Home

Il tempo

E il tempo, col tempo, passa sempre più presto.

Quand’eravamo bambini, non passava mai. Un giorno, allora, era un piccolo anno.

La sera, mettendoci a letto, andavamo verso un periodo d’ignoto, che si perdeva nelle tenebre del futuro. Quanto tempo divideva una domenica dall’altra! Le vacanze estive erano un’epoca della vita. Quando rientravamo a scuola, s’aveva l’impressione che non ne saremmo usciti più. La fine dell’anno scolastico era inafferrabile tanto pareva lontana, e un anno ci spaventava, tanto pareva lungo a passare.

calendarioPoi il tempo ha preso l’abitudine di andare sempre più veloce. Le stagioni sono cominciate ad esser sempre più brevi. Il numero ordinale degli anni ha cominciato a non restare impresso indelebilmente, come i numeri degli anni di quando eravamo bambini.

Sono passati dei numeri senza lasciar traccia. Spariti. Dove eravamo, in quell’anno? Il suo numero ordinale suona ancora nuovo al nostro orecchio. Eppure dobbiamo averlo scritto spesso nelle date delle lettere. Evidentemente, l’anno è finito prima che il suo numero ci si imprimesse nella memoria. Diventati adulti, il tempo vola addirittura. Un anno ci spaventa non più per quanto è lungo, ma per quanto è breve. Le stagioni non fanno in tempo a cominciare, che già finiscono. Viste e non viste.

Ci càpita di provare una stretta al cuore, perché è finita l’estate; ma subito proviamo una stretta al cuore, pensando che, cominciato l’autunno, l’inverno è già mezzo finito. Il tempo vola, e noi dietro ad arrancare, col cuore che ci si stringe.

Che cos’è, oggi, una giornata, una settimana? Non si fa in tempo a pagare i conti d’un mese che già si debbono pagare quelli del mese successivo. “Lo faremo l’anno venturo”, dirlo è, oggi, una cosa semplicissima. Ma, da bambini, una frase simile ci sembrava: “Lo faremo in un’altra vita”. E ogni tanto ci accorgiamo con sorpresa che sono passati otto, nove o dieci anni, da un avvenimento che ci sembra di ieri. Questa è anche la ragione per cui i baffi ci mettono tanto tempo a spuntare e i capelli fanno così presto a cadere. Il primo capello bianco si scopre sempre quando uno meno se lo aspetta.

Bambini, gatti e l’Uomo Nero

gattoI bambini hanno una predilezione per tirar la coda à gatto. Credo che essi sieno contenti che il buon Dio abbia fornito i gatti di quella graziosa appendice, al solo scopo di procurare un passatempo ai bambini. Opinione che non è condivisa dai gatti medesimi i quali, lungi dal prestarsi all’innocente svago, quando si sentono tirare per la coda, tirano anch’essi dalla parte opposta, rendendo più penosa che mai la loro situazione.

L’orfanello dunque, sarà bene ripeterlo, era occupato a tirar la coda al gatto. E il gatto a tirare l’orfanello per mezzo della coda. Nel resto della casa deserta, regnava il silenzio. II vedovo, senza alzare il capo dal lavoro, disse: “Lascia stare il gatto, che ti graffia”. Il bambino non se ne dié per inteso e piano piano, carponi, cercò di agguantare il gatto che s’era nascosto sotto un mobile. S’udirono lontano, nella strada, lo scampanellio d’un tram e Io strombettamento fugace d’un automobile. A un tratto si senti nella sala uno strano e improvviso gorgoglio, che si concluse in nove rintocchi. La pendola.

Scovato, il gatto riparò sotto la tavola tra le gambe del vedovo, dove l’orfanello lo raggiunse. “Buono, – disse il babbo – ché tra poco si va a letto.” E, sentendo miagolare bestiolina, si curvò, tirò fuori di sotto la tavola il bambino e disse: “Ma vuoi finirla? Bada che chiamo l’Uomo Nero”.

Si mise a infilar l’ago contro il lume, e continuò: “Sai chi é l’Uomo Nero? E quello che si porta via i bambini cattivi”. E bimbo si chetò, ma dopo poco riprese a dar la caccia al gatto. Finalmente afferrò l’animale, che si divincolò miagolando dolorosamente; lo lasciò Andare, urtò contro le gambe del tavolino e del vedovo che, senza alzar gli occhi dal lavoro, chiamò:

“Uomo Nero, Uomo Nero Vieni a prendere Carletto!”.

La porta si spalancò ed entrò come una saetta l’Uomo Nero che, dicendo: “Ai suoi comandi”, si prese Carletto e scomparve.

Il bambino non chiede di venire al mondo

madreIl bambino nasce perché è così piccolo, altrimenti se ne guarderebbe bene. In fondo, si profitta della sua inesperienza. Tutto, o quasi, poi farà sapendo di farlo, eccettuato il primo e più importante atto della sua vita: nascere. Se potesse raccontarlo, dovrebbe dire: “E quando mi svegliai, mi trovai in una camera, circondato da facce ignote”.

Comprende quel che gli han fatto fare quando è troppo tardi per tornare indietro. Se capisse e potesse, le sue prime parole, venendo al mondo, dovrebbero essere: “Che sciocco, sono nato! E perché?

Appena venuto al mondo lo afferrano, lo legano strettamente nelle fasce, lo sballottolano da tutte le parti; pianti, strilli, gesticolamenti, tutto è vano: c’è e ci resterà. Ebbene, ancora non ci vedi, non ci senti, non sai parlare, non sai fare niente, non ti reggi in piedi, non sai nulla di nulla di quel che ti circonda, non capisci niente; brancoli con le tue manine perfette e nuovissime, ancora immerso nelle tenebre da cui vieni: che sei venuto a fare, in questa bolgia infernale, disgraziato! Nei primi tempi, lo si circonda di cure e di attenzioni; lo pesano con la bilancia, lo sorvegliano; ogni suo gesto è commentato, studiato e discusso, e si dà una grande importanza a tutto quello che fa: se piange, se sta zitto, se tossisce, se si lamenta, e persino se fa un minuscolo starnuto. Nell’ombra della camera, sfilano davanti alla culla famigliari, amici e conoscenti; s’avvicinano in punta di piedi, sollevano il velo che lo copre, gli sorridono mentre dorme, gli gettano piccoli baci sulle punte delle dita, lo esaminano attentamente, come fosse il primo esemplare della razza; ognuno dice la sua e una macchiolina sulla pelle, un rossore, un graffietto, il modo di respirare, di muoversi, di succiare, sono fonte di apprensioni e discussioni.

Persino la notte, il babbo e la mamma tendono l’orecchio per sentire se il nuovo nato dorme, o se tossisce; di quando in quando s’alzano e vanno in punta di piedi a sollevare il velo che lo difende dalle mosche; interrogano la fisionomia del bimbo, quasi per strappagli il segreto del futuro; si scambiano occhiate timorose; poi seggono presso la culla e cominciano a parlottare: avvocato?… ingegnere?.. medico?… le lingue sono necessarie al giorno d’oggi… la vita militare… E tante altre belle cose, per passare il tempo.

E il tempo passa e ormai non più gli amici di casa vengono apposta per vedere il ragazzo; e quelli che s’allarmano se piange, o se sta zitto, se tossisce, o se si lamenta, si contano ormai sulle dita: la mamma, il babbo e pochi altri, che, pure, gli preparano la borsa dei libri, il panierino con la colazione, la penna, il pennino, la carta assorbente.

Gli anni passano ancora, ne passano molti, e finalmente viene il giorno in cui – chi se ne importa? – ognuno pensa ai fatti propri e nessuno si preoccupa più del nostro personaggio; se piange o se sta zitto, se tossisce o se starnuta, chi se ne interessa? A nessuno viene in mente di pesarlo sulla bilancia. E passi se si limitassero a non occuparsi della sua salute. Ma calci da tutte le parti, calci a rotta di collo, calci come se piovesse, da tutti, da quegli stessi che, un giorno, avrebbero avuto pena a fargli il più piccolo male con la punta di un dito; calci come se la sua salute non valesse un soldo falso.

Pure, l’antico rispetto è destinato a tornare in ballo, un giorno (il più lontano possibile per tutti): finché era vivo, brutto mascalzone! morto, gli facciamo tanto di cappello.

achille_campanileAchille Campanile

Achille Campanile nasce a Roma il 28 Settembre1899. Cominciò a scrivere giovanissimo. Fece il giornalista e scrisse per il teatro. Celebri le surreali Tragedie in due battute

FORMALISMO
Personaggi:
IL VECCHIO PRINCIPE IL NUOVO SERVITORE

La scena Si svolge nel salone rococò al primo piano del palazzo del VECCHIO PRINCIPE. Tappeti, arazzi alle pareti, mobili dorati, statuine. All’alzarsi del sipario IL VECCHIO PRINCIPE sta interrogando IL NUOVO SERVITORE assunto da poche ore.

IL VECCHIO PRINCIPE al NUOVO SERVITORE: Com’è il vostro nome?
IL NUOVO SERVITORE Giuseppe.
IL VECCHIO PRINCIPE (con severità) Non si risponde così nudo e crudo, Giuseppe. Dovete aggiungere sempre: Eccellenza.
IL NUOVO SERVITORE (vincendo la modestia) Va bene: Eccellenza Giuseppe.

(Sipario)

tragedie-in-due-battuteVinse due volte il Premio Viareggio a distanza di quarant’anni, era un lavoratore instancabile, a volte fino a notte tarda. Scriveva a penna, sviluppando gli appunti che prendeva su carte di ogni dimensione, persino sui biglietti del tram, e di cui erano zeppe le tasche dei suoi vestiti.
Visse tra Roma e Milano fino a trasferire, negli ultimi anni, la sua residenza a Lariano nei pressi di Velletri, per accontentare la moglie Pinuccia e il figlio Gaetano. Qui abbandona il monocolo e gli abiti eleganti, si fa crescere una barba lunga e fluente ed assume l’aspetto di un vecchio patriarca. Continua a scrivere tanto da riempire gli scaffali del suo studio di racconti, romanzi ed opere inediti.

E’ morto a Lariano il 4 gennaio 1977.

Il pensiero di Achille Campanile

Campanile è stato, oltre che un cronista del proprio tempo, come lui stesso amava definirsi, per certi versi una coscienza critica. Dietro l’apparente disimpegno, si intuiscono le inquietudini e le riflessioni sul progresso, sui cambiamenti in atto nella società. Alternando una garbata ironia al moralismo, a volte anche polemico, lo scrittore riesce a cogliere le trasformazioni del costume.

Non ho mai pensato di essere un fustigatore di costumi. Credo di essere, più semplicemente, un cronista del mio tempo. Non mi sento tradito da quello che ho scritto.

Era osservatore attento dei tempi, non gli sfuggivano i segni del cambiamento: le nuove mode, la modernizzazione, l’automobile, il cinema, la televisione, il consumismo, l’incalzare della pubblicità. Li registrava con distacco ironico.

Lo stile di Campanile si compone di una lingua curata, pignola. Nella grande ed esperta conoscenza della lingua affonda la radice della non comune capacità di allestire spettacoli con effetti tipici pirandelliani, capaci di ridicolizzare le convenzioni sociali.

Le opere di Achille Campanile

Gli estratti di questo articolo sono presi da Cantilena all’angolo della strada opera con cui, nel 1933, vinse il premio Viareggio. Scrisse racconti, opere per il teatro, scritti per il cinema e per la radio.

Tra le opere più famose ci sono:

  • Se la luna mi porta fortuna
  • Agosto, moglie mia non ti conosco
  • L’inventore del cavallo
  • Manuale di conversazione
  • Tragedie in due battute

PERCHÉ?

Personaggi : IL VECCHIO CENCIOSO IL PASSANTE

In una strada, ai giorni nostri.
All’alzarsi del sipario IL VECCHIO CENCIOSO va raccogliendo mozziconi di sigari sul selciato.

IL PASSANTE Ma perché andate raccogliendo mozziconi per la strada?

IL CENCIOSO Caro signore, sigari interi non mi riesce di trovarne.

(Sipario)

 Achille Campanile in rete

One thought on “Achille Campanile

  1. Pingback: Il calendario | Accogliamo le Idee

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...