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I personaggi di Renzo Deganello

Cieli grigi” è il libro di Renzo Deganello. Pubblicato nel 2009, è

un libro scritto per cercare di lasciare impronte che persone comuni recano stampate nella propria carne”.

Attraversa la prima guerra e anche la seconda. La storia viene rivisitata e vista attraverso gli occhi di persone che Renzo ha conosciuto. Attraverso le sue parole andiamo a conoscere persone vere e storie vere non studiate attraverso i documenti, ma attraverso le loro testimonianze.

La lingua letteraria di Deganello vuole tramandare un ricordo, ma soprattutto vuole cancellare, vuole esortare a cancellare i cieli grigi  del mondo immerso nella guerra

Uno ad uno i protagonisti di questo libro se ne sono andati, ma le loro tracce non dovranno mai essere dimenticate, affinché l’uomo non cambi mai più colore all’azzurro del cielo”.

Estrapoliamo dal libro una piccola storia ambientata a Piovene Rocchette, ma chissà quante volte si è ripetuta altrove.

Protagonisti

  • Bepin è stato soldato in Russia durante il terribile inverno del 1942-43. Torna a Piovene Rocchette e scopre che per lui la guerra non è ancora finita, questa volta si ribella.
  • Natalina vendeva balocchi in centro a Piovene.
  • Andreas, ufficiale tedesco di origine austriaca che, per una volta, si lascia commuovere.

Bepin, Andreas e Natalina sono nomi di fantasia, i personaggi sono reali.

Ci incuriosisce la presenza di Ciaci, definito un “uomo-lupo”. Anche qui si tratta di un nome di fantasia che corrisponde a un personaggio reale. Aveva un ricovero presso la chiesa dell’Angelo, preferiva stare nei boschi invece che venire in paese, per scelta più che per necessità. In fondo le povere case di paese erano piuttosto simili ai ricoveri che utilizzava Ciaci per ripararsi. Non aveva denaro, non comprava cibo, viveva di quello che il bosco gli dava, catturava animali, si nutriva di frutti, erbe. La sua figura ricorda quello che descriveva Umberto Matino a proposito delle figure fantastiche popolari.

L’Orco è presente nei miti e nel folclore di tutta Europa, fin nel cuore delle valli alpine più appartate, dove emerge orrorifico sotto le spoglie dell’Homo Selvadego, lo stesso mostro che in un affresco medievale in Valtellina, grida al mondo intero: “Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura.

Ambientazione

La scena di questo racconto è ambientata a Piovene Rocchette nel 1944 forse 1945 in piena seconda guerra mondiale. Dopo 3 anni di sconfitte dovute a un fascismo guerrafondaio a parole e incompetente nei fatti, il 25 luglio 1943 Mussolini viene deposto dai suoi stessi camerati del Gran Consiglio del Fascismo.

Il potere passa al re, altrettanto incompetente.

Era il momento della pace nei desideri di tutti gli italiani, basta con questa guerra che è durata troppo a lungo. Ma come uscire da un conflitto iniziato a fianco dei tedeschi, mentre questi intendono ancora continuarlo?

Incapace di destreggiarsi in questa diplomazia che avrebbe avuto bisogno di personalità ben più alte, il re Vittorio Emanuele III sceglie la via più facile, firma di nascosto l’armistizio con gli alleati e fugge a Brindisi, senza dare disposizioni. Gli italiani si arrangino io me ne sto al sicuro.

tutti_a_casa

Lo sfascio che ne è seguito è ben documentato nel film “Tutti a casa” di Comencini.

E’ così che i Tedeschi si impossessano dell’Italia del Nord e ci mettono un governo da loro controllato. Capo del governo è Benito Mussolini, improvvisamente scopertosi repubblicano. Il governo si chiama Repubblica Sociale Italiana e vuole ancora soldati da mandare in Germania a combattere per i tedeschi. Questa volta gli italiani non ci stanno e nasce la resistenza.

Il ritorno di Bepin

Bepin scese lentamente alla stazione di Vicenza e, salendo sul trenino per la vallata, salutò per l’ultima volta Floriano. Non lo avrebbe mai più rivisto. Come avrebbero potuto le camere a gas lasciarsi sfuggire un uomo così? 

Bepin abitava vicino alla stazione del paese. Quando scese dal locale, alla stazione di Piovene, gli bastò costeggiare le monotone e regolari traversine della ferrovia per arrivare a casa. Erano pochi passi ma quella strada, che sognava da tre anni, gli sembrò improvvisamente lunghissima. Si sentiva le gambe stranamente pesanti e la testa gli girava furiosamente. Aveva sognato questo momento in tutti quei lunghi giorni di lontananza dalla sua famiglia e soprattutto dalla sua bella morosa, che sapeva come riempirgli il cuore di speranza. Conosceva a memoria ogni parola delle poche lettere che era riuscito a ricevere. 

L’accoglienza fu più calorosa di quanto potesse immaginare. Finalmente la notte in un letto decente, con accanto il calore della sua amata. Quella notte, però, non riuscì a far l’amore come sapeva. Era troppo emozionato. 

Ci saranno altre serate per far l’amore – disse a Maristella – questa notte sono troppo pieno di… di non so che cosa, ma sto bene così. Sono finalmente a casa! L’aria della valle dell’Astico gli riempiva i polmoni e il cuore, e il silenzio della notte, senza colpi di mitraglia o cannoni, gli regalava attimi di gioia intensa. 

Il suo arrivo non era passato inosservato

Ancora una volta, però, Bepin si sbagliava. Il suo arrivo non era passato inosservato, e al mattino presto sentì bussare alla porta il messo comunale. Doveva recarsi immediatamente al comando fascista, dislocato vicino al Comune, per il reclutamento nelle nuove truppe della Repubblica di Salò. 

Chiamata alle armi.jpg

Si conoscevano bene. 

Fa finta di non avermi trovato, lasciami un attimo tranquillo con la mia famiglia – chiese con gentilezza Bepin Ho veramente bisogno di qualche giorno di riposo

Una scusa per oggi la posso trovare, ma domani… non mettermi nei guai. Al giorno d’oggi con ‘ste cose non si scherza. Ne ho visti uccidere per molto meno… 

Già, l’ho capito da un pezzo che per certe persone la vita degli altri non conta nulla… 

Taci! – lo troncò il messo improvvisamente – vuoi finire nei sotterranei del Comune? Ci vediamo domani. E fatti trovare, mi raccomando, non voglio perdere un buon amico come te. Sono tante le teste calde partite per la Germania, e credo proprio che non le rivedrò mai più

Il giorno più lungo per Bepin era iniziato. Le parole di Floriano gli rimbombavano nella mente come mazzate. Tutti i pochi riscontri che aveva avuto gli davano ragione. Oramai la realtà gli appariva sempre più chiara. 

Ma che fare? Chiamò accanto a sé le sue donne per chiedere consiglio, la morosa e sua sorella che amava tanto. S’incamminarono silenziosi, tutti e tre, lungo il sentiero che porta giù ai Calapi fino al sassoso letto dell’Astico. I raggi del sole filtravano docili attraverso il fitto boschetto di betulle e carpini che scendevano fino a lambire le fredde acque del torrente. Lì, sotto lo strapiombo del dirupo dell’Orrido de Meda. La Vaca Mora (la vecchia locomotiva a vapore del trenino Rocchette Asiago) sembrava avere le ali, sospesa sopra l’altissimo ponte e si stagliava nitida contro il cielo più terso che mai. Lì le orecchie nascoste della polizia non potevano arrivare, sarebbe stato troppo faticoso inerpicarsi su fra quelle livide rocce. 

La scelta

Dovevano decidere il loro destino, scegliere tra una vita senza ideali e una molto probabile morte per quegli stessi ideali. Parlarono a lungo, raccontandosi a vicenda questi anni di lontananza. 

Bepin sciolse finalmente i suoi drammatici ricordi, le tristi vicende dei rastrellamenti in Albania e tanto altro ancora. Il torrente, nei suoi passaggi tumultuosi, sembrava voler coprire l’incontro. 

Se questa è la tua scelta noi ti aiuteremo – conclusero in coro le due donne. 

Non temere per noi, va su all’Angelo e trova il vecchio Ciaci, tu lo conosci bene. È l’ultimo degli uomini-lupo rimasti. Vive ancor oggi nei boschi, da solo, raccogliendo nocciole e castagne come gli scoiattoli. Tutti lo danno per matto, ma non è proprio così. Lui sa nasconderti come nessuno, e nessuno crede a lui. Ora il bosco è vivo. Ci sono mille anime che lo popolano

Bepin aveva ben capito che non era il solo a sentirsi tradito e abbandonato in quei drammatici eventi, e avrebbe trovato chi gli avrebbe dato una mano. Scese la notte, e Bepin rinunciò alla notte d’amore che da tre anni sognava per incamminarsi lungo il sentiero delle Vasche e salire da dietro le pendici dell’Angelo. 

Vide i capannoni argentati della Lanerossi, che di li a poco sarebbero stati squarciati dai bombardamenti, che si allontanavano luccicanti sotto i riflessi della luna piena. Il mattino seguente, come aveva promesso, il messo comunale arrivò con la pattuglia di camicie nere e il podestà in testa. 

Dov’è Bepin?

Non lo sappiamo – dissero i genitori – questa mattina il letto era vuoto

Il podestà non credette a quelle parole, fece arrestare il padre e lo fece condurre nelle umide prigioni poste sotto le gradinate del Comune, scavate nella nuda roccia dagli uomini dell’Alto Medioevo. Erano carceri gelide e umide. 

Nella vicina località dei Frati le stesse grotte erano state fatte per conservare il ghiaccio anche d’estate per poter offrire ai viandanti una birra fresca. 

Prima di andarsene il Podestà fu chiaro: – Se Bepin non si presenterà, uccideremo il padre

Rastrellamento in Val Leogra, giugno 1944.JPG

Il ricatto

Il dramma scese su tutta la famiglia. La sorella era già partita di buon’ora per recarsi alla scuola del paese vicino, dove insegnava, inforcando una vecchia bici. Due camicie nere la presero sottobraccio prima che varcasse la soglia della scuola e le consigliarono di tornare rapidamente a casa. Le dissero che da quel momento, per colpa della stupidità di suo fratello, non era più l’insegnante di quei ragazzi. 

Vada a cercarlo e lo faccia ragionare… – fu il severo invito senza appello. 

Le voci nei boschi corrono più veloci del suono e Bepin visse la sua notte più terribile. Dopo tre anni di guerra, al suo agognato rientro a casa, doveva vivere momenti di angoscia e paura profonda. Sentiva tutto il suo mondo, quello a lui più caro, in grave pericolo. Un peso immane schiacciò il suo cuore. Era rimasto da solo a sfidare il mondo intero, un mondo che sentiva greve sopra le spalle, che lo stava paralizzando dalla testa ai piedi. Quando l’alba più triste della sua vita apparve all’orizzonte, prese la decisione. Mi costituirò al comando! 

Nessuno sarebbe stato in grado di catturarlo senza quel vile ricatto. Le camicie nere lo incontrarono lungo la strada delle Cave, mentre gli alti massi bianchi erano come sull’attenti sembravano salutare il suo nobile passaggio. La violenza, però, odia il vero coraggio, e Bepin fu subito spedito, anche lui, nelle gelide carceri sotto il Comune. Oramai era un disertore, un traditore, nemico dei fascisti e dei nazisti. Ben presto le grotte si riempirono di persone dal viso affranto, che sentivano oramai l’imminente tragedia abbattersi sopra le loro teste. La notizia del terribile rastrellamento fece il giro del paese in un battibaleno. 

Natalina

Natalina aveva il negozio di balocchi in centro al paese, e stava portando una bellissima bambola di stoffa a Luciana, una bambina dal viso bianco come la neve, colpita improvvisamente da una leucemia fulminante. Voleva esaudire il suo ultimo desiderio di avere accanto a sé quella bella bambola che vedeva sempre nell’angolo della vetrina, ma che i genitori dicevano sempre di non avere i soldi per comperarla.

Si era incamminata lungo la via della Libertà per scendere giù ai Meli, la contrada di sotto, quando vide all’altezza delle scale del municipio il camion dei nazisti che stava scaricando i disertori rastrellati. Dalla cabina del camion scese Andreas, un ufficiale di origine austriaca alto e allampanato, un po’ gobbo. Sembrava, visto in lontananza, un lampione in ferro battuto. Natalina comprese la situazione.

Non è un posto per donne

Conosceva quell’ufficiale che veniva spesso al suo negozio per prendere qualche giocattolo da portare alla sua amata Grethel. Amavano discorrere in tedesco, raccontandosi a vicenda della loro infanzia trascorsa per entrambi lassù, nelle splendide montagne dolomitiche di Dobbiaco e San Candido, del loro sentiero prediletto che li portava nel cuore della val Fiscalina, tra campi di mughi e prati fioriti, del ristoro alla fontana dei folletti. 

Mettili tutti in fila uno per uno – urlò Andreas al caporale – e portali su per il sentiero dietro la Birreria Vecchia

Poi si rivolse a quattro soldati:

Tu, tu, tu e tu. Siete il plotone d’esecuzione. Avanti!

Natalina si chiederà sempre dove trovò il coraggio di affrontare l’ufficiale.

Andreas, che stai facendo?

Vattene da qui, non è posto per donne. Sono disertori, nemici del terzo Reich, anzi peggio ancora, sono traditori e disertori. Vattene!” urlò allontanandola bruscamente. 

la-bambola-di-stoffa.jpgNatalina insistette, rischiando anch’essa di essere brutalmente sbattuta nel gruppo. Aveva la grande bambola di pezza in mano, dentro un bel sacchetto di carta fiorita. La tirò fuori lentamente dall’involucro e la porse all’alto ufficiale. 

È per Grethel – gli sussurrò con un filo di voce tremante. 

L’ufficiale si sentì pugnalato al cuore, non si aspettava un simile colpo e rimase impietrito. Improvvisamente vide la figlia che sorrideva e teneva per mano la grande bambola di pezza con due perle al posto degli occhi. L’austriaco si sentì disarmato da quel gesto. 

Ognuno di loro ha dei figli – riprese a parlare Natalina con tono apparentemente calmo e pacato – e ognuno spera un giorno di portare loro una bambola di pezza grande così. –

Il volto dell’ufficiale cambiò improvvisamente colore, e le guance si tinsero di un rosso pallido. 

Non spargere sangue sul sentiero sacro dei frati Girolimini. Lascia che sia sempre tempestato di primule, viole e bucaneve. A che serve versare altro sangue? Cresceranno meglio i nostri e i loro figli?

Andreas prese fra le braccia la grande bambola di stoffa e sentì il bacio della figlioletta sulla guancia. Si girò di scatto.

Caricateli sul camion e portateli al Comando di Vicenza. Che decidano loro cosa fare.

L’ufficiale risalì su una jeep e se ne andò velocemente verso la birreria che amava tanto, tenendosi stretta, di nascosto, la bella bambola. 

Spero di rivederti – le disse prima di scomparire per sempre.

Quella notte fu evitato uno dei tanti massacri che comunque inondarono di sangue la tranquilla vallata dell’Astico. La piccola venditrice di balocchi stava lì, ritta in piedi sull’altro lato della strada, ad osservare le decine di rastrellati che ritornavano alla vita.


Renzo Deganello è nato in provincia di Vicenza e abita a Piovene Rocchette. Ha lavorato presso varie aziende e attualmente collabora ad inchieste su temi sociali dalle colonne de “La Voce dei Berici”. Penna allenata alla cronaca, sa restituire alla carta le vite, i luoghi e fatti che pone sotto la propria lente di ingrandimento.

Cieli grigi” è il suo primo romanzo.

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