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La festa

festa valincantàLa vecchia signora tiene le gambe composte, ha la borsetta in grembo, la blusa e la camicetta abbottonata fino al collo eppure appena parte la musica comincia a battere il tempo con le mani alte facendo ondeggiare gli orecchini. Lì a fianco una ragazzina al suo primo rossetto fa ondeggiare i riccioli e i fianchi seguendo il ritmo, ripetendo i ritornelli. Ancora un pezzo e in mezzo alla sala allontanano le sedie e si lanciano in una danza vorticosa, uno allacciato all’altra in lunghe file che si intrecciano. Era da molto che non vedevo tanto entusiasmo, ma sembra che i Valincantà riescano facilmente a convolgere anziani e giovani. Sembra strano per un gruppo che compone da sé le canzoni e che dà tanta importanza alle parole, ai significati. Riuscire a unire la riflessione alla danza questa mi sembra un buon risultato.

Un incontro

diopan“Vedi questo è un charango – mi dice Livio e mi mostra una specie di piccola chitarra col manico corto e un’infinità di corde “questo invece è un tiple e a me sembra identico al primo solo un po’ più grande e invece questo è colombiano, mentre l’altro boliviano “e questo è un cuatro. Poi apre una specie di sacca di stoffa e tira fuori un flauto grosso fatto di canna “questa è una quena, questo è un sicus quasi identico a quello che, negli affreschi etruschi, viene suonato da un satiro con piedi di capra.

Roberto Z. mi parla invece delle parole delle canzoni che ascoltava e ripeteva cento e cento volte quando era giovane, fino a quando ha cominciato a capire come si può mettere assieme musica e testi, come si scelgono le parole non solo in base al significato, ma anche in base alla loro lunghezza, ai loro accenti. E così lui ha imparato da solo a scrivere i primi testi che poi venivano accoppiati alla musica con un lavoro collettivo.

All’inizio c’era il rock

All’inizio c’era il rock, quello trascinante dei Creedence Clearwater Revival per esempio. Poi ci furono i cantautori (l’infinita schiera che va da De André, Branduardi, De Gregori fino a Bertoli). Da lì nasce la voglia di raccontare qualcosa, ma qualcosa che non fosse una ripetizione di quello che già era stato fatto. Cantiamo la nostra valle e cantiamola in dialetto: questa è stata la risposta di Roberto Zotti, capogruppo. Questa passione è cresciuta, ci sono stati scambi con altri che avevano la stessa voglia, come Carlo Bernardi, finché un po’ alla volta sono nate un po’ di canzoni e un po’ di testi nuovi. Il gruppo è cresciuto, a Roberto si sono affiancati Mario Veronese e Lorenzo Pegoraro.

Valincantà

Dal 2003 ad Arsiero il gruppo si allarga:

  • Roberto Zotti – Voce e chitarra acustica. Autore di gran parte dei brani
  • Livio Busato – Voce, chitarra classica, tiple, charrango, bandolin, quatro, quena, armonica
  • Lorenzo Pegoraro – Voce, strumentini
  • Mario Veronese – Voce e mandolino
  • Roberto Marini – Voce e basso acustico
  • Alberto Bortolan – Voce, cornamusa, chitarra, buzuki, flauti irlandesi, clarinetto
  • Daniele Calgaro – Voce, fisarmonica, clarinetto
  • Davide Lista – Voce, percussioni
  • Davide Apolloni – Fonico

valincantà logoDiventano i Valincantà: Valli Canto Incanto. Nello stesso anno esce il loro primo disco “Caminare, soto un fasso de sole”. Nel 2010 esce il loro secondo disco “Vecio Futuro”.

Molte delle loro iniziative hanno scopi di solidarietà. Chi ha comprato i loro primi dischi ha versato (tramite i Valincantà) 2 euro per sostenere le adozioni a distanza. Hanno aderito gratuitamente a un’infinità di iniziative benefiche o di responsabilità sociale.


valincantà cantanti

Dala finestra dela Cusina”


La loro bravura è parlare di cose profonde senza approfondire. Ti danno il ‘do’ e poi ci pensi tu. Allora “La cotola nera” ti rimanda al sabato fascista (1); “L’orso Dino” alle paure del diverso, di quello che viene da lontano, che non si conosce e dev’essere allontanato. Con le loro canzoni portano fuori temi sociali e tradizioni territoriali, ma nello stesso tempo importano melodie e sonorità del mondo, in un delicato equilibrio di vasi comunicanti. Così i brani si colorano di ritmi del sud con accese tarante, di profonde melodie andine, passando per il blues, il country e tanto altro ancora. I Valincantà sono così, appassionati, chi di strumenti musicali chi di sonorità esotiche chi di storie e parole.CD dalla finestra della cusina Sono curiosi e la loro musica rispecchia questa loro ricerca: dentro alle loro canzoni trovi il banjo, tutta la gamma degli strumenti andini, le cornamuse, il djambé africano, campanellini, la fisarmonica e … un sonaglio di unghie di capra che produce una cascata di suoni sottili. Tutto questo nel terzo CD, Dalla finestra della cusìna… “me vardo el mondo”, disorientato ma con la coscienza libera. È un piacere sentirli provare. Sono un bel gruppo misto, per età ed esperienze. Sono un bel gruppo affiatato; con un cenno si danno il via, con un sorriso un consenso, con un’occhiata un dissenso. Poi, alla fine, un cicchetto di grappa. Perchè con la musica si sciolgono i pensieri, ed il cuore torna leggero.

La vita sta grande dolse canson… ognun la canta come ch’el vol, ognun la canta come che l’è bon.

Uno spettacolo 

Per vederli, sentirli, cantare con loro e comprare il CD li puoi incontrare qui

Auditorium di Chiuppano, sabato 16 maggio ore 20:45

Valincanta_manifesto16052015


NOTE

(1) Il sabato fascista venne istituito con il Regio decreto legge 20 giugno 1935 n. 1010  da Benito Mussolini, su indicazione di Achille Starace, riprendendo la già lunga tradizione del sabato inglese, aggiungendovi però connotati marziali. Il decreto cercava di regolamentare la vita del cittadino anche la domenica, giornata in cui peraltro era previsto si potessero indire “di regola soltanto manifestazioni culturali, sportive e ricreative“, e lasciando “completamente libera” almeno una domenica al mese. Le attività sportive vennero regolate nel 1928 all’interno del Comitato Olimpico Nazionale Italiano.

Il sabato fascista interrompeva la giornata lavorativa del sabato alle ore tredici, in modo che il pomeriggio venisse dedicato ad “attività di carattere addestrativo prevalentemente premilitare e post-militare, come ad altre di carattere politico, professionale, culturale e sportivo“. Spesso, per gli studenti, erano previste attività ginniche, per mantenersi in forma e per dare sfoggio della propria abilità. Astenersi da queste attività poteva portare a ripercussioni da parte del regime: per esempio, a Firenze coloro che avevano disertato queste attività senza giustificato motivo venivano costretti a passare la domenica in punizione-reclusione presso la Casa della Gioventù Italiana del Littorio

I ragazzi, in divisa e inquadrati nelle organizzazioni giovanili fasciste, dovevano seguire corsi di dottrina fascista e compiere esercizi ginnici. volteggi, maneggiare il moschetto (il cosiddetto moschetto Balilla, lanciarsi attraverso cerchi di fuoco). Nel piano di inquadramento del tempo libero rientrava anche l’Opera Nazionale Dopolavoro e le numerose agevolazioni per viaggi e svaghi collettivi Le ragazze, in camicetta bianca e gonna nera, facevano roteare cerchi, clavette, bandiere e si esibivano nella corsa e nel salto. (http://it.wikipedia.org/wiki/Sabato_fascista)

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