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Nell’articolo precedente abbiamo esaminato le eresie che hanno attraversato la storia della Chiesa e dei popoli cristiani soffermandoci in particolare sul XVI secolo, il secolo delle guerre di religione.

Le dispute hanno toccato anche il vicentino, favorite sia dalla presenza di lavoratori delle Fiandre legati alla produzione tessile, sia alla presenza di popolazione di lingua tedesca nelle nostre valli, sia alla tradizione di accoglienza della repubblica veneta dove i perseguitati di altre nazioni potevano contare sulla tolleranza e un’industria della stampa più libera che in altri stati europei.

Proseguiamo con lo scritto di Umberto Matino

Una setta poco nota

È difficile trovare notizie circostanziate sulla fantomatica Setta degli Angelicati che operò a Schio, Arzignano e Pòsina intorno alla seconda metà del XVI secolo. Lo stesso Giovanni Mantese, il massimo storico della terra vicentina, afferma infatti:

Nessuno, a mia conoscenza, si è preso il disturbo di illustrare questa misteriosa eresia la quale, più che ai tempi di Sant’Agostino, deve risalire all’epoca della prima diffusione del protestantesimo nella nostra terra vicentina“. (vedi in Giovanni Mantese “Storia di Arzignano”, Arzignano, 1985, Torno I°, pag. 422)

Eppure la presenza di tale setta aveva provocato, a suo tempo, non poco trambusto se il predicatore Silvestro Cigno, che affiancò l’azione repressiva di padre Antonio Pagani, così commentò la situazione:

Io ho trovato questo popolo in errori assai et in mali costumi, fuori del cristianesimo;” (vedi in Silvestro Cigno, “Sermoni predicabili sopra gli evangeli domenicali, e festivi di tutto l’anno, secondo i quattro sentimenti della Sacra Scrittura, del r. don Silvestro Cigno vicentino, divisi in due parti. Con la tavola nel fine di tutti i sermoni. Et un Trattato del purgatorio, & de’ suffragi per l’anime de’ morti“, Venezia, 1572)

Una delle strade seguite per scovare qualche traccia degli Angelicati è stata proprio l’analisi del loro nome, per coglierne l’eventuale significato programmatico e risalire quindi al loro credo religioso. Da tale analisi se ne ricava la convinzione che il termine “Angelicati” – e non ha rilevanza se quel nome sia stato scelto autonomamente dai membri della setta o se sia stato imposto dai loro persecutori – riconduca tale eresia all’interno del filone dell’anabattismo vicentino.

Gli angeli siamo noi

angel08Gli anabattisti infatti sono sempre stati sensibili al ruolo e al significato di quelle particolari creature celesti denominate “angeli” negando ad esse qualunque esistenza trascendente o immanente (gli angeli non esistono) e concependoli invece come missionari di Cristo, portatori di uno stato di grazia raggiungibile unicamente con l’adesione alla loro chiesa (gli angeli siamo noi).

Una conferma di tale concezione la si può cogliere nelle confessioni rese all’Inquisizione da don Pietro Manelfi, anabattista pentito e delatore, là dove afferma che per i suoi ex-amici anabattisti:

non essere natura angelica creata da Dio, et dove la scrittura parla di angeli, essere ministri, cioè huomini mandati da Dio“. (vedi in “I Constituti di don Pietro Manelfi a cura di Carlo Ginzburg, Firenze, 1970)

Una ulteriore conferma della concezione angelica delle propria missione, la si trova nel verbale dell’interrogatorio di un anabattista vicentino, denunciato proprio dal Manelfi, Matteo della Maddalena, davanti al Tribunale dell’Inquisizione, dichiara infatti che i suoi correligionari:

dicevano che l’inferno era l’inferiore della terra; et che li angeli erano la parola di Dio che intrava in el cuore delli eletti“. (vedi in Pommier Édouard. “L’itinéraire religieux d’un moine vagabond italien au XVIe siècle“. In: Mélanges d’archéologie et d’histoire T. 66, 1954, pag.309, ASV, SU 158, Processo a Matteo della Maddalena, interrogatorio del 27 gennaio 1552)

E sempre Giovanni Mantese conferma che

La frattura fra sacerdoti e laici (…) mostra forse un aspetto di tale errore [cioè, dell’eresia degli Angelicati N.d.A.] e cioè il rigetto di ogni gerarchia ecclesiastica, come cosa superflua per chi se la intende direttamente con Dio, perché ‘angelicato’ dalla grazia di Cristo“. (vedi in Giovanni Mantese “op.cit.”, Arzignano, 1985, Tomo I°, pag. 422)

Del resto anche lo storico Delio Cantimori, parlando degli anabattisti, sostiene che

“(…) per quegli eretici non v’era altra natura che la umana, oltre a quella divina; gli angeli erano stati dei semplici annunciatori della parola divina, degli uomini ispirati“. (vedi in Delio Cantimori, “Eretici italiani del cinquecento“, Torino, 1992, pag. 66)

Idee luterane nella valle del Chiampo e dell’Agno

L’eresia degli Angelicati sembra quindi riconducibile a quella degli anabattisti e anche Giovanni Mantese, riferendosi agli aspetti più prettamente sociali della loro predicazione, conviene che

(…) bisognerebbe ammettere che nella valle del Chiampo e forse anche nella valle dell’Agno (e nella Val Leogra, N.d.A.) si erano diffuse idee luterane oggi difficilmente individuabili, ma che si rifacevano al movimento di (…) T. Munzer e N. Storch, (ideologi del movimento anabattista, N.d.A.) sostanziato da idee millenaristiche e socialistiche diffuse tra i tessitori di Zwickau e sostenuto dal collaterale movimento insurrezionale dei contadini“. (vedi in Giovanni Mantese, “op.cit.”, Arzignano 1985, Tomo I° pag. 421)

“un homo non deve comandar all’altro”

Una volta raggiunta la convinzione che Angelicati vicentini ed anabattisti tedeschi si rifacessero alle medesime idee religiose e sociali, il Mantese dà anche spiegazione del perché di un particolare accanimento nei loro confronti da parte delle autorità civili e religiose:

ciò che li rendeva particolarmente temibili presso le pubbliche autorità era il loro principio sociale, radicalmente anarchico, che un homo non deve comandar all’altro. Si spiega così lo zelo e l’inflessibile severità mostrata da Venezia nello scovare e sgominare tutta l’organizzazione anabattista“. (vedi in Giovanni Mantese “Memorie storiche della Chiesa Vicentina” Vol. 3.2, dal 1404 al 1563, Vicenza, 1964, pag. 104)

Da Innsbruck venne un padre cappuccino…

Antonio_Pagani-1Per far fronte al pericolo anabattista rappresentato dal sorgere degli Angelicati, il vescovo di Vicenza pensò bene di coinvolgere il cappuccino Padre Antonio Pagani che già si era distinto in un’azione del genere a Innsbruk, ove era stato chiamato dall’arciduca Ferdinando d’Asburgo, perché

il luteranesimo era penetrato anche lì e bisognava estirparlo prima che avesse messo radici profonde” (vedi in Fanio Urbani, “Padre Antonio Pagani, quasi un romanzo“, Vicenza, 1989, pag. 70).

L’arciduca aveva illustrato in modo esplicito la situazione al nuovo arrivato:

i nostri contadini non temono più né l’inferno, né il purgatorio. Inoltre sono orgogliosi, materiali, insolenti e cupidi“. (in Fanio Urbani, “op.cit”., Vicenza, 1989, pag. 71)

Era evidente che l’Arciduca si preoccupasse più della difesa dei propri beni materiali dalla cupidigia dei contadini, che delle loro convinzioni religiose. Ad Innsbruk padre Pagani riuscì in ogni caso a sistemare la situazione in quattro e quattr’otto (“con le preghiere ed il buon esempio“, a leggere i suoi agiografi) e pertanto nel 1565 poté aderire immediatamente alla richiesta del vescovo di Vicenza e tornare nel Veneto, sua terra natale.

Qui giunto,

provvide coll’arti medesime a’ bisogni di Schio, similmente a quei d’Arzignano, che per essere l’uno all’altro vicini travagliavano ne’ medesimi errori; e specialmente una certa Eresia, i cui promulgatori chiamavansi gli Angelicati” (vedi in Soderini Genesio, “op.cit”., Venezia, 1713, pag. 30)

“(…) c’erano Arzignano e Schio che la loro bella infezione protestantica ce l’avevano. Anche a Vicenza non mancavano le teste deragliate, anzi! Ma a Vicenza il problema più grave e difficile stava forse nella [scarsa] disciplina ecclesiastica. E qui non si trattava di averci a che fare con dei contadini! Dunque… salviamo prima la fede ad Arzignano e a Schio!” (vedi in Fanio Urbani, “op.cit”., Vicenza, 1989, pag. 73)

Padre Pagani si diede molto da fare, con lo zelo che gli era proprio, e non contento di assicurare gli eretici alla giustizia ecclesiastica, si preoccupò anche del destino della loro anima.

(…) chiuso in compagnia di quei rei sfoderò tutte le armi dell’ingegno e del cuore; esortò; pregò; minacciò; disputò; pianse; fece orazioni; si macerò con particolari penitenze; fino a che ammoniti dalla divina misericordia, s’arresero quegli ostinati; confessarono i loro errori, si ritrattarono dalla loro empietà e rimessisi in seno della Chiesa Romana, morirono penitenti“. (vedi in Soderini Genesio, “op.cit”. Venezia, 1713, pag. 32)

(…) qualche difficoltà il Pagani la incontrò a Schio con la setta degli Angelicati, brava gente misticheggiante e talmente piena di fede da poter sguazzare nel fango dei peccati senza minimamente sentirsi sporca, appunto perché ormai… angelicata anche a Schio l’opera di padre Antonio rivelò un’efficacia che aveva del prodigioso”. (vedi in Fanio Urbani, “op.cit”, Vicenza, 1989, pag. 74)

leggendario francescanoD’altra parte, padre Pagani aveva mostrato fin da giovane una certa attitudine a reprimere l’eresia, ovunque essa si annidasse. L’agiografo francescano Benedetto Mazzara, narra infatti che già da bambino aveva denunciato all’inquisizione il proprio maestro, da lui considerato un eretico:

(…) parlando ora delle virtù di questo Servo di Dio, di cui in tutta la vita si mostrò dotato, primieramente par il dovere accennare la sua Fede, la quale quanto fosse grande, essendo già provetto, ne diede chiaro segno da putto, che intrepidamente si oppose al suo Maestro, che aveva sentimento ereticale, procurando fosse convinto ed accusandolo al Sant’Uffizio. Servì anco molti anni la Sacra Inquisizione, con ogni diligenza, con frutto, e benefizio di molte anime“. (vedi in Benedetto Mazzara, “Leggendario Francescano“, Venezia, 1721, pag. 45)

Gli angelicati scledensi

Ma chi erano dunque gli Angelicati scledensi? Quali erano i loro nomi e che fine fecero? Le notizie rintracciabili sono poche. Il biografo del Pagani, Genesio Soderini, ne nomina uno solo, un tale Bernardin Brabantino, senza specificare se fosse residente a Schio o a Vicenza,

uno dei principali chiamavasi Bernardin Brabantino, il quale benché fuggito di carcere, vacillasse, finì poi la vita professando costantemente la vera fede“. (vedi in Soderini Genesio, “op.cit”, Venezia, 1713, pag. 32)

Non si trova altra notizia su questo individuo il cui nome pare essere quasi un soprannome, perché a quei tempi con il termine Brabantini (lat. Brabantines, Brebantiones) si denominavano gli appartenenti a bande di eretici itineranti, famosi più per ruberie e saccheggi che per le loro dottrine ereticali. Si potrebbe forse ipotizzare che un nomignolo del genere fosse stato affibbiato ad un qualche ex-combattente nelle file di Michael Gaismayr. E invece in un saggio dello studioso vicentino Sergio Gherardi che si trovano altri nomi di eretici scledensi i quali, appena un anno dopo dell’arrivo di padre Pagani, furono arrestati e sottoposti a processo.

Gli interrogatori del’Inquisizione

Il loro capo era un certo Agostino Vanzo, nato a Schio nel 1524, che raccontò di aver abbracciato il credo protestante durante i suoi studi:

(…) essendo a Ferrara scholaro sentii ragionare alcuni scholari Thodeschi, che stavano li appresso a me, ed insieme con quelli Thodeschi cominciai a leggere il Testamento nuovo“. (Sergio Gherardi “Agostino Vano medico fisico: un luterano a Schio“, Vicenza, 2011).

Interrogato davanti al Tribunale dell’Inquisizione di Vicenza rilasciò delle inequivocabili risposte alle precise domande dell’Inquisitore: (…)

io vi dimando, se credete che li fanciulli battizzati secondo il rito della Chiesa, che moreno avanti l’uso della ragion, siano salvi o no“.

– “Io vi ho detto che senza la fede no, quia sine fide est impossibile placere Deo, dice San Paolo“.

(…) “io vi dimando, che diciate schiettamente se un puto battizzato nel modo della Chiesa, ha tutto ciò che basta per andare in Paradiso“.

– “Io credo che senza la fede infusa lui non possa andare“.

(…) “io vi dimando, se credete che la messa venga da Christo e dalli Apostoli o pur sia invention nuova“.

– “De questo non so (…) per quel che vedo nel Testamento nuovo non vi trovo la messa“. (Sergio Gherardi “op.cit”,Vicenza, 2011, pag. 73)

Da tali risposte appare evidente come Agostino Vanzo fosse un protestante d’impronta anabattista: negava infatti la validità del battesimo impartito agli infanti e considerava i riti religiosi delle mere “invenzioni”.

Purgatorio-avari

il purgatorio

Nel proseguo degli interrogatori gli inquisitori appurarono inoltre che Vanzo ed i suoi seguaci non credevano nemmeno all’esistenza del Purgatorio e che rifiutavano il culto dei Santi, sostenendo che un vero cristiano debba pregare soltanto Gesù.

Una veste gialla

Nel processo del 1566 Agostino Vanzo se la cavò comunque abbastanza bene perché acconsentì di abiurare le proprie convinzioni e gli si impose, come unica pena, di indossare un vestito giallo e di recitare, durante la messa domenicale e con un cero in mano, una dichiarazione che iniziava così:

Abiuro, anzi renego, renontio, reffuto et detesto ogni heresia di qualonque condicione o setta si sia, la qual sia contra la Santa Romana Chiesa“. (Sergio Gherardi “op.cit”, Vicenza, 2011, pag. 27)

È da notare che il colore della veste aveva un significato denigratorio preciso perché, oltre che agli eretici,

il giallo veniva attribuito agli ebrei. Era questo il colore associato per tradizione all’infamia, tanto da essere attribuito per legge anche alle prostitute“. (vedi in Giovanni Ricci, “I Turchi alle porte“, Bologna, 2008, pag. 123)

Comunque dopo l’abiura e la pubblica umiliazione Agostino Vanzo venne rilasciato con l’esortazione del parroco di Schio affinché

stesse in cervello, et che guardasse di non tornar la seconda volta , perché la prima se sparagna et la seconda vi andava la vita”. (Sergio Gherardi “op.cit”, Vicenza, 2011, pag. 5)

Altri arresti

La sua vicenda umana terminò tredici anni dopo, nel 1579, allorché ad Agordo, dove si era trasferito, venne arrestato una seconda volta, nel mentre anche a Schio si procedette nuovamente a numerosi arresti: fra gli altri furono incarcerati Pietro Pellizzari, Tommaso Beretta, Ersilia Fontana, Mausonio De Angelis.

Evidentemente l’attività degli eretici scledensi era proseguita sottotraccia finché nuove denunce non erano state recapitate all’Inquisizione di Vicenza. Vanzo fu processato a Belluno ed essendo sicuro della propria condanna a morte, pregò il vescovo di non essere bruciato vivo, ma di venire ucciso prima di finire sul rogo “come si fa a Vicenza“. Il vescovo di Belluno se ne lavò le mani e lo spedì a Vicenza dove il processo riprese e si concluse 1′11 giugno del 1580 con la condanna a morte. Agostino Vanzo fu prima giustiziato e poi bruciato in piazza, così come aveva chiesto.

Che fine fecero invece i suoi compagni e gli altri eterodossi riconducibili alla setta degli Angelicati?

Massacro della Valtellina

Non si sa e nessuno storico ha finora affrontato questa materia. Ogni tanto da qualche studio o da qualche antico libretto salta fuori un nuovo nome, un brandello di vicende delle quali non conosciamo l’inizio e nemmeno la fine. Come ad esempio nel libro di Kaspar Waser Vera narratione del massacro degli evangelici, fatto da’ papisti rebelli, nella maggior parte della Valtellina” là dove l’autore narra il martirio dell’eretica scledense Anna Liba, fuggita in Valtellina insieme al marito ed ai figlioletti, e al termine del racconto cita improvvisamente il nome di un suo fratello, incarcerato a Schio:

Ed è quivi da notare che questa benedetta martire seguì il lodevole esempio del suo caro fratello Giovanni Antonio Liba, il quale, per causa della verità Evangelica, stette nel detto Schio in grave prigionia due anni continui, e finalmente fu condannato in galea, ove morì nel secondo mese incirca. Essendo in catena menato via da Schio, disse: – Potete veramente legare la mia persona, ma la parola di Dio non sarà mai da voi talmente legata nei cuori degli eletti, che non si palesi, e faccia frutto. –

Di questo Giovanni Antonio Liba non si sa altro: era uno degli Angelicati? Era stato processato nel 1579 al tempo del martirio di Agostino Vanzo? In quel resoconto sono comunque significative le parole da lui pronunciate: “(…) la parola di Dio non sarà mai da voi talmente legata nei cuori degli eletti (…)“.

Gli eletti, nella terminologia di allora, sono i fedeli della chiesa riformata, i ribattezzati in Cristo o, in altre parole, i messaggeri del Signore, i suoi angeli: gli Angelicati. Nel rinvenire questo nome abbiamo forse la conferma che la persecuzione guidata da Antonio Pagani non era riuscita a sradicare la fede riformata dalla montagna cimbra. Del fratello di Anna Liba non esiste altro documento e la sua morte, avvenuta al remo delle galee, lo fa inserire nel novero dei protestanti uccisi in silenzio dalla Serenissima.

sacro-macello-valtellina

I fatti di Valtellina

La Valtellina è molto nominata nella storia delle guerre di religione in Italia.

Punto di contatto tra Italia e mondo tedesco era soggetta all’influenza delle due culture e, in un momento di scontro tra cattolici e luterani, subì l’influenza di ambedue.

All’inizio del cinquecento si diffusero le idee protestanti, le due concezioni religiose riuscirono a convivere per un periodo, tanto che che venne emanato un Editto di Tolleranza con il quale si riconosceva la facoltà di praticare, all’interno del territorio delle Tre Leghe, la confessione cattolica accanto a quella riformata.

Questo fece si che luterani perseguitati venissero a rifugiarsi in Valtellina e questo provocò ulteriori tensioni che culminarono con quello che fu definito il “Sacro Macello” del 1620in cui diverse centinaia di evangelici, in stragrande maggioranza valtellinesi, furono massacrati da squadre di cattolici agli ordini di nobili locali filo-spagnoli” (https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_di_Valtellina)

Su questa repressione fu scritto un libro ad opera di un testimone oculare, V. Paravicino, Vera narrazione del massacro di Valtellina (1621).

Un elemento chiave del libro di Umberto Matino è la scoperta che, in quel massacro, venne coinvolta suor Paola Baretta di Schio.

Paola Baretta da Schio del Vicentino, vergine d’anni 75, di onorata nobile e antica casa, la quale 27 anni avanti venne per abbracciare il Santo Evangelo a Sondrio, fu da questi scellerati condotta per Sondrio,con ogni vituperio e scherno, sendole messa una mitra di carta in testa, sporcata la faccia, date guanciate, e in altra maniera maltrattata”
“Fu finalmente condotta via per mandarla, a Milano. Essa perché ciò non fosse fatto, pregò istantemente che fosse ammazzata, atteso che era deliberata di morire nella fede del suo Signore Gesù, e quivi e a Milano, ecc. Ma non potè ottenere la grazia d’ essere uccisa, quivi; anzi fu condotta via, come è detto.
Il Martedì 18 Luglio fu nel piano di S. Gregorio in Valtellina ritrovato in pubblica strada un corpo morto di una vecchia: la quale secondo le conietture d’ alcuni era quello di questa buona vecchia Paola, la quale quivi dagli assassini per fastidio era stata uccisa” (http://sondrioevangelica.org/sites/default/files/VeraNarrazione.pdf)
.

Lo scritto di Umberto Matino, sopra riportato, è estratto dal libro Tutto è notte nera, Edizioni dell’Immagine, Pordenone 2015, pagg. 333 334. Ne abbiamo parlato qui: https://accogliamoleidee.wordpress.com/2015/06/20/tutto-e-notte-nera/

Nella preparazione del libro Matino si è documentato su un’infinità di materiale storico. Gli studi e i riferimenti sono stati talmente vasti che ne è nato quasi un saggio ed è stato riportato in appendice al suo libro.

Abbiamo trovato interessanti le notizie storiche riportate anche perché relative a fatti poco noti se non agli studiosi.

Da questa appendice è ricavato il testo di questo articolo e di quello precedente.

2 thoughts on “Eresie nel vicentino: gli angelicati

  1. Notizie molto interessanti cui mi permetto di aggiungere, per conoscenza personale, alcune notizie.
    Padre Antonio Pagani, di cui è in corso la causa di beatificazione, è sepolto a San Pancrazio di Barbarano ed è stato il fondatore, tra l’altro, delle Suore Figlie di Maria Immacolata, dette DIMESSE che avevano un convento a Schio e a Thiene.
    A Schio era situato al Corobbo (in centro) e la facciata della piccola chiesa della Dimesse è visibile proprio davanti all’ingresso della Biblioteca (la chiesa del convento è stata trasformata nel Bar Roma tanto che chi entra al Bar si trova proprio nella navata).
    A Thiene era nell’edificio di via Rasa (ex-direzione ULSS 4) dove la chiesa è stata conservata -anche se non utilizzata- fino ai nostri giorni e la cui bella facciata barocca è ben visibile in via De Muri.
    Antonio Pagani era veneziano, nato nella parrocchia di San Giobbe, ma ha vissuto gran parte della sua vita -attivissima- a Vicenza nel convento di San Biagio (poi divenuto carcere ed ora in predicato di diventare nuova sede dell’Archivio di Stato) da dove è partita la sua riforma degli ordini religiosi e dove ha riunito il primo nucleo delle donne “nobili” dedicate a opere di bene. Le chiamavano Pizzocchere, ma poi più propriamente “Nobili Dimesse” e formarono la prima comunità famigliare e laica in Contrà Santa Maria Nova in un edificio che dopo le requisizioni napoleoniche (che hanno chiusi tutti i conventi delle Dimesse salvo Padova e Udine) è incamerato all’interno della Caserma Marco Sasso.
    E’ in corso, a cura delle Dimesse di Padova, l’edizione completa delle opere di Antonio Pagani che, tra l’altro, è stato un formidabile scrittore tanto che venne invitato dal grande San Carlo Borromeo all’ultima sessione del Concilio di Trento ad illustrare, per l’appunto, la riforma degli ordini religiosi.
    Una persona veramente importante per la riforma della Chiesa.
    Cordiali saluti.
    Pino Toniolo

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    • Caro Pino,
      grazie della tua nota e complimenti per la tua cultura.
      Le notizie relative al Bar Roma mi lasciano stupefatto e anche la presenza, all’interno della Caserma Sasso, dell’antica sede delle “Pizzocchere”.

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