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quad_cultura cimbraEra il 1978 quando uscì il primo numero della rivista QUADERNI DI CULTURA CIMBRA, nello stesso anno usciva il libro “Storia di Tönle” di Mario Rigoni Stern. Questi due avvenimenti segnavano l’inizio di una ripresa di interesse per questa lingua popolare che sembrava ormai cancellata.

Nel passato il cimbro era una lingua e una cultura molto diffusa nelle montagne e nella valli del vicentino e del veronese, tollerata dalla Repubblica di Venezia, poi osteggiata da Napoleone. Il colpo più forte alla minoranza cimbra fu dato dal fascismo che italianizzò i termini cimbri, proibì le lingue locali e omologò la cultura.

Ne parliamo con lo scrittore Umberto Matino.

Cimbri

ultimaanguanaIl presente romanzo (“Tutto è notte nera”), insieme ai due che l’hanno preceduto, compone quella che potrebbe definirsi una trilogia “cimbra”. Il tratto infatti che unisce i tre libri, più che l’appartenenza ad un medesimo genere (romanzi gialli, noir, o thriller che dir si voglia) è l’identico contesto storico e ambientale entro il quale si dipanano le singole vicende. Questo ambito è definito geograficamente dalle valli, dalle colline e dalle montagne dell’alto vicentino e dei Lessini veronesi e possiede una sua suggestiva peculiarità storica e antropologica: la gran parte della gente che abita quei luoghi è di origine tedesca, anzi, per dirla come s’usava un tempo, di origine allemanna o teutonica.

Un’isola etnica

Per secoli la popolazione di quelle montagne ha costituito un’isola etnica germanica isolata all’interno di un ambiente antropico maggioritario d’origine latina e specificatamente veneta. Per secoli quei montanari, ruvidi e laboriosi, si sono distinti dalla gente di pianura, altrettanto ruvida e laboriosa, per la propria lingua, per la propria cultura, per il proprio folclore e per un proprio nome peculiare: i Cimbri.

Da dove vengono?

I primi coloni tedeschi, denominati poi Cimbri, giunsero sull’Altopiano d’Asiago provenienti dalla Baviera intorno alla metà dell’XI secolo; da qui si diffusero verso la Valdastico, la Val Leogra e la Valle dell’Agno fino a raggiungere i monti Lessini nel veronese. Contemporaneamente si realizzarono degli insediamenti similari sull’altopiano di Lavarone, a Luserna soprattutto, e in alcune valli trentine.

Cimbri di monte e cimbri di valle

Sant'Agata, Meda e il Novegno Priaforà sullo sfondo

Sant’Agata, Meda e il Novegno Priaforà sullo sfondo

A differenza di quanto è successo per le località prettamente montane (Asiago, Luserna e i Lessini) ove da anni operano istituzioni culturali dedite allo studio e alla conservazione delle tradizioni cimbre, nessuno ha finora studiato il nascere e lo svilupparsi degli insediamenti cimbri della Valdastico, della Val Leogra e della Valle dell’Agno pur essendo queste tre valli più estese territorialmente e più popolose di tutte le altre zone messe insieme.

A partire dal ‘500 in queste tre valli presero origine, grazie anche all’apporto della manodopera specializzata di origine allemanna, del suo spirito imprenditoriale e della sua peculiare cultura del lavoro, i più grandi centri industriali della provincia di Vicenza e dell’intera regione veneta.

Imprenditori cimbri?

A_RossiMolti degli imprenditori valdagnesi e scledensi che capitanarono tale impresa sono riconducibili, già dai loro cognomi, ad antiche famiglie d’origine cimbra: dai Rossi di Lusiana, ai Marzotto di Chiampo, e poi i Federle, i Saccardo, i Drago, i Costa, i de Pretto, i Dal Brun, i Lora, i Cortiana, i Dalle Molle, gli Spezzapria, gli Sterchele, gli Sbabo, i Laverda, i Ciscato, i Maltauro, ecc.

La storia di queste tre valli vicentine mostra con evidenza come la cosiddetta “cultura cimbra” non possa essere circoscritta in un orizzonte unicamente silvo-pastorale e come essa abbia invece contribuito in maniera determinante all’industrializzazione del Veneto e al suo riscatto da una miseria secolare.

Le comunità cimbre insediate sui monti più alti rimasero invece legate, fino al secondo dopoguerra, unicamente alla pastorizia ed alla agricoltura e a causa del loro maggiore isolamento conservarono più a lungo il dialetto di origine tedesca.

Parroci di montagna

Il mantenersi di lingua e tradizioni germaniche fu favorita anche dalla autonomia che, per secoli, la Chiesa concesse alle poco ambite parrocchie montane, conferendo alla popolazione cimbra di quelle località la potestà di nominare autonomamente i propri parroci scegliendoli fra sacerdoti di lingua tedesca. Tale facoltà contribuì in maniera determinante a mantenere vivo a Luserna, a Asiago e sui Lessini, il senso di appartenenza alla lontana patria d’origine e ad incentivarli a conservare l’uso della propria lingua e la memoria della propria storia, della propria cultura e del proprio folclore.

Il Salbanello appartiene solo al folklore cimbro?

Ed è proprio dal folclore cimbro che i tre romanzi colgono le figure mitiche che danno spessore e profondità alle loro trame gialle. In questo romanzo è il turno del Salbanello, il koke cimbro, un folletto dispettoso che sui monti vicentini, così come in Germania, non infesta solamente i boschi ma è spesso accostato al mondo delle miniere, delle grotte e dei tesori sotterranei (vedi in Enio Sartori, “Il mago degli ori. La scoperta delle miniere nell’immaginario popolare altovicentino, Dueville, 2009).

Nel mondo esiste una vera folla di piccoli esseri abitanti delle foreste che si affianca ai salbanelli vicentini: c’è

  • il massariol veneziano e trevisano,
  • il martorelo padovano,
  • lo squasc lombardo,
  • il mazapégul romagnolo,
  • il munaciello napoletano,
  • lo scazzamurrieddhru e il carcarulo salentini,
  • il fudditu

Esseri fantastici in Europa

Il salbanello ed i suoi compari appaiono e scompaiono a partire dalla Finlandia, per passare in Irlanda, in Bretagna, in Germania, sulle Alpi e giù, giù, fino alla Sicilia ed oltre. Questi esseri minuscoli e intriganti sono abituati, da secoli, a convivere e confondersi l’uno con l’altro in una sarabanda di nomi e di accenti, scambiandosi gli abiti, il colore dei capelli, le fisionomie, le voci, i canti e le filastrocche.

Fig_23 Homo salvadegoSimilmente a loro, anche altre figure della mitologia cimbra ed alpina hanno nel proprio DNA un’attitudine metamorfica, apolide e cangiante: si pensi all’Anguàna che si confonde e si contamina con le naiadi pegee, con le lamie greche o le melusine bretoni; o si pensi invece all’Orco che è parente stretto di Plutone, di Crono e di Saturno, dio degli inferi, divoratore dei propri figli.

L’Orco è presente nei miti e nel folclore di tutta Europa, fin nel cuore delle valli alpine più appartate, dove emerge orrorifico sotto le spoglie dell’Homo Selvadego, lo stesso mostro che in un affresco medievale in Valtellina, grida al mondo intero: “Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura“.

Homo selvaticus

Miti, folklore, culture

In effetti, a ben guardare, i miti, il folklore, le culture e gli stessi esseri umani, viaggiano in giro per il mondo, superano i confini e si mischiano gli uni con gli altri così come fanno la flora e la fauna e “soprattutto come le erbe che si spostano in silenzio, in balia dei venti. Se mietessimo le nuvole, resteremmo sorpresi di raccogliere imponderabili semi. Già in cielo si disegnano paesaggi imprevedibili“. (Gilles Clement).

E già nel ‘700 l’abate Agostino Dal Pozzo, scrivendo la storia dell’Altopiano di Asiago, aveva colto il legame profondo, l’intima contaminazione, fra le tradizioni cimbre e i costumi mediterranei, e non in aspetti secondari o meramente folclorici, bensì specificatamente nel culto dei morti, uno dei momenti centrali nella vita delle comunità e dei loro riti religiosi. (Vedi anche: https://accogliamoleidee.wordpress.com/2015/08/08/riti-e-culture-locali/)

Il culto dei morti

Nel suo libro l’abate descrive un funerale tradizionale lassù in Altopiano: “Quando arriva la processione cogli stendardi e i preti per levare il cadavere, le femmine coperte a gramaglia col lenzuoletto o zendalo, cominciano il piagnisteo, nel quale vanno a gara chi sa meglio piangere, e rammentare con una specie di canto i pregi del defunto. Questo piagnisteo va poi crescendo e le grida si rinforzano allorché il morto vien posto nella cassa e portato fuori di casa“. (vedi in Agostino Dal Pozzo, “op.cit”., opera postuma, Rotzo 1820, pag. 147)

prefiche antica grecia

Se non fossimo certi che si tratta di un brano tratto dalle “Memorie Istoriche dei Sette Comuni Vicentini” sembrerebbe la descrizione di una cerimonia funebre degli anni ’50 in un paese del meridione d’Italia o della Grecia. Lo stesso abate Dal Pozzo ne è consapevole ed infatti afferma che “il costume di rammentare piangendo i pregi dei defunti e di farne l’elogio” è antichissimo e se ne ha memoria, oltre che sull’Altopiano di Asiago, anche nelle “opere di Omero e degli scrittori greci e latini”.

Il presente brano è tratto dal libro di Umberto Matino, Tutto è notte nera, Edizioni dell’Immagine, Pordenone 2015, pagg. 333 334. Ne abbiamo parlato qui: https://accogliamoleidee.wordpress.com/2015/06/20/tutto-e-notte-nera/


Un po’ di storia dei Cimbri

Epoca medievale

A partire dalla metà del X secolo la zona dell’altopiano dei Sette Comuni fu interessata da consistenti ondate migratorie provenienti principalmente da un’area della Germania meridionale, al confine tra Baviera, Svevia e Tirolo, allora dipendente dal monastero di Benediktbeuern, posto a metà strada fra Monaco e Innsbruck.

Tali migrazioni furono sollecitate e favorite soprattutto dai vescovi delle diocesi di Trento (altopiani di Folgaria, Lavarone e Luserna), Padova (altopiano di Asiago), Vicenza (Valdastico, Valleogra, Valle dell’Agno); Verona (Lessini); i vescovi erano allora feudatari, per conto dell’Imperatore, di quelle montagne, che apparivano selvagge e quasi disabitate, e intendevano sfruttarne le risorse

Il più antichi insediamenti cimbri, sono probabilmente quelli di Rotzo e di Foza risalenti già alla metà del X secolo. Dopo essersi espansi in tutto l’altopiano dei Sette Comuni, i cimbri colonizzarono anche la Val Posina (inizi XII secolo), e si spinsero verso Folgaria e Costa Cartura. Fu il vescovo-principe di Trento, Friedrich von Wangen, ad autorizzare nel 1216 lo stanziamento di coloni provenienti da Asiago sull’altopiani di Folgaria, Lavarone e poi Luserna perché disboscassero quel territorio.

Nel Duecento, i nuovi insediamenti di coloni cimbri procedettero verso Lavarone, la Val Terragnolo e la Vallarsa). I cimbri si espansero anche nella zona pedemontana del Tretto, di Torrebelvicino, Enna e Valli del Pasubio. All’inizio del XIII secolo se ne trovano moltissimi anche a Schio (dove un intero quartiere era denominato “contracta Bayverie”) e a Malo, che nel 1407 il vescovo di Vicenza separò amministrativamente da Monte di Malo perché in quest’ultimo centro predominava l’elemento germanico.

Nella medesima epoca i cimbri erano ormai presenti a Recoaro e a Valdagno, e da qui ad Altissimo, fino ai confini della provincia di Verona, ove nel contempo si realizzò l’ampio insediamento cimbro che coinvolse l’intero territorio della Lessinia.

(vedi anche in https://it.wikipedia.org/wiki/Cimbri_%28minoranza_linguistica%29).

Tali insediamenti costituirono la massima espansione dei coloni di origine germanica a sud delle Alpi.

La Repubblica di Venezia

leone_S_Marco

(vedi anche in http://www.linkiesta.it/blogs/storie-di-medioevo-e-bisanzio/i-cimbri-e-la-serenissima)

La zona dell’Altopiano dei Sette Comuni passò sotto il controllo di Venezia attorno al 1405. Il governo serenissimo non aveva però alcun interesse di imporre la propria lingua e le proprie tradizioni, e anzi, pensò bene di coinvolgere quella popolazione nella difesa dei propri confini montani, guadagnandosi la loro fedeltà con una politica di larga autonomia e di ampie facilitazioni fiscali. Inoltre, facilitò la migrazione di altri coloni di origine germanica, specie bavaresi, esperti in arti minerarie che si fusero con i cimbri autoctoni nello sfruttamento delle risorse minerarie del vicentino, ma anche dell’agordino. E’ proprio in questo periodo che il termine “ Cimbro “ iniziò ad apparire nelle carte veneziane, come sinonimo dei termini “todesco” o “teutonico” o “allemanno”. La prima cosa che fece la Serenissima fu il permettere, alla Spettabile Reggenza dei Sette Comuni già esistente e fondata nel 1259, di continuare a prosperare con le proprie regole e consuetudini. Nel 1403, i Cimbri della Lessinia, invece, vennero riuniti in una comunità autonoma denominata Vicariato della Montagna dei Tedeschi detto anche della Montagna Alta del Carbon e successivamente inclusi, dal 1616, nella comunità dei XIII Comuni Veronesi.

Tra il ’500 e il ‘700 ci fu una vera e propria epoca d’oro per la gente cimbra. Grazie alla grande autonomia concessa dalla Repubblica di San Marco, fiorirono i paesi del pedemonte vicentino e veronese tanto da arrivare alla sorprendente cifra di 22mila persone. Paesi come: Asiago (Slege), Roana (Robaan), Enego (Ghenebe), Foza (Vüsche), Lusiana (Lusaan), Valli del Pasubio, Recoaro Terme (Recobör, Rocabör o Ricaber), Lavarone (Lafraun), Luserna (Lusern), Selva di Progno (Brunghe), Velo Veronese (Veljie), Bosco Chiesanuova (Nuagankirchen), Erbezzo (Bisan) erano abitati totalmente da Cimbri.

L’epoca del nazionalismo

Napoleone

Con l’arrivo di Napoleone la Magnifica Comunità venne sciolta e con la sua fine iniziò il lento declino della cultura e della stessa coscienza etnica dei Cimbri.

Il tramonto del dialetto, del folclore e delle tradizioni cimbre è però legato al periodo della prima guerra mondiale quando il fronte italo-austriaco attraversò proprio quelle zone. Luserna e Asiago, per esempio, furono completamente rase al suolo e tutti gli abitanti dell’altopiano vennero sfollati in terre lontane. A tutti venne proibito di parlare il dialetto originario, troppo simile alla lingua del “nemico”, e venne imposto l’insegnamento dell’italiano. Essi poterono ritornare solo nel 1919 a guerra conclusa.

Il fascismo

Il colpo di grazia definitivo fu dato dalla italianizzazione forzata di quei territori voluta dal Fascismo, tramite un accordo stipulato tra Mussolini e Hitler. A seguito di ciò si decise che le popolazioni di lingua germanica residenti in Italia, dovevano abbandonare la propria terra e trasferirsi in territorio tedesco, oppure rinunciare definitivamente alla propria lingua. Il trattato riguardava essenzialmente l’Alto Adige ma anche il territorio cimbro, con Luserna soprattutto, fu coinvolto e molte persone cedettero i propri beni per trasferirsi in Boemia.

Sull’avversione ai dialetti e la politica del fascismo nei confronti delle minoranze linguistiche vedi anche: http://www.treccani.it/enciclopedia/lingua-del-fascismo_%28Enciclopedia_dell’Italiano%29/

5 thoughts on “Cimbri dell’alto vicentino

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