezza, e con abilità, essi cercavano di evitare ogni discorso sul regime fascista dominante; evidentemente la gerarchia, soprattutto quella vicentina, nonostante la guerra si delineasse sempre più un insuccesso, non doveva essersi ancora convinta della opportunità di un distacco e di un abbandono delle alleanze finora accettate. Toccare le “questioni sociali”, poi, sembrava pericoloso: la solidarietà o la carità dovevano convivere con il più sicuro rispetto del sacro diritto di proprietà.

Croce censurato

Quanto alle questioni più generali, Croce era un autore condannato, la lettura delle sue opere doveva essere evitata. Ad un certo punto, a Francesco Ferrari e a me (e a qualcun altro dei nostri compagni di Liceo) si arrivò a sconsigliare apertamente di frequentare Antonio Giuriolo: si sottolineava come fosse persona pericolosa, nel senso che avere contatti con lui poteva essere compromettente. Egli, infatti, non aveva mai accettato la tessera fascista e per questo viveva appartato, con poche persone che lo frequentassero: non poteva, in quanto non iscritto, insegnare nelle scuole pubbliche e viveva modestamente di lezioni in una scuoletta privata laica. Ci avvertirono di evitare, in particolare, riunioni in cui si discorresse di politica in più persone, perché, se la cosa fosse stata risaputa dalla polizia o qualcuno avesse fatto la spia, avremmo corso il pericolo di essere denunciati o direttamente arrestati.

Intanto, l’autorevole e colto Monsignore del Seminario si decise a passare di persona dalla libreria centrale di Vicenza (la libreria Galla), per porre termine allo scandalo delle Opere di Benedetto Croce, che, nella inconfondibile edizione Laterza, facevano troppo bella mostra di sé proprio in vetrina.

La “disubbidienza” di Francesco Ferrari e mia, non solo all’autorevole Monsignore, ma più in generale al mondo degli amici coi piedi per terra e delle persone sagge e per bene, cominciò qui. Francesco aveva i suoi orientamenti e i suoi gusti: le sue convinzioni religiose erano radicate, ma questo più aperto mondo di cultura e di idee lo attraeva.

Antonio Giuriolo

Egli, che era, già allora, lettore squisito di Petrarca e di Leopardi (aveva avvertito subito la comparabilità delle due sensibilità e delle due esperienze letterarie), era fortemente impressionato dalla grande sensibilità letteraria di Antonio Giuriolo: ma poi era altrettanto interessato alla sua cultura e a quel suo modo, finalmente concreto, di concepire e di vivere il nesso fra cultura e vita morale, che si protraeva fino nell’impegno politico.

Ci accorgemmo, a poco a poco, che fili sottilissimi passavano per le mani di Giuriolo: a Vicenza, conosceva certamente, lui che proveniva da una vecchia famiglia socialista, gli esponenti ancora vivi del vecchio partito socialista (Luigi Faccio e Marcello De Maria, per esempio), da tempo isolati e chiusi in sé, per nulla politicamente attivi, testimonianza evidente della crisi, che aveva investito ogni forma immediatamente collegata alle grandi tradizioni socialiste prefasciste e reso improponibile una qualunque loro partecipazione alla lotta antifascista.

Non aveva rapporti, evidentemente, con il mondo dei cattolici, che, del resto, restava ancora indisponibile ad ogni discussione, stretto intorno ad una gerarchia, che diffidava, come si è visto, di qualunque accenno alla politica; solo una volta, e più tardi (dopo il 25 luglio, forse?), quando ci si chiedeva se si fosse potuto trovare un esponente cattolico disponibile ad un incontro di rappresentanti di forze antifasciste, gli scappò detto: “si sarebbe potuto provare con un giovane professore, di una famiglia di antiche tradizioni cattoliche, un certo Mariano Rumor; ma ora è militare”.

Anche per questo, in una situazione di rare occasioni di incontri e di collaborazioni possibili, egli preferiva frequentare, in Vicenza, altri giovani, appartati, come lui, o che stavano o si tenevano fuori da ogni gioco, chiaramente “non inseriti” (si direbbe oggi), come Antonio Barolini e Neri Pozza. Ma i fili, che teneva, lo collegavano piuttosto con Firenze, con Pisa, e con quella cella campanaria del comune di Perugia, dove si era ridotto Aldo Capitini: di laggiù arrivava, talvolta, qualche messaggero, prudente, che lui ospitava; altrimenti Enrico Niccolini faceva viaggi verso l’Italia centrale, riportando notizie, orientamenti, suggerimenti. L’idea era che la lotta politica contro il fascismo e la ricostruzione politica post-fascista potessero avvenire soltanto per mezzo di forze politiche “nuove”, non esauritesi insieme al vecchio mondo liberale, nel quale era maturato anche il fascismo. Insomma, si guardava alle esperienze di “Giustizia e Libertà” e, ultimamente, ai nuovi orientamenti del “liberalsocialismo”. Non so se, a Vicenza, Giuriolo conoscesse esponenti di quell’altra forza “nuova”, che era il Partito comunista; dei comunisti e dell’Unione Sovietica parlava poco, ma se ciò talvolta accadeva, ne parlava con grande curiosità e ammirazione e insieme con grande distacco, come di esperienze radicalmente “diverse”, che non ci potevano riguardare. Il suo atteggia-mento era lo stesso che si può ora riscontrare ne I piccoli maestri (v. p. 51 o p. 82) di Gigi Meneghello (e certamente anche questo viene da Giuriolo), ogni volta che si racconta un incontro con gruppi di comunisti (seri, disciplinati, organizzati, attivi e pratici, “popolani”, ma “diversi” da noi, giovani studenti e figli di piccoli borghesi). Il problema centrale della “libertà”, così come era avvertito all’interno di una cultura storicistica di tipo idealistico, alimentava questo distacco.

Il Partito d’Azione

Insomma, quando, fra la primavera e l’estate del 1942, si cominciò a organizzare clandestinamente, anche a Vicenza, il Partito d’Azione, noi eravamo pronti a diventarne il primo nucleo attivo. Francesco Ferrari, tuttavia, non seguì tutta la nostra esperienza di lotta clandestina. Nell’estate del ’42, superata la maturità, aveva subito seguito un’indicazione che era venuta da Giuriolo: a Pisa c’era la Scuola Normale, una istituzione prestigiosa, quanto di più stimolante e di formativo potesse essere offerto ad un giovane, desideroso di allargare, e rendere solida e produttiva, la sua cultura; secondo le informazioni, che poi ci passava a bassa voce Niccolini, fra i docenti della Scuola Normale c’erano anche Delio Cantimori e Cesare Luporini, i quali univano, ad un impegno scientifico di altissimo livello, anche un orientamento schiettamente antifascista. Francesco vinse il Concorso di ammissione alla Scuola Normale e si trasferì a Pisa per l’anno 1942-43; fu un anno “buono”, quello, per la Scuola Normale: vinsero il concorso per la classe di lettere, insieme a Ferrari, alcuni, che sono oggi divenuti fra i più qualificati italianisti, universitari e no, da Dante Della Terza, ora professore a Harward, a Luigi Blasucci, professore a sua volta alla Scuola Normale, a Giulio Bollati, uno dei primi dirigenti della Casa Editrice Einaudi.

Non ho saputo molto dell’impatto con il nuovo ambiente, con quel modo severo di studiare, con i nuovi compagni ed amici. Quando ci ritrovammo a Vicenza nell’estate del 1943, gli avvenimenti ormai incalzavano: il 25 luglio, una attività politica frenetica quasi alla luce del sole, e poi 1’8 settembre.

Con la fine ingloriosa del regime e poi la fine indecorosa della guerra, ci si avviava a sperimentare le vie della ripresa, attraverso i primi tentativi di organizzazione politica e militare: i primi comitati antifascisti, con collegamenti avviati attraverso tutta la provincia di Vicenza, e poi il sostegno ai primi gruppi armati e successivamente alle prime formazioni partigiane di montagna. In quella situazione, con l’occupazione tedesca al Nord, col ricomparire di un governo e di un esercito fascista (“repubblichino”), mentre gli eserciti alleati risalivano lentamente, dal Sud, la penisola, né Francesco Ferrari ritenne possibile tornare a Pisa (verso Sud), né io, che avevo a mia volta conseguito la maturità, ritenni fosse quello il momento di presentarmi al concorso di ammissione alla Scuola Normale.

Partecipammo, invece, ciascuno secondo le sue forze e possibilità, a questa nuova fase di lotta antifascista attiva e alla guerra di liberazione. Francesco soffriva di cuore; una malattia, che lo aveva colpito da bambino, gli aveva procurato una miocardite reumatica (o di origine reumatica), che gli aveva concesso anche di trascorrere dei periodi sereni, di più normale attività, ma che in altri periodi si presentava riacutizzata: lo vedevamo allora indebolito, vittima di una grande spossatezza, nella condizione di dover evitare qualunque affaticamento, pena i gravi rischi, che poteva correre nelle improvvise crisi, che di tanto in tanto lo colpivano.

Per le sue condizioni di salute, dunque, in contraddizione con il suo temperamento, con i suoi entusiasmi e con la sua insistente volontà di fare, Francesco Ferrari non era in condizione di affrontare qualunque tipo di vita rischiosa o qualunque fatica; ed è certamente una conseguenza di questa contraddizione quanto avvenne, vent’anni fa, sui banchi del Consiglio Comunale di Vicenza, quando fu colpito all’improvviso da una di quelle sue crisi di cuore, questa, purtroppo, decisiva. Così, in questo periodo, Francesco dovette accettare alcune limitazioni: rimase a casa, dai suoi, a Piovene Rocchette, tenendo di qui i contatti con noi e collegandosi, di qui, alla organizzazione politica e militare della resistenza che andava via via distendendosi per tutta la provincia di Vicenza. Egli curò l’organizzazione territoriale nella sua zona, mantenendo i collegamenti con tutti i piccoli gruppi costituiti nei paesi vicini, fornendo appoggio ai gruppi armati, quando scendevano giù per qualche azione in pianura, curando l’invio di informazioni e di viveri alle formazioni di montagna, soprattutto a quelle stabilite sull’Altopiano di Asiago.

Se non poté, come altri, salire in montagna, affrontando i disagi della vita nelle bande, diede tuttavia un contributo prezioso nelle organizzazioni di base, rischiando come gli altri ed impegnando tutte le energie di cui disponeva.

La Scuola Normale

Sebbene il suo fisico avesse risentito, come si può immaginare, di questo ultimo periodo di guerra e dell’impegno nella lotta di liberazione, Francesco Ferrari si pose, subito dopo la liberazione, il problema della ripresa degli studi interrotti; tornò a Pisa e vi trascorse tutto l’anno accademico 1945-46, portando avanti il suo programma di lavoro e gli esami. Quel poco, che posso ricostruire di questo periodo, dipende essenzialmente da qualche racconto suo, di vita normalistica, e di qualche ricordo dei suoi compagni, soprattutto colpiti dalle sue non buone condizioni di salute. Certamente, in questo periodo, egli approfondì i suoi interessi per la letteratura italiana, profittando dell’insegnamento di quella figura prestigiosa, che era allora Luigi Russo, “maestro” indiscusso delle nuove generazioni, in quegli anni di rinascita, all’Università di Pisa, il quale teneva anche un Seminario alla scuola Normale. Di questa, anzi, Russo era stato nominato anche direttore. Di formazione crociana, antifascista, anche lui, come Adolfo Omodeo, aveva aderito al Partito d’Azione; e intanto, più in generale, andava sviluppando quel suo modello di critica letteraria e di azione culturale che, ricollegandosi all’insegnamento di Francesco De Sanctis, intendeva sottolineare il valore dell’impegno civile del letterato.

La rivista “Belfagor” fondata, allora, insieme ad Adolfo Omodeo e destinata subito ad esercitare un forte influsso su diversi strati di persone colte, rivendicava soprattutto la funzione della cultura, mai viva e reale se non si traducesse in vita morale e non guidasse l’intellettuale all’assunzione di precise responsabilità civili e sociali.

C’erano tutte le condizioni perché Luigi Russo accogliesse subito con entusiasmo le riflessioni e la lezione di Antonio Gramsci, non appena inizierà quel recupero e quella valorizzazione dei suoi “Quaderni del carcere”, che inciderà così profondamente nella vita culturale italiana di quel dopo-guerra; e non sarà certo un caso se, dalla crisi del Partito d’Azione, egli uscì in una posizione di sinistra, indipendente politicamente, ma via via sempre più disposto a collaborare con le iniziative del Partito Comunista.

Degli altri docenti della Scuola Normale e dell’Università di Pisa, Francesco Ferrari aveva seguito, con particolare attenzione, da un lato Giorgio Pasquali, con le sue rigorose lezioni di filologia, e, dall’altro, quelli che giustamente ci erano stati indicati fin dal periodo clandestino, Delio Cantimori e Cesare Luporini, l’uno storico e l’altro filosofo, ma egualmente severi nell’indicare i modi di un uso filologicamente corretto delle fonti e dei testi. Alla fine della guerra, gli ultimi due erano risultati chiaramente di orientamento marxista e politicamente comunisti; e si erano impegnati, in prima persona, in quella altra grande iniziativa culturale e scientifica del dopoguerra, che fu la rivista “Società”, di orientamento, appunto, sempre più esplicitamente marxista. In ogni modo, in un contesto così ricco e così stimolante, fra la filologia prudente di Cantimori e le forti intuizioni di Russo caricate di significati generali, morali e politici, anche per consonanza di tempera-mento, Francesco Ferrari si orientò preferibilmente verso il secondo; e a lui chiese la tesi di laurea, su quel suo tema sempre accarezzato, sul Petrarca.

Tuttavia, per lui, la vita a Pisa, all’interno della Scuola Normale, con tutto l’impegno, ed anche lo sforzo fisico, che richiedeva (soprattutto in un periodo di difficoltà economiche, in cui anche i rifornimenti per la mensa non erano abbondanti) risultò eccessivamente pesante. Le sue crisi di cuore ricomparivano, la stanchezza, spesso, lo sopraffaceva. Ottenne, per l’anno successivo, un permesso per salute; poi, sempre per motivi di salute e senza perdere il diritto al titolo, la possibilità di proseguire gli studi trattenendosi per lunghi periodi a casa e venendo di tanto in tanto a Pisa quando le sue forze glielo permettevano.

Ma, finiti gli esami, dovette impegnarsi più intensamente e più continuativamente nel lavoro per la tesi di laurea; e fu alloggiato, di nuovo, in Normale. Mi sembra di ricordare che fosse l’anno 1948-49. Io, dopo essermi laureato in filosofia, a Padova, nel marzo 1948, avevo concorso per un posto di perfezionamento in Storia alla Scuola Normale ed ero stato ammesso per l’anno 1948-49 (rimasi, poi, molto avventurosamente, e con scarsi mezzi, a Pisa, per concludere il lavoro intorno alla tesi di perfezionamento, che intendevo discutere con Delio Cantimori).

Ci ritrovammo, così, a Pisa.

Perché non affaticasse il cuore, gli avevano dato una bella camera, al piano terra e qui, lui, lavorava con impegno. Ma si accorse presto che il suo fisico non lo avrebbe sostenuto in quelle condizioni e a quel ritmo di lavoro. I medici gli consigliavano l’aria di mare, che lo avrebbe aiutato a sostenere il cuore; e lui cercò a Nervi, in quella località della riviera ben soleggiata e particolarmente protetta dai venti e dal freddo, dove trovò una pensione molto tranquilla, in una stradina tra il verde, vicino al mare.

I suoi compagni di studi ed io, complice il Direttore della Biblioteca della Scuola Normale, facemmo modo che, da Pisa, gli arrivassero lì diverse casse di libri, gran parte della bibliografia, di cui poteva aver bisogno per la sua tesi. Francesco cercava di non stancarsi: lavorava rimanendo il più possibile disteso sul letto e facendo entrare dalla finestra l’aria di mare nelle ore più calde. Quando cominciò ad aver bisogno di mettere per iscritto le sue idee e di stendere poi ordinatamente il suo lavoro di tesi, trovò una fanciulla, giovane, gentile, paziente, scrupolosa, che gli scriveva a macchina sotto dettatura.

Quella fanciulla divenne poi sua moglie: certo, senza di lei, concludere quella tesi sarebbe stato impossibile. Il lavoro, tuttavia, che da tempo egli si era proposto (uno studio sul Petrarca, sulla sua cultura e la sua sensibilità letteraria, sulle sue scelte poetiche), gli era apparso, in quegli ultimi mesi, più complicato del previsto.

Gramsci e Petrarca

Con gli orientamenti, che lo avevano sempre guidato, Francesco Ferrari si trovava a dover conciliare una forte ammirazione per il poeta e l’uomo di lettere con un giudizio storico sull’intellettuale e i modi della sua partecipazione alla vita civile e politica del suo tempo; e gli stimoli, che gli venivano dall’insegnamento di Luigi Russo, lo inducevano a non trascurare proprio questi ultimi elementi, nel tentativo di un giudizio critico, che approfondisse l’analisi delle scelte e dei risultati ottenuti sul piano letterario utilizzando anche il criterio della sostanziale moralità di ogni vera forma di cultura e della responsabilità civile dell’intellettuale. Ora, poi, questa linea di approccio al problema, gli era apparsa necessitare di ulteriori riflessioni, in presenza di quel ricco complesso di interpretazioni e di discussioni, che aveva sviluppato Antonio Gramsci e di cui egli andava avvertendo il forte influsso.

Dopo le Lettere dal carcere, uscite nel 1947, erano comparsi, in rapida successione, fra il 1948 e il 1949, da Einaudi, i primi volumi delle Opere di Gramsci, tratti dai “Quaderni del carcere” secondo la riorganizzazione tematica suggerita da Togliatti: oltre a Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, stampato nel 1948, e a Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, uscito agli inizi del 1949 (ma finito di stampare nel novembre 1948), Francesco Ferrari aveva certamente potuto leggere Il Risorgimento, finito di stampare nel febbraio 1949, e successivamente anche le Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno, finito di stampare nel dicembre 1949. Anche lui era rimasto vivamente impressionato da una così organica impostazione (sebbene continuamente riproposta ed esemplificata in una fitta serie di osservazione e di analisi particolari), nella quale, oltretutto, sembravano ulteriormente sviluppati e discussi problemi, che lo ave-vano angustiato da sempre: in particolare, la tesi di Croce sul nesso fra cultura e vita morale e le riflessioni di Russo sulla “moralità” del letterato venivano da Gramsci reinterpretate (attraverso l’idea della “politicità” della filosofia e della sostanziale equivalenza di filosofia, ideologia e cultura) nel senso dell’impegno civile e sociale degli intellettuali e risolte con l’indicazione delle responsabilità anche politiche degli uomini di cultura. Secondo una linea desanctisiana, la storia della cultura italiana (ma qui, più articolatamente, era la storia degli intellettuali, e quindi della diffusione di idee e di orientamenti intellettuali a diversi livelli e fra diversi strati sociali, anche per le funzioni assolte dalle istituzioni culturali) era ripercorsa in parallelo con la storia della società italiana dal Medioevo al fascismo; e il criterio univoco di interpretazione di tutto questo lungo processo storico era dato dalla ricerca delle possibilità presentatesi, nel lungo periodo, per la formazione nella penisola di uno Stato moderno e progressivo, cioè fondato sullo sviluppo di una borghesia matura, in grado di affidarsi alla direzione politica di uno strato di intellettuali capaci di esprimere tutte le esigenze di una società “organica”. Con una borghesia “matura”, in condizione di porre se stessa come la rappresentante della nazione tutta, la direzione politica degli intellettuali avrebbe dovuto e potuto esprimere istanze generali e quindi “popolari”: il mito di una cultura “nazionale-popolare”, ed il giudizio sugli intellettuali dal punto di vista del loro impegno e della possibile funzionalità delle loro idee a soluzioni politiche avanzate, percorreva tutte le pagine di Gramsci.

Egli riteneva che una società borghese avanzata fosse la condizione ottimale per l’apertura di una fase storica nuova, di una lotta di classe più determinata, da parte del movimento operaio, in vista del superamento delle contraddizioni che, comunque, anche la società borghese non poteva non riproporre. Il fatto è che, nel quadro che Gramsci era venuto ricostruendo, appariva in primo piano (e in contrasto con quelle possibili aspettative) la consapevolezza di un anticipo di sviluppo borghese in Italia, ma anche, del suo carattere corporativo, e quindi di un mancato sviluppo borghese “avanzato”: l’analisi del processo storico, che si era in concreto attuato nella penisola, diveniva la constatazione di come, qui, non si fosse verificato quanto era stato pure intuito o presupposto sul piano della “possibilità” storica.

Sicché, in seguito al mancato sviluppo della borghesia medievale, era da riconoscere una lunga fase di arresto della società italiana, l’inizio di una decadenza avvertibile forse già nel ‘300, certamente ormai chiara nel ‘400 e nel ‘500. Era a questa fase e a questa decadenza, che avevano corrisposto forme di cultura (come l’Umanesimo e il Rinascimento), elaborate da intellettuali ormai non più impegnati e distaccati da un qualunque contesto nazionale-popolare; e se, da un lato, essi erano rimasti per lo più assai lontani dal manifestare una concreta e progressiva sensibilità politica, dall’altro essi avevano piuttosto fatti propri orientamenti ideali più compatibili con quelle forze sociali che si erano affermate sul fallimento storico della “borghesia” (e che dava-no alla società italiana il sapore di un ritorno al feudalesimo), adattandosi successivamente, al dominio duro e regressivo della Chiesa cattolica controriformistica.

È chiaro che, all’interno di una simile impostazione, la cultura, la sensibilità, il mestiere di letterato del Petrarca, “umanista” o “preumanista”, ne avrebbero ricevuto di riflesso una interpretazione tutta in negativo. Del resto, proprio in questa direzione si muovevano alcuni accenni di Gramsci, che si potevano cogliere nelle prime pagine del volume Il Risorgimento; eppure proprio queste pagine, questa specie di lunga premessa, intessuta con tutta una serie di giudizi sull’Umanesimo (e su Riforma e Rinascimento), sembravano scritte apposta per catturare l’interesse di Francesco Ferrari e per sollecitarne l’adesione, giocate come erano su un forte giudizio “in negativo” su quelle forme di cultura che, abbandonato ogni fondamento nazionale e popolare, restavano incapaci di dare un contributo reale allo sviluppo civile e politico del proprio paese. È anche vero che, su questa linea, esse mettevano in crisi tutta la sua precedente riflessione sul Petrarca e quindi tanta parte del lavoro effettuato a suo tempo.

La laurea

Francesco, nella sua tesi di laurea, riuscì a uscire da queste contraddizioni: egli si sforzò di dimostrare come quella raffinatissima cultura, quel mestiere elaborato di poeta, quella sottile sensibilità “privata” fossero proprio il segno e la conseguenza di un “distacco” ormai consumato. Un uomo di lettere come il Petrarca, apparentemente tanto più ricco e disponibile di altri, in realtà andava chiudendosi in sé, senza elaborare miti, idee, valori capaci di riversarsi nel mondo circostante e nella sua società; andava piuttosto definendo i tratti di quel puro “cosmopolitismo”, di un intellettuale, cioè, che era il tipico rappresentante di una età in una fase di arresto, di una decadenza che si annunciava ormai drastica e duratura. Che questa fosse l’impostazione giusta, da cui partire, e questa la soluzione più accettabile, non tocca a me dire; è certo che questa conclusione ebbe una importanza decisiva, nella pratica, per Francesco Ferrari, il quale ne trasse tutte le conseguenze.

Ritorno a Vicenza

Tornò a Vicenza, nella convinzione che il posto dell’intellettuale fosse là dove egli potesse assolvere ad una funzione positiva e progressiva nella società; dal nesso di cultura e vita morale, dall’idea della moralità dell’uomo di lettere e della inevitabilità del suo impegno quando la sua cultura fosse viva, egli arrivava ora all’idea della “politicità” della cultura e della necessità, per l’intellettuale, di assumere responsabilità dirette, nel tentativo di farsi “intellettuale organico”.

Poiché io rimasi a Pisa, non lo vidi più molto spesso: ma lo incontrai, subito, comunista e, assai presto, impegnato direttamente nel Partito, con compiti organizzativi e di direzione. Fu il suo modo di tentare di rendere utile e progressiva la sua cultura e di sperimentare le condizioni di un “intellettuale organico”.

Il punto di passaggio, per lui, come per molti in quella stagione, era stato dunque Gramsci; ma è da pensare che, decisivo, non fosse stato soltanto lo scioglimento, che questi aveva offerto, di un problema, sia pure così urgente quale quello del significato della cultura e della responsabilità dell’intellettuale. Poiché, certamente, Francesco aveva trovato, come tanti altri di noi in quella stagione, una risposta ad un’altra contraddizione, quella derivante dall’immagine dei comunisti, che anche Giuriolo ci aveva trasmesso e che rimaneva ora ne I piccoli maestri di Meneghello, come ho già detto: seri, bravi, onesti, attivi, pratici, realizzatori, ma distanti da noi, quasi provenienti da un altro mondo e da un’altra cultura. Con Gramsci questa immagine non era più possibile: e i comunisti risultavano, anzi, espressione reale della nostra società, il punto di arrivo di una storia nazionale contrastata, l'”intellettuale collettivo”, che, risolvendo ogni contraddizione del passato, poteva mettersi in condizione di dare finalmente organicità e compattezza alla vita nazionale. I co-munisti non potevano più apparire distaccati, lontani, estranei: essi, anzi, risultavano chiaramente emergere da tutto il lontano processo di svolgimento della società nazionale, riappropriandosi (verificandole finalmente nella pratica) di tutte le tendenze più avanzate della nostra tradizione culturale e intellettuale.

4 thoughts on “Francesco Ferrari

  1. Grazie…
    Ignoravo del tutto la storia di questo nostro concittadino di così alta (e rara) levatura intellettuale e morale. Peccato per la sua prematura dipartita, sarebbe forse potuto essere il nostro Meneghello…
    In ogni caso fa molto piacere sapere che sia vissuto…

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  2. Più che un ricordo, questa è una biografia chiara e meditata di una persona che pochi a Piovene ricordano.
    Se la merita, certamente, e la sorella Emilia che più di tutti ha conservato queste memorie, sa bene quanto i valori di suo fratello fossero il risultato di un’intelligenza eccezionale e di una onestà morale di alto livello.
    L’intitolazione della via a Francesco Ferrari, deliberata dalla 1^ amministrazione di Ernesto Panozzo (che conosceva bene Ferrari), ha contribuito a non far dimenticare questo piovenese colto e modesto.
    GRAZIE di questa ottima rievocazione.
    Pino Toniolo

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  3. Bellissimo. Per fortuna ci siete voi a ravvivare la vita del ns. paese. Leggo sempre con grande piacere ed attenzione ciò che pubblicate. Bravissimi , e grazie.

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