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Pellegrini_02Betlemme

Immaginate una piazzetta con oche gigantesche, maiali, alberi, cavalli, stalle, personaggi famosi, finestre finte con finte persone che vi guardano. Pensate a una piazza coi muri dipinti e lasciatevi trasportare dalla fantasia.

Quella piazza esiste, si chiama piazzetta Betlemme e si trova a San Giovanni in Persiceto (provincia di Bologna).

E’ stata dipinta da Gino Pellegrini.

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E ora se volete leggere questo articolo scoprirete come si può passare da Hollywood a un quartiere di case popolari, da Stanley Kubrick a Walt Disney.

Hollywood

Era nato a Lugo di Vicenza nel 1941. A 17 anni la decisione di andare negli USA. Si iscrive all‘Università di Los Angeles dove si laurea in Belle Arti. Partecipa alla tendenze artistiche del suo tempo e in particolare al movimento pop californiano.

Poi la sua produzione artistica si sposta, produce bozzetti per studi di pubblicità e per architetti anche importanti, Neutra tra gli altri.

Ben presto entra in quella grande fabbrica dell’immagine che è Hollywood.

ho percorso tutti i gradi della carriera scenografica, da bozzettista a pittore realizzatore, ad aiuto-scenografo, a scenografo  con una attività molto intensa svolta per le maggiori case di produzione hollywoodiane

Partecipa ad alcuni film molto importanti

  • Scenografia PellegriniAmmutinamento del Bounty
  • Gli Uccelli di Hitchcock,
  • Mary Poppins;
  • Il pianeta delle scimmie,
  • La spada nella roccia (come cromatista),
  • 2001 Odissea nello spazio di Kubrick

2001-OdisseaKubrick è notoriamente un regista molto pignolo. Nelle scene girate sull’immensa stazione spaziale si vedeva la terra che era costituita da un modellino di un metro e mezzo di grandezza.

“dovevo ridipingere continuamente le nuvole per il modellino della Terra vista dalla Stazione Spaziale. Era un modellino di un metro per un metro e venti. Per ogni nuova inquadratura Kubrick voleva che la vista fosse diversa, come se le nuvole si fossero mosse veramente”.

Non solo Hollywood ha bisogno di luoghi immaginari, lo chiamano anche a Disneyland,

Finché decide di tornare.

Italia

Nel 1972 torna in Italia, si stabilisce nel Veneto, ma resta poco, appena il tempo di trovarsi una casa a Bologna.

Perché torna? Era stanco di lavorare per il cinema di costruire mondi effimeri? Sente l’esigenza di sperimentare nuove strade dell’arte? Vuole cambiare ambiente?

Qualunque sia il motivo, con l’arrivo in Italia Gino Pellegrini allarga la sua produzione artistica. Sperimenta nuove tecniche nuovi modi di comunicare.

“Ho intensificato la ricerca e la sperimentazione artistica con opere pittoriche e materiche nelle quali i riferimenti metaforici alla cultura antropologica e ambientale sono evidenti, impiegando materiali ‘trovati’ in diverse forme – foglie, rami, giornali…- anche inserendoli in grandi ‘textures’ elaborate al telaio”

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L’opera viene apprezzata, parlano di lui e della sua opera critici del calibro di Federico Zeri, Franco Solmi, ecc… Le sue opere entrano nel catalogo Bolaffi. Si occupa ancora di scenografia trascurando il cinema.

“Ho invece lavorato in pubblicità per numerosi spot e videoclip e per la RAI negli anni ottanta, creato scenografie teatrali per spettacoli leggeri (per Vito, Albanese, i gemelli Ruggeri, Enzo Jachetti, …), per opere musicali, per convegni, per serate di impronta sociale. … 

Ho allestito molte mostre tematiche su una grande varietà di argomenti culturali – dall’artigianato artistico ad argomenti della cultura materiale, dall’alchimia ai vetri storici veneziani di Venini e Salviati; da Lord Byron, a Giuseppe Garibaldi, a Leo Longanesi, a Marino Moretti, a Marcello Malpigli, per citarne alcuni, – e realizzato ambienti all’interno di mostre in diverse città, in sedi museali, in fiere, in scuole, in spazi speciali come l’ospedale psichiatrico di Imola”.

Oltre la superficie pittorica

Cosa fa un artista, un pittore? Produce immagini su commissione (oppure di propria iniziativa) per poi venderle a chi abbia un muro per ospitarle? Da tempo la barriera tra artista e fruitore è stata infranta. L’artista oggi vive in mezzo alla gente e con la gente produce. Non vuole “vendere” la sua opera ma realizzarla assieme agli altri, arte e vita si devono mescolare (1). Molti dicono così, ma pochi effettivamente lo fanno. Gino Pellegrini è fra questi.

  • Costruisce e pittura la scenografia in diretta durante lo spettacolo Detector nel quale interagiva con l’attore Ivano Marescotti rifacendo ogni sera da zero l’ambiente marino adriatico
  • Nel 2010 fa una trasferta a L’Avana con la pittrice torinese Maria Giulia Alemanno per realizzare una performance in occasione della sentita festa dei Re Magi. Giornata memorabile per la trascinante partecipazione e per lo splendido scenario di Plaza Vieja.
  • Realizza una mostra nel reparto 8 dell’ospedale psichiatrico “Osservanza” di Imola che ha concluso il progetto dal titolo “Vita da pazzi” e che ha visto un viaggio espositivo in nove città – sedi di ex manicomi – della regione Emilia-Romagna sul tema della storia e della vita nelle istituzioni manicomiali.

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San Giovanni in Persiceto

Un quartiere triste, poco frequentato, case popolari e persone semplici. L’amministrazione non vuole abbandonare quel pezzo di città, sa che i luoghi abbandonati generano ghetti e i ghetti fanno marcire la città tutta.

Pellegrini_09All’amministrazione comunale viene l’idea di coinvolgere una parte degradata della cittadina, la piazzetta Betlemme, in uno spazio che favorisse la partecipazione della gente.
All’inizio si pensa ad un sistema di quinte e di fondali,.
Viene chiamato Gino Pellegrini, appena rimpatriato da Hollywood.
Pellegrini, nella Piazzetta Betlemme, immagina un omaggio al Cinema tout court mescolato ad un mondo rurale-western, punteggiato da tromp l’oeil che intendono dare l’illusione della realtà.
Dipinge galline, maiali, finte finestre, Zavattini, oche alte tre metri. Un mondo fantastico che andava a sostituire gli intonaci fatiscenti.

Pellegrini_14L’effetto è stupefacente, la piazzetta dimenticata diviene posto di attrazione, la gente comincia ad accorrere. Gli abitanti si sentono al centro dell’interesse. Una gerarchia di valori viene rovesciata.

Gli abitanti si affezionano a Gino Pellegrini, ma succede anche il contrario: Gino Pellegrini si affeziona al quartiere.

“Ogni tanto viene qui, quando è triste o depresso e si mette a dipingere. Cancella quello che aveva fatto prima e ricomincia. Noi lo lasciamo fare, quello che fa lui va sempre bene. A noi piace così”

Questo mi disse una signora anziana nel 2005 quando andai di nuovo a San Giovanni in Persiceto e trovai tutto cambiato.

Piazzetta Betlemme appena finita viene dipinta e ridipinta di nuovo più e più volte. L’affresco diventa un’opera mutevole, è sempre la stessa ma ogni volta cambia qualcosa. (Non ci si bagna due volte nello stesso fiume diceva Eraclito).

Scrivono di Pellegrini

Pellegrini008Alla sua morte, dicembre 2014 qualche settimana fa, molti giornali hanno parlato della sua opera

Perché anche noi scriviamo di Gino Pellegrini?

  • Perché è vicentino ed è nato a quattro passi da qui
  • Perché l’arte interagisce con la vita secondo fili e interazioni invisibili, inaspettate e, inaspettatamente, può migliorarla
  • Perché ci viene in mente almeno un posto a Piovene Rocchette che potrebbe essere riqualificato, che potrebbe diventare la nostra piazzetta Betlemme se solo fossimo capaci di migliorare lo spazio pubblico, dargli colore.
  • Se ci pensate bene quel posto viene in mente anche a voi

RINGRAZIAMENTI

logo_ilsegnoSi ringrazia lo studio IL SEGNO PER COMUNICARE che ha curato la realizzazione del sito ufficiale http://www.ginopellegrini.it e ci ha dato il permesso di utilizzare il copioso materiale iconografico relativo all’artista.

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UN RICORDO di Renzo Priante

Ho incontrato Gino quando era appena tornato dagli USA. “Ha fatto lo scenografo – dicevano – ha girato film con Kubrick. Ha sposato un’indiana” notizie favolose che ambientavamo idealmente in una metropoli, sicuramente New York. Gino aveva un aspetto dimesso, proprio il contrario della leggenda che vuole ricchi tutti quelli che vanno in America. Invece di avere un’aria metropolitana sembrava un contadino con brache di fustagno, impacciato a parlare di sé, se solo provavi a chiederglielo. Era un artista antiretorico che non esaltava le sue opere, non le collegava ai grandi movimenti artistici del novecento, aveva la modestia che poi ho incontrato in Pino Guzzonato e pochi altri.

Aveva trovato un alloggio a Zané in una via che non era più campagna e non ancora città, in una periferia che che è la vera novità nelle città del XX secolo, non lontano dalla trattoria Da Pocio.

Entravi, ti potevi muovere liberamente per la casa senza salamelecchi, senza sentirsi obbligati a fare conversazione. Le stanze erano disadorne e poco arredate. A terra c’era un quadro spezzato ad angolo retto tra pavimento e parete: era rappresentata un’altra parete intonacata attraversata dall’ombra di un filo con mollette, davanti si stagliava il filo stesso e le mollette colorate. A partire dal pavimento un vibrazione sull’intonaco dipinto segnava una striscia che saliva e terminava in una chiocciola, l’occhio ridiscendeva lungo lo stesso percorso e scopriva una bava mirabilmente rappresentata con piccoli riflessi di cielo così minuti che dovevi avvicinarti per coglierli. Aveva colori netti, hopperiani, ma la rappresentazione aveva una precisione sovrannaturale. Mi ricordava l’esattezza di Piero della Francesca rifatta con la macchina fotografica, eppure era un dipinto e non una foto. Voltai la testa a cercare spiegazione, “iperrealismo” mi venne risposto. Era un termine per me nuovo in quel periodo in cui tutti i quadri erano informali: pennellate ruvide, sovrapposizione di colori, gocciolamenti, intuizioni appena intraviste; oppure giochi concettuali, oggetti che rimandano a qualcos’altro, un po’ di surrealismo e un po’ di dada; poesia visiva, cancellature, bruciature, giornali e colla, assi di legno con chiodi.

Qualunque cosa fosse quel quadro, mi colpì come un secchio d’acqua gelata, metteva in connessione parti della mia cultura in modo nuovo, al di là della definizione fornitami (iperrealismo)  non smettevo di interrogarmi. Se mai è possibile definire l’arte, per me riguarda quelle manifestazioni del pensiero (e della mano) che ti pongono domande e che non riesci a racchiudere in un concetto.


NOTE

Christo ombrelli(1) Si veda per esempio tutta la LAND ART dove il prodotto artistico non si può “appendere”, ma è un evento che coinvolge un territorio. Si possono citare ad esempio gli interventi di impacchettamento di Christo che ha riempito di ombrelli arancioni una valle californiana, srotolato un telo bianco (Running Fence) lungo 40 km, impacchettato la Grande Muraglia, ecc.

Si può parlare dell’esperienza di Renzo Piano che ha devoluto tutta l’indennità di senatore a vita per il “rammendo delle periferie” in collaborazione con gli abitanti delle periferie stesse.

Possiamo citare anche Riccardo Dal Ferro che scrive una sceneggiatura facendo partecipare chiunque alla stesura della trama e delle scene in un’esperimento pubblico cui si può partecipare di persona o via Internet, LAB1984.

7 thoughts on “Gino Pellegrini

  1. Pingback: Trentasei013 | Accogliamo le Idee

  2. Pingback: Far sorridere i muri | Accogliamo le Idee

  3. Ho conosciuto Gino Pellegrini negli anni 70 quando abitava a Zanè. Avevamo parecchi amici in comune e spesso ci si trovava da lui per chiaccherare del più e del meno. La sua casa era aperta a tutti anche se lui era un po’ schivo, un po’ timido ma dolce e sensibile. Ricordo che in quel periodo fece un quadro che rappresentava un pavimento di cemento e da una crepa usciva un geranio rosso. Ne fui molto colpita di come sapesse rappresentare la realtà in modo così semplice ma affascinante.
    Da quando se ne andò a Bologna non lo vidi più ma mi è rimasto un bel ricordo di lui e mi rattrista sapere con non è più con noi.

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  4. Non ho mai conosciuto Gino Pellegrini (purtroppo) e sono capitata per caso un paio di giorni fa a San Giovanni in Persiceto. Volevo solo dire che quelle immagini dipinte in Piazzetta Betlemme mi hanno fatto emozionare, sorridere, mi hanno trasmesso serenità e piacevolezza così come mi ha incuriosito ed emozionato leggere la bella storia di vita di questo uomo e artista. Spero venga adeguatamente ricordato e riconosciuto (ad esempio con una targa esplicativa ubicata in prossimità della piazza e/o con altre iniziative e mostre)

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    • Piazzetta Betlemme non lascia mai indifferenti, quando l’arte incontra la vita fuori dai luoghi istituzionali scatta qualcosa che è difficile definire.
      Credo che stiano preparando una retrospettiva su Gino Pellegrini a Schio. Probabilmente non sarà imminente, ma dovrebbe essere una rassegna molto vasta delle sue opere. Terremo informati tutti di ogni sviluppo.

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  5. Ritorno ora da quell’ America che tanto aveva rappresentato per Gino in termini professionali ma che, in particolare negli ultimi tempi,aveva cercato di minimizzare con riservata modestia.
    Penso che Gino abbia rappresentato per noi, allora giovani vogliosi d’arte , un esempio di come deve essere un vero artista facendo coinvolgere le persone alle sue opere, condividendo il presente. Ha sempre voluto non appartenere alla categoria degli artisti con un valore di ‘mercato’. Sapeva che i veri valori artistici sono altri,portandolo a sperimentare la poesia e le performances , il teatro e artigianato artistico con coraggio ed entusiasmo .
    Con Gino le idee divenivano concrete,tattili, senza bisogno di traduzioni intellettuali .
    Spero che il suo ultimo progetto possa essere attuato e che possa essere il dovuto riconoscimento alla sua grandezza .

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  6. Gino è stato mio amico tanti anni fa, ho una sua nuvoletta che gli chiesi nella sua casa-studio a san Giovanni in Persiceto…me la dette con un pò di riserbo dicendo che non era un decoro, non opera d’arte…tanti momenti coni lui e Oasvalda, la moglie, come il più bello, quando, incontratolo per caso al mercato, a Thiene mi disse di andare con lui a conoscere Pino Guzzonato

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