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Un successo inaspettato

La valle dell'OrcoUn gruppo di donne poveramente vestite, una con una falce in mano, in posa sotto una croce rozza e sbilenca, sullo sfondo Contrà Molini (Laghi) sventrata dopo la prima guerra mondiale. Una foto che trasmette una sinistra desolazione.

Umberto Matino non poteva scegliere meglio per la copertina del suo primo libro, un giallo ambientato in una contrada roversa (1), una trama torbida che affonda nelle pieghe nascoste della storia. Perché è di storia che si parla, di una storia non ufficiale, dimenticata, che affonda nelle generazioni passate costrette a muoversi per fame o per imperio. Così nelle pieghe della società dei media e dei consumi si celano abitudini, modi di dire, storie che parlano di un mondo antico e diverso.

Cos’altro sono i “salbanèi” (2), le “anguàne” (3), gli “orchi”  se non resti fossili delle storie di un tempo? E dietro parole apparentemente venete si cela un’altra lingua:

  • Carega: (kar+egge) cima delle conche rocciose
  • val Fontana d’Oro= da Hornbrun, fonte del corno
  • Gecchelini: minatori, dal cimbro “zeche” = miniera
  • Cicchelleri, da tzicheler = fabbricante di secchi
  • Collareda, da koular = luogo dove si fa il carbone, carbonaia

Il libro uscì in sordina con titolo da libro per ragazzi: “La valle dell’Orco“. Ma era tutt’altro che un libro per bambini e ha subito suscitato un certo interesse. Poi a un certo punto le richieste si sono impennate e l’editore è stato costretto a ritirare le copie inviate in giro per l’Italia per rifornire le librerie venete e così è capitato che il libro si è diffuso soprattutto in alta Italia. Se ne sono vendute ventimila copie, ma il bacino di lettura è molto più ampio dato che è presente in una settantina di biblioteche e dato che è stato adottato come testo scolastico in alcune scuole. E’ stato perfino tradotto all’estero, lo si può leggere in tedesco col titolo “Die Toten von Contrada Brunelli” (ovvero I morti di contrada Brunelli, il titolo italiano era meno lugubre).

Cultura, geografia, storia

ultimaanguanaIl successo si è ripetuto con il secondo libro, “L’ultima Anguàna” ambientato nelle contrade di Posina dove l’autore da piccolo andava in “villeggiatura”. Anche qui ritorna la passione per le microstorie in queste valli ai limiti dell’antica Repubblica veneta dove i racconti attraversano il confine e si accavallano senza mai fondersi del tutto.

Forse è questo che piace, il fatto che i romanzi di Umberto Matino sono fortemente radicati alla geografia e alla storia del Veneto, ma l’immagine che ne vien fuori è tutt’altro che provinciale, rivolta al passato, nostalgica. Dai suoi romanzi emerge un Veneto diverso e roverso, cosmopolita, strambo e montanaro, intraprendente ed industrioso, totalmente estraneo, nelle sue radici più profonde, al mito becero di una inesistente «razza Piave»” . D’altronde una Repubblica come quella di Venezia basata sui viaggi, sul confronto, sulla ricerca non poteva mostrare la immagine di una regione chiusa nel proprio tinello e intenta a gridare «paròni in casa nostra».

L’interesse per quello che racconta è testimoniato dalle molte biblioteche che lo chiamano:

Il cinquanta per cento dei miei incontri col pubblico sono organizzati dalle biblioteche civiche, che sono dei veri e propri “presidi culturali” del territorio”.

Anche il modo con cui fa pubblicità ai suoi libri è diverso, anticonformista. Niente social network, poco utilizzo dei mass media. I suoi libri si vendono con il passa parola, con gli inviti a riunioni pubbliche magari in sale minuscole

“Del resto i miei libri vengono molto letti in paesi e contrade dove non esistono né librerie, né biblioteche ed allora bisogna saperli portare ovunque “a dorso di mulo” – nell’edicola, dal casolino, nella trattoria – così come facevano nei secoli scorsi i venditori di santini stampati dai Remondini di Bassano”.

Nonostante questo modo singolare di rapportarsi con il mercato editoriale, i suoi libri si vendono: molto in provincia di Vicenza e di Padova, abbastanza in provincia di Verona, Treviso, Trento, Venezia, Belluno. Si vendono anche (con numeri più limitati) in Lombardia (soprattutto Milano) e Piemonte (Torino e Cuneo).

Il terzo libro

Tutto è notte neraEsce ora il terzo dei suoi libri, si tratta di “Tutto è notte nera“. Come ogni giallo che si rispetti, nulla si sa ancora della trama, L’unica anticipazione che Matino ha fatto è che la nuova storia è ambientata in una contrada fantastica chiamata “Parlati Rossi“, che “suona un po’ come una parafrasi dei “Busati Grigi” e dei “Busati Mori”, contrade della Valle di Riofreddo. Ma perchè “Rossi”? E perchè “Parlati”? C’entra qualcosa il cimbro bar-laita, ovvero costa dell’orso? “

Occorrerà leggere il libro per saperne di più.

Intanto si può andare ad ascoltarlo scegliendo una di queste possibilità.

  • 19 giugno, venerdì, ore 20,30, a Schio, presso il lanificio Conte
  • 23 giugno, martedì, ore 17.30, a Thiene, presso Libreria il Gufo
  • 25 giugno, giovedì, ore 21, a Valdagno, Palazzo Festari, a cura di Libreria LiberaLibro
  • 28 giugno, domenica, ore 16.00, a Vittorio Veneto nell’ambito di “GialloSerravalle”
  • 3 luglio, venerdì, a Bassano, presso Libreria la Bassanese
  • 9 luglio, giovedì, ore 20.30, a Creazzo, presso Libreria Seta

Parlano di Umberto Matino

Ritratto umberto matino 2

Quattro chiacchiere con Umberto

Tuo fratello Vittorio è pittore, tuo fratello Renzo è grafico, tu stesso sei architetto e hai sempre avuto un’ottima abilità grafica. Cosa ti ha spinto a dedicarti alla scrittura anziché alle arti visive?

Potrei risponderti: “l’evoluzione della specie”! L’uomo preistorico dipingeva le caverne e poi, progredendo, è passato a narrare le proprie epopee…

Ma è soltanto una battuta! In realtà credo che tutti gli strumenti di comunicazione siano validi e utilizzabili per qualunque scopo. La scrittura comunque mi ha sempre attratto e però ho deciso di praticarla soltanto quando ho avuto fra le mani e nella mente, delle “storie” da raccontare. Quelle storie riguardavano il nostro pedemonte vicentino e nel raccontarle m’è parso di poter così narrare il territorio stesso e cioè il suo paesaggio, la sua conformazione, l’intimo aspetto di luoghi, contrade, case, sentieri che via, via stanno scomparendo, spesso per sola vandalica ignoranza. Ad un certo punto della mia vita professionale mi sono convinto che molto di più dell’architettura, la letteratura è in grado di “conservare” nelle sue pagine l’ambiente naturale ed antropico, di spiegarne il senso e di sensibilizzare la gente alla sua tutela. Molto di più e meglio che l’azione dell’architetto… sempre in bilico fra i voleri della committenza e la perentorietà di norme cervellotiche e burocratiche, fra gli interessi economici suoi e delle imprese costruttrici, e quelli della comunità. Per me inoltre, ha contato molto conoscere di persona una nostra contrada, la sua gente e la sua storia: nel giro di qualche anno ho costruito così le basi del mio primo romanzo, la sua parte reale. Il resto (gli omicidi, l’intreccio e i personaggi) sono venuti da sè, dando spazio alla fantasia.

Il primo libro era ambientato in una contrada “rovérsa” della Val Leogra, il secondo era ambientato in una valle appartata come la Val Posina. Si tratta sempre di luoghi marginali, in parte immaginari in parte reali. Penso che anche il terzo romanzo sia ambientato nelle valli dell’alto vicentino. E’ così?

Sì, continuo la mia esplorazione pedemontana. In questo terzo romanzo sono però molto più coinvolte, sia la Valdastico, sia Schio, sia infine Vicenza (con una breve capatina a Padova) ma il punto di vista principale rimane pur sempre una contrada montana, immaginaria come sempre, e come sempre molto simile a quelle reali. Il suo nome questa volta è “Parlati Rossi” che suona un po’ come una parafrasi dei “Busati Grigi” e dei “Busati Mori”, contrade della Valle di Riofreddo. Ma perchè “Rossi”? E perchè “Parlati”? C’entra qualcosa il cimbro bar-laita, ovvero costa dell’orso?

Tu sei sempre stato un intellettuale tutt’altro che provinciale, il tuo respiro culturale è sempre stato cosmopolita. Cosa ti ha portato a esplorare, studiare, approfondire la cultura cimbra? Cosa ti attira nella cultura cimbra di fondovalle, in queste storie di confine, ambientate in luoghi dimenticati, cosa ti attira di queste storie che sembravano ormai rimosse prima che tu le ripescassi e le rinnovassi?

Mi attira proprio il fatto che esse fossero state rimosse, dimenticate, cancellate. In parte ciò è avvenuto per il naturale trascorrere del tempo, ma in parte quella dimenticanza è stata provocata o, per dir meglio, assecondata. Evidentemente quelle storie disturbavano il desiderio smodato di conformismo e di normalizzazione del reale propugnato da “alcuni”, dava fastidio che gran parte della popolazione fosse di origine tedesca, che il suo dialetto originario fosse un’antica parlata centroeuropea, una specie di miscela ostrogota, che avesse avuto per secoli parroci allemanni permeabili al protestantesimo, che con una propria ed originale cultura del lavoro, calvinista e rigorosa, avesse permeato l’intero territorio forgiandosi nell’attività mineraria, nell’industria tessile, in quella siderurgica. Tutti questi fatti sono storicamente inconfutabili e soprattutto sono ricchi di implicazioni culturali, sociali, folcloriche, religiose e politiche. Sono fatti che raccontano un Veneto diverso e roverso, cosmopolita, strambo e montanaro, intraprendente ed industrioso, totalmente estraneo, nelle sue radici più profonde, al mito becero di una inesistente “razza piave” e all’immagine di una regione chiusa nel proprio tinello e intenta a gridare “paroni a casa nostra!”.

E’ il tuo interesse per la storia che ti ha spinto alla scrittura oppure la tua voglia di scrivere doveva comunque trovare sfogo in qualche modo?

Il mio non è propriamente un interesse per la Storia, con la esse maiuscola: essa è appannaggio degli studiosi e necessita di metodo scientifico, di documentazione rigorosa e di una prosa, ahimè, debitamente noiosa. Io amo raccontare le storie, anche piccole e modeste delle quali la grande Storia è intessuta. Le micro-storie sono spesso ricche di “suggestioni”, sono capaci cioè, per stessa natura dei fatti narrati, di farti capire, intuire, rivivere ciò che è successo nel passato ed il senso di ciò che succede nel presente, innanzitutto con la fantasia e con il sentimento – ammaliandoti, incantandoti, stregandoti – e poi col ragionamento. Senza quelle storie da narrare credo che non avrei mai affrontato la scrittura.

Tu sei scrittore prolifico, scrivi storie così lunghe che l’editor deve tagliare e ridurre. Con questo ultimo libro hai completato una trilogia iniziata con “La valle dell’Orco” e continuata con “L’ultima anguàna”. Pensi di aver esaurito il tuo interesse per queste storie oppure hai ancora molto materiale che vorresti trasferire dalla storia alla letteratura?

Ho ancora molto materiale… e soprattutto ho ancora molta fantasia. Dove non arriva la storia, si inventa, e il racconto diventa ancora più bello.

Ormai sei molto noto, ti conoscono in molti e ti invitano tutti a parlare dei tuoi libri, ma anche di cultura del territorio. Qual è l’invito più originale che hai ricevuto?

Al Carcere Due Palazzi di Padova ad un incontro con i detenuti del 41bis. Erano tutti molto interessati ai miei romanzi ed io gli ho propinato un bel pistolotto sui cimbri. Visto l’ambiente, ho invece un po’ glissato sugli omicidi….

Chi legge i tuoi libri? Pensi di scrivere anche per le generazioni più giovani? Tuo figlio legge i tuoi romanzi?

Soprattutto donne, perchè le donne leggono molto più degli uomini i quali, a dire il vero, sono impegnati tutto il giorno a cacciare nella foresta per procurare il cibo ai propri cuccioli. Sono stato invitato anche in molte scuole superiori dove i miei romanzi erano stati adottati come “libri di lettura” e quindi una percentuale di lettori giovani, volenti o nolenti, di sicuro esiste. Scrivendo non penso mai ad un target particolare di lettori, cerco semplicemente che i miei romanzi piacciano a tutti. Mio figlio ha letto i miei romanzi (l’ultimo l’ha letto addirittura in bozze) e son convinto che gli sono piaciuti, altrimenti li avrebbe lasciati a metà non avendo alcun timore reverenziale nei miei confronti.


NOTE

(1) Roversa = rovescia, in questo caso si intende una contrada posta sul lato sbagliato della valle, dove d’inverno il sole arriva poco o nulla, dove coltivare costa fatica, dove la neve ti costringe in casa fino a primavera inoltrata.

(2) Salbanèo. come descrivere un essere così volubile, volatile e dispettoso? Immaginate di essere in una stanza buia davanti al fuoco del camino, all’improvviso un tizzone schizza dal fuoco e quasi vi incendia le grosse calze di lana: è stato un salbanèo.

(3) Anguàna. Siete a letto in una contrada solitaria, immaginate il silenzio attorno rotto solo dall’acqua della fontana. Non riuscite a dormire, ad un certo punto vi sembra di sentire un rumore diverso, come se qualcuno stesse sciacquando i panni, la sensazione è netta c’è qualcuno alla fontana, vi affacciate e vedete una donna (di solito bellissima, talvolta orrida) che lava i panni, ha capelli molto lunghi; poi riempie d’acqua un cesto di vimini e se ne va. Avete visto un’anguàna.

13 thoughts on “Tutto è notte nera

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  10. Condivido in pieno le parole di Massimo; Matino ha il raro dono di conivolgerti quasi fisicamente nelle storie, con la minuzia di particolari ti trasporta direttamente nei luoghi che descrive. sei così coinvolto che riesci a staccarti dal libro con fatica. Speriamo non facciano mai film dai suoi libri…….. 😉 concordo con Massimo, meriterrebbe di essere conosciuto di più e non solo in Veneto. Attendo con ansia di leggere l’ultimo libro

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  11. Pingback: Tutto è notte nera (Umberto Matino) » fulviocortese.it

  12. Matino ha il dono non banale di catturare la tua attenzione in un baleno, costringendoti a leggere..non ne puoi fare a meno!
    Ho regalato “La valle dell’Orco” in Sicilia..ne ho dovute poi spedire altre 4 copie….ciò che scrive si fa apprezzare dappertutto, anche se racconta storie ambientate nell’Alto Vicentino. Merita veramente di essere conosciuto di più…e non solo in Italia.

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