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Foto e persone

Guardate la foto qui sotto. Ricorda una ruota di pavone e come il pavone ipnotizza la femmina della sua specie con il suo piumaggio magnificente, così la cesta, che quell’artigiano sta costruendo, cattura l’attenzione di chi guarda. Sembra occupare tutto il villaggio. Mostrando quella cesta l’artigiano esibisce tutta la sua maestria, ma lo fa in modo mite senza superbia. Il fotografo ha saputo scegliere un punto di vista tale da rendere significativo il rapporto tra quell’artigiano laotiano e il suo villaggio, attraverso il suo lavoro il fabbricante di ceste esprime sé stesso e la cultura del suo mondo.Fabbricante di ceste - Pakse Laos Guardiamo la foto seguente, ora. Anche questa ricorda la ruota del pavone, o la coda della volpe se preferite. Un’immensa appendice colorata segue il commerciante; la povertà dei mezzi di trasporto lo ha costretto, con un paziente e incredibile lavoro, a legare assieme una quantità gigantesca di giare di plastica che si sono gonfiate fino a premere sulla schiena, fino a occupare tutto lo spazio disponibile. Quelle giare non sono più trasportate dal mercante, sono diventate un tutt’uno con chi le trasporta, sono diventate una sua parte, insieme sono mercante, merce, manifesto e pubblicità. Il fotografo ha colto tutto questo e l’ha trasmesso, nascondendo lo sfondo appena visibile agli angoli, quasi tutto il campo visivo è occupato da quella massa colorata.

Il venditore di giare - Kerala India

Passiamo ora ad un’altro tema. Questa foto si chiama “ritorno al villaggio”. Un cielo senza nuvole, un sole ineluttabile, un terreno roccioso, quasi senza vita. Le due donne camminano su questo terreno inospitale, sembrano sospese su una sottilissima crosta, in bilico sul nulla eppure camminano, parlano, fanno figli e li accudiscono, forse sono perfino serene. Anche qui, tramite il fotografo che l’ha costruita, l’immagine parla, esprime quel mondo.Ritorno al villaggio - Etiopia

Il fotografo e la sua lingua

La fotografia ha un suo linguaggio: la scelta del punto di vista, la disposizione degli elementi entro i limiti di quel rettangolo che è la fotografia aiutano a capire molto, esprimono un messaggio, descrivono la realtà. Hanno la stessa valenza dell’arte: la letteratura, le arti visive, il film, la fotografia, perfino la musica spesso ci dicono, del mondo, molto più di quel che esprime un articolo di giornale o un breve filmato di un telegiornale. IMG_0040 Le foto sono di un fotografo praticamente sconosciuto ai più: Renato Lievore. Un medico scledense che delle fotografia ha fatto una passione. Una passione apprezzata se è vero che le sue foto sono state pubblicate su riviste come:

  • Tutto Turismo,
  • Dove,
  • Guida Viaggi,
  • Cosmopolitan,
  • Qui Touring, ecc.

Occasionalmente aveva fatto il giornalista, inviato da riviste a “documentare” eventi con l’aiuto della sua macchina fotografica. Un grande talento fotografico gli è riconosciuto da Angelo Tondini, suo maestro prima e collaboratore poi, del quale parleremo più avanti.

Renato Lievore

Nato a Schio nel 1950, ha frequentato il liceo scientifico negli anni in cui era ancora un’appendice del liceo classico e le aule erano ospitate nelle sale dipinte del prestigioso palazzo Fogazzaro. Amava la musica classica e il tennis e, fra gli appassionati di quello sport, era conosciuto.

L’università prima (Padova, facoltà di medicina) e il lavoro poi (chirurgo) lo hanno portato lontano da Schio, a Marostica, Verona, per ultimo in Liguria.

Aveva cominciato tardi a fotografare, sottoponendo la passione alla disciplina di un corso di fotografia, alle lezioni di un maestro, alla dura regola che occorre evitare l’improvvisazione se vuoi cimentarti con l’arte, anche un’arte che sembra così facile come la fotografia. IMG_0021

Fotografia e viaggi.

Aveva toccato quasi 100 paesi diversi, di quasi tutti aveva un notevole archivio fotografico. Pur avendo foto di grande valore non aveva mai voluto organizzare mostre né partecipare a concorsi, se volevi vedere le sue foto dovevi chiederlo, se una ti piaceva particolarmente, te la regalava stampata in grande. Dovevi domandarlo in anticipo.

Ci voleva tempo per tirare fuori il suo archivio (un armadio quasi pieno di diapositive tutte con la loro didascalia) mettere i fogli sulla lavagna luminosa, poi con il lentino frugava un contenitore dopo l’altro scegliendo qua e là fino a riempire un caricatore o due da proiettare sullo schermo.

Solo le migliori meritavano di essere mostrate, le altre restavano testimoni della gran fatica di alzarsi all’alba per aspettare la luce migliore, di mettersi ad attendere finche l’ombra, la luce, le persone, il paesaggio compongono l’immagine che il fotografo aveva in mente fin dall’inizio. Fatica che gli appassionati fotografi conoscono e che è meravigliosamente condensata in una frase di Henry Cartier Bresson

Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore.

Una storia d’amicizia o una mostra?

Tutto inizia così senza preavviso per quella caduta inaspettata. Un breve ricovero, una TAC e all’improvviso Renato scopre di avere il cervello sotto attacco. E’ stata una guerra lampo, persa in pochi mesi.

Al suo funerale gli amici decidono di dedicargli una mostra, quella mostra che, per pudore o timidezza, non aveva mai voluto organizzare. Le foto che vedete in questo articolo sono solo una parte delle 39 fotografie che verranno esposte a Schio.

Con l’aiuto del CIRCOLO FOTOGRAFICO di SCHIO

spazio espositivo di Palazzo Toaldi Capra in via Pasubio 52 a Schio

la mostra è aperta da sabato 6 giugno a mercoledì 10 giugno aperta dalle 10 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 19,00 anche la domenica.

Sabato 6 giugno ore 18,00 vernissage con la presenza di Angelo Tondini fotografo e del Circolo Fotografico di Schio.

Manifesto Lievore_bassa


UN RICORDO DI RENATO LIEVORE

di Angelo Tondini

L’amicizia con Renato iniziò circa 20 anni fa, in Toscana, Vicino a Montalcino, dove tenni i miei primi corsi di fotografia, che duravano allora una settimana. Lui arrivò subito al primo, su una vecchia Mercedes, impolverata dalle strade bianche che segnano la terra senese da Asciano a Monte Sante Marie.

Era un tipo di poche parole, quasi scontroso, indubbiamente appariva molto colto e sensibile. Restò soltanto 3 giorni, poi mi disse che il luogo lo angosciava e se ne andò. Rimasi un po’ male, ma lui mi chiamò quasi subito per dirmi che io non c’entravo, che il corso era interessante, che ero bravo, ma in fondo mi odiava.

Perché?” chiesi preoccupato.

“-Vedi –rispose- dopo le tue lezioni ho riguardato bene, una per una, tutte le foto che ho fatto finora e le ho buttate nella spazzatura, in blocco. Fanno schifo”.

Bene -dissi io- l’inizio è ottimo. Andiamo avanti”.

Da allora io e Renato ci siamo incontrati tante volte, a Milano, a Verona e in giro per il mondo. Abbiamo viaggiato insieme anche il posti lontani (Armenia, Georgia…), fotografato insieme, mangiato, bevuto, dormito, discusso a lungo insieme, persino diviso a Schio una camera di ospedale, perché siamo stati operati insieme, senza averlo programmato, per un puro caso!

Lui m’imbarazzava chiamandomi “il mio maestro”, anche perché dopo qualche anno non avevo più nulla da insegnagli. Anzi, ogni tanto lo mandavo in giro per il mondo al posto mio, per l’agenzia che dirigevo. E alcune sue foto le feci pubblicare, perché erano ottime. Era diventato un vero professionista dell’immagine.Renato non aveva l’istinto del fotografo, ma piuttosto la curiosità, la voglia di comprendere e d’imparare, l’umiltà, e un’intelligenza limpida. 

A 45 anni abbandonò una brillante carriera di chirurgo (mai amata), lasciò l’ospedale e si dedicò completamente a quello che gli piaceva: sua moglie Stefania, la musica e il pianoforte, la fotografia, la lettura, i viaggi.

Confesso che gli ho invidiato tutta la libertà che aveva, il modo di gestirla, l’assenza di bisogni immediati, tale da non costringerlo a lavorare, la scelta per le cose che nella vita valgono davvero perché sono quelle che ci piacciono, e di solito non costano nulla. Aveva fatto la mossa giusta e il tempo gli ha dato ragione. 

Tutto poi è precipitato in pochi mesi e ci ha lasciati senza parole. Il Tempo e la Natura sono spesso cinici, inflessibili, quasi crudeli.

Perché, perché ?…” mi chiedeva Stefania angosciata qualche giorno fa.

Le ho detto “Smetti di farti questa domanda. Non c’è risposta e non ci sarà mai. Chi ti indica una strada, qualcosa in cui credere, lo fa per affetto, per aiutarti o per compassione. Ma capisco quanto sia difficile accettare il Nulla come destino finale di ognuno di noi”.

Renato lo aveva capito benissimo, e ci trovavamo in perfetta sintonia. In questi ultimi 20 anni, insieme a Stefania, ha conosciuto il mondo attraverso innumerevoli viaggi, fotografando con maestria e poesia. 

E’ DIVENTATO ANCHE LUI UN MAESTRO!

Amico carissimo, Renato, ti saluto per l’ultima volta con le belle parole della nostra lingua-madre, il latino, come facevano i Romani al momento della sepoltura dei loro cari:

“Sit tibi terra levis et in perpetuum ave atque vale”

Ti sia leggera la terra e addio, addio per sempre.


Angelo Tondini, 72 anni, giornalista e fotografo, ha viaggiato in tutto il mondo, visitando 170 paesi  nel corso di circa 300 viaggi. Possiede un archivio di un milione d’immagini.  Ha collaborato con le riviste più importanti di Europa e Usa. Ha pubblicato 14 volumi in Italia, Usa, Gran Bretagna e Russia. Negli ultimi 20 anni ha insegnato fotografia, a Milano e in viaggio, a più di 2.000 allievi. Ma Renato era, e resterà, il preferito e il più amato.

http://www.angelotondini.com/

One thought on “Il mondo di Renato

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