Home

Due riti

Prendete questa descrizione.

“Quando arriva la processione cogli stendardi e i preti per levare il cadavere, le femmine coperte a gramaglia col lenzuoletto o zendalo, cominciano il piagnisteo, nel quale vanno a gara chi sa meglio piangere, e rammentare con una specie di canto i pregi del defunto. Questo piagnisteo va poi crescendo e le grida si rinforzano allorché il morto vien posto nella cassa e portato fuori di casa”

PreficheConfrontatela con questa

“… Si cava di casa il morto, e una caterva di donne si getta sulla strada empiendo le piazze e le vie di mesti ululati, di clamori, di grida, che a chi ne ignori la causa farebbero sospettare o esser quelle maniache, o venuta la città in man del nemico. Quando il corteo funebre tocca le soglie della chiesa… percosse dai femminili ululati orrendamente rimbombano le volte… “

Si somigliano, vero? Eppure parlano di due mondi lontanissimi tra loro:

  • La prima è dell’abate Dalla Pozza e descrive un funerale nell’altopiano dei Sette Comuni nel secolo XVIII
  • La seconda è una descrizione del Petrarca (toscano) e risale al 1373

Questi due mondi lontani nel tempo e nello spazio è come se si fossero intrecciati, almeno un tempo. Oggi quel mondo è cambiato: chi si sognerebbe di chiamare le vicine a “piangere il morto” e poi ricompensarle con mezza sopressa, un cesto di fichi e un fiasco di vino?

Una formula: Pànta Nìfta Scotinì

  • Da dove vengono queste misteriose parole?
  • Cosa vogliono dire?
  • Perché gli accenti hanno questa cadenza, come di filastrocca?
  • Di che lingua si tratta?

Mettiamo ordine e cominciamo a rispondere

Tutto è notte neraDa dove vengono?

Noi le abbiamo prese dall’ultimo libro di Umberto Matino (1) e quelle parole ne sono il titolo. Si perché TUTTO E’ NOTTE NERA è la traduzione in italiano di quella frase misteriosa.

Cosa vogliono dire?

Panta, è termine greco, sta per “tutto” (“panta rei“= tutto scorre);
nifta -termine del dialetto grico-salentino – deriva dalla parola greca nyx=notte;
scotinì – termine del dialetto grico-salentino anch’esso- deriva dal greco skotos=buio.
Letteralmente la traduzione sarebbe “tutto è notte buia”, l’aggettivo “nera” è un’interpretazione, consolidata in molti autori.

Perché gli accenti hanno questa cadenza, come di filastrocca?

prefiche 2Le parole sono tratte da un lamento funebre diffuso nei comuni facenti parte dell’area della cosiddetta grecìa salentina e veniva cantato o recitato. Nell’antica Roma le lamentazioni funebri erano cantate dalle prèfiche, donne che ai funerali si stracciavano le vesti, piangevano, si graffiavano il viso, talvolta si strappavano i capelli e così facendo manifestavano il lutto, l’attaccamento alla persona scomparsa, la vicinanza ai famigliari. In tutto questo cantavano le lodi del morto e nenie trasmesse oralmente da tempi antichissimi. La nenia di cui parla Matino dice così

Arte pu se hosa, chècciamu, tis su stronni o crevattàci?
– Mu to stronni o mavro tànato Ja mia nifta poddhi mali…
…Tis esèa psunnà, Kiatìramu, motti e emèra en apsilì?
-Ettù cau e pant’an ìpuno, panta nifta scotinì
Ora che ti han sepolta, piccola mia, chi ti fa il letto?
– Me lo accomoda la nera morte per una notte molto lunga…
… Chi ti sveglierà, piccina mia, quando il sole sarà alto?
– Quaggiù è sempre un sonno tutto è notte nera.

(http://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/1979/II/art/R79II020.html)

Di che lingua si tratta?

Si tratta del dialetto grico-salentino diffuso in alcuni comuni della provincia di Lecce e parlato da quella parte della popolazione proveniente, probabilmente nell’alto medioevo, dall’altra costa della mare Adriatico, dalla Grecia.

Perché ne parliamo?

  • Cosa c’entra il Salento con un libro sui Cimbri che stanno dall’altro capo della penisola?
  • Cosa c’entra un popolo affacciato al mare con una popolazione rintanata all’ombra di una valle?

Il brano all’inizio di questo articolo è dell’abate Agostino Dal Pozzo, “Memorie Istoriche dei Sette Comuni Vicentini”Rotzo 1820, pag. 147. Se non fossimo certi che si tratta di un brano che parla del Settecento Veneto sembrerebbe la descrizione di una cerimonia funebre degli anni ’50 in un paese del meridione d’Italia o della Grecia. Lo stesso abate Dal Pozzo ne è consapevole ed infatti afferma che

il costume di rammentare piangendo i pregi dei defunti e di farne l’elogio” è antichissimo e se ne ha memoria, oltre che sull’Altopiano di Asiago, anche nelle “opere di Omero e degli scrittori greci e latini”.

prefiche antica grecia

Insomma i riti funebri cimbri somigliano a quelli antichi e diffusi nel sud d’Italia solo qualche decennio fa; e così un libro che parla delle valli venete ha un titolo tradotto da un dialetto commisto col greco. Sentiamo Umberto Matino

tutto è nato da quella osservazione del settecentesco abate Dal Pozzo, che descriveva i costumi funerari cimbri del tutto simili a quelli mediterranei (degli antichi scrittori greci e latini, lui dice), ed allora mi è venuto alla mente lo strano paragone fra i comuni griki del salento e i sette comuni cimbri dell’Altopiano, la similitudine fra due comunità straniere isolate in un contesto antropico latino, con un dialetto che viene dal “di là”, da di là dei monti, da di là del mare…
.
Queste consuetudini funerarie molto teatrali sono state combattute per secoli dalle autorità civili e religiose. Hanno suscitato lo sdegno, la repulsione e l‘irrisione delle persone colte che marcavano la differenza di valori ed atteggiamenti tra loro e il popolino chiassone e ignorante.
Alla fine la tradizione è stata sconfitta.
Eppure queste antiche tradizioni e i versi di queste canzoni, delle lamentazioni, delle ninne nanne – tutte queste parole che col loro suono fanno rivivere culture e mondi che credevamo del tutto scomparsi – riescono a dirci molto di noi stessi e della nostra terra, riescono a colpire non solo il nostro interesse intellettuale, ma anche i nostri sentimenti.
.
Ma chi cerca nel profondo della storia non smette di farsi domande. Sentiamo ancora Umberto Matino:
Mi viene da pensare se è mai esistita una vera e propria canzone tradizionale cimbra… che fine avrà fatto?
Di sicuro non c’entrava nulla con le nostre canzoni di montagna.
E le lamentazioni funebri?
Se si lamentavano lo facevano certamente secondo stilemi canori codificati, che fine hanno fatto?
.
Il tema ha anche una valenza più ampia: quali sono le nostre radici culturali? Crediamo di conoscerle, ma più studiamo la storia più capiamo che le radici sono vaste, profonde, talvolta contraddittorie, e soprattutto che si estendono là dove non abbiamo mai pensato di dirigere lo sguardo.
.
Ma quali sono allora le vere tradizioni – il folklore – della gente dell’alto vicentino:
– quelle venete/posticce degli ultimi due secoli
– o quelle precedenti cancellate dalla livella del tempo?
E se ci allontaniamo dal folklore – che pure a saperlo leggere, racconta e spiega molto – e andiamo sui nodi di fondo di una cultura, sui suoi sistemi valoriali, la concezione dell’uomo, della donna, del lavoro, della religione, della comunità, dei beni materiali… quali sono questi valori?
Quanto hanno influito ed influiscono sul nostro umano agire?
Quanto determinano o sono determinati dal sistema di produzione?

Torneremo su questi argomenti, ma per ora fermiamoci ad ascoltare alcuni …

… documenti musicali

Questa è una canzone tradizionale in grico-salentino, canta la buona notte (kali nifta). E’ una serenata d’amore il cui titolo originario è “Matinata

E questa, invece, è una ninna nanna cantata in lingua cimbra (2)


NOTE

(1) Umberto Matino, Tutto è notte nera, Edizioni biblioteca dell’immagine, Pordenone 2015
(2) Si tratta di una ninna nanna cimbra utilizzata dal regista Pierpaolo Comini per un reading su “La valle dell’Orco”, il primo libro di Umberto Matino.
Natale 2011Il testo è il seguente

Tin, tan nona, tin, tan nona,

loilent kloken bomme Roane

puben alle auf gastant pubenalle auf

gastant aan gasoghet ist gabant aan gasoghet ist gabant.

Tin, tan nona, tin, tan nona,

hoite zinghent vrü dar hano

kemmet abar in in haus kemmet abar in in haus

un iart zeghet gheenan an maus un iart zeghet gheenan an maus.

Tin, tan nona, tin, tan nona,

Iichte machet us dar maano,

un de katza sraighet miau un de katza sraighet miau

zeght de maus un springhet drau zeght de maus un springhet drau.

Tin, tan nona, tin, tan nona,

pulta tümbar in de zoana un in kese in in sak un in kese in in sak

is ist palle mittartak is ist palle mittartak!

che tradotta fa

Tin tan nona, tin tan nona,

suonano le campane di Canove

tutti i ragazzi (sono) alzati

indossato é il vestito indossato é il vestito.

Tin tan nona, tin tan nona,

oggi canta presto il gallo

scendete in cucina e vedete correre un topo e vedete correre un topo.

Tin tan nona, tin tan nona,

ci fa luce la luna, il gatto miagola,

vede un topo e gli salta addosso vede un topo e gli salta addosso.

Tin tan nona, tin tan nona,

poniamo la polenta nella cesta, il formaggio dentro il sacco,

é presto mezzogiorno é presto mezzogiorno!

Citata in “TAUSCH preghiere, proverbi, filastrocche cantilene e canti delle campane” a cura di Giovanni Battista Pighi, Milano 1964, all’Insegna della Baita Van Gogh, Vanni Scheiwiller. Recensito in Giovanni Rapelli “Il libretto cimbro di Giovanni Maria Pighi”, in “Cimbri-Tzimbar” anno IX n.18. Vedi anche http://www.cimbridelcansiglio.it/pagina/000283/4/1.html

APPENDICE

LA PREFICA

La prèfica (dal latino praefica), nel mondo antico, era una donna pagata per piangere ai funerali.

Sono documentate fin dall’Antico Egitto. Nell’antica Roma, durante il corteo funebre, precedevano il feretro stando dietro i portatori di fiaccola: con i capelli sciolti in segno di lutto e cantavano lamenti funebri e innalzavano lodi al morto, accompagnate da strumenti musicali, a volte graffiandosi la faccia e strappandosi ciocche di capelli.

L’uso, citato già da Omero, fu proibito a Roma, nei suoi eccessi, dalla legge delle XII tavole. 
L’uso di persone che piangono i morti era praticato ancora in tempi recenti nell’Italia meridionale e si è conservata almeno fino agli anni ’50 ad esempio nei paesi della Grecia salentina dove esistevano i “chiangimuerti” e dove si sono tramandate delle famose nenie di origine greca; queste donne entravano nella casa del defunto e iniziavano a gridare disperatamente.

Subito dopo iniziavano a cantare le lunghe cantiche, in cui non si disdegnava il richiamo ad antiche figure mitologiche greche, tra le quali spiccano Caronte e Tanato; le prefiche grike provenivano soprattutto da Martano. A Calimera si ricorda la figura di Lucia Martanì (proveniente da Martano), donna martanese residente a Calimera. 
Il documentario “Stendalì, suonano ancora” regina di Cecilia Mangini, in collaborazione con Pier Paolo Pasolini riprende uno degli ultimi riti di canto funebre.

Italiani: racconto etnografico (estratto da pag 254)
Di Gian Luigi Bravo
Meltemi Editore srl, 2001
Come si esprime Ernesto de Martino che l’ha analizzata a fondo, la lamentazione è “una tecnica del piangere” che “riplasma culturalmente lo strazio naturale e astorico“; si tratta quindi di un procedimento formalizzato e funzionale e per nulla di uno sfogo incontrollato e quasi fisiologico di dolore e di smarrimento.
Esso è stato d’altra parte combattuto per secoli dalle autorità civili e religiose, ed ha suscitato lo sdegno, la repulsione e l’irrisione dei colti, risultando in tal modo un buon marcatore di differenza di valori ed atteggiamenti, su una scadenza critica del ciclo della vita umana, tra i ceti egemoni e quelli popolari.
Così si esprime già Petrarca in una lettera del 1373:
“… Si cava di casa il morto, e una caterva di donne si getta sulla strada empiendo le piazze e le vie di mesti ululati, di clamori, di grida, che a chi ne ignori la causa farebbero so-spettare o esser quelle maniache, o venuta la città in man del nemico. Quando il corteo funebre tocca le soglie della chiesa… percosse dai femminili ululati orrendamente rimbombano le volte… costumanza… contraria ad ogni legge di decenza civile e di buon ordinamento della città…”
Nei primi decenni dell’800 il lamento funebre era ancora consueto in territori di tutta l’Italia, dalla Val di Susa al Senese, dal Veneto alla Sicilia e alla Sardegna: tracce ancora vive potevano essere osservate intorno alla metà del Novecento in Lucania e nel Molise e sporadicamente nel Canavese e in Valtellina, fino a tutti gli anni ’80 in Calabria, e la sua influenza pare tuttora informare lo stile delle manifestazioni popolari di cordoglio nel Meridione.

One thought on “Riti e culture locali

  1. Pingback: Cimbri dell’alto vicentino | Accogliamo le Idee

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...