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Viandanti curiosi

Un viandante che si recasse a Piovene Rocchette e, fermatosi davanti a un locale, domandasse “Dov’è villa Fraccaroli?” si troverebbe di fronte facce perplesse, braccia che si allargano sconsolate e forse nessuna risposta. Se però lo stesso viandante, colto da un’improvviso ricordo, dicesse “la chiamano anche palazzo degli spiriti” le voci si accavallerebbero e più di una mano si offrirebbe a indicare la strada “le spiego io, vede laggiù?”.

Lo stesso viandante scendendo via Libertà in direzione di Santorso dove la strada si fa stretta, terminata la fila di porticati e porte, si troverebbe di fronte un lungo muro alto e, da una breccia, vedrebbe un prato, in fondo al quale quasi sotto al monte, sorge un rudere di muri alti con due torrette poligonali. Vedrebbe trifore, cornici e mensole di pietra, per terra sulla sinistra resti di colonne e blocchi lavorati. Poi, guardando meglio, vedrebbe che dentro le mura, là dove dovrebbero esserci salotti, tappeti e caminetti fumanti, è cresciuta una foresta che d’inverno appare grigia e quasi pietrificata.

E’ proprio questo contrasto tra la cura del prato ben falciato, il silenzio e l’ordine che sembrano regnare in questo angolo appartato di Piovene e, dall’altra parte le rovine e il senso di abbandono, che devono aver eccitato la fantasia popolare fino a che qualcuno, forse un bambino, lo ha nominato “castello degli spiriti” e deve essere stato considerato calzante se il nome si è trasmesso da una voce all’altra fino ad oggi.

Cosa c’è dietro quelle rovine?

Quale sontuoso edificio o palazzo esisteva un tempo? La risposta parrà strana, ma quelle solide rovine (1), poco più o poco meno, sono sempre rimaste incompiute, perché quella villa destinata ad ospitare una giovane sposa non vide mai vita nuziale e tra quelle mura non risuonò mai il grido di un bimbo appena nato.

Eppure, per costruire quelle mura, venne chiamato uno dei più grandi architetti veneti di allora.

Antonio Caregaro Negrin

Nasce a Vicenza il 13 giugno 1821, figlio del capomastro Domenico Caregaro e di Maddalena Negrin, a sua volta figlia del capomastro di casa Colleoni. Assumendo anche il cognome della moglie, Domenico Caregaro continuava l’impresa edile della famiglia Negrin che aveva un ottimo nome nella città di Vicenza.

Antonio Caregaro Negrin

Antonio rimane orfano del padre a 8 anni e della madre a 12 ed è costretto a frequentare da subito i cantieri di famiglia sotto la direzione del fratellastro. Eppure Antonio riesce a frequentare un corso d’istruzione tecnica e di disegno. Pur tra un cantiere e l’altro tra i 15 e i 16 anni compila un “Album di tutti gli ordini di architettura” del Palladio, del Vignola, dello Scamozzi e del Sanmicheli. A vent’anni viene chiamato dalle famiglie possidenti vicentine non più come capomastro, ma come architetto. Ristruttura palazzi e ville delle famiglie Salvi, Nievo, Fogazzaro, Cabianca.

Nel 1847 il grande incarico: deve restaurare la scena del Teatro Olimpico di Vicenza in occasione della rappresentazione dell’Edipo re. Dopo questo lavoro viene nominato Accademico Olimpico ed entra nell’élite culturale vicentina.

Vicenza 1848Partecipa ai moti del 1848 a Vicenza (2) viene ferito e deve fuggire inseguito dalla polizia austriaca. All’epoca in cui è chiamato a progettare villa Fraccaroli di Piovene è insignito della nomina di Architetto civile da parte dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.

Conosce Alessandro Rossi e con il Rossi progetterà, solo a Schio, il quartiere operaio, il giardino Jacquard, la chiesa di S. Antonio, case per le maestranze e ville per direttori e impiegati. Da allora in poi gli incarichi sono sempre più prestigiosi, progetta giardini, ville, palazzi municipali accumula cariche e gira l’Europa finché, il 26 dicembre 1898, muore a Vicenza.

A Piovene la prima opera è il progetto di villa Fraccaroli cui succedono la “riforma” (alias restauro) di villa Piovene Carmignon poi Benetti,  il progetto di villa Rossi-Scotti nel quartiere di Rocchette. E’ intervenuto anche nella costruzione del magazzino lane di Rocchette e nella progettazione delle numerose abitazioni per impiegati e operai.

Piovene a metà del XIX secolo

Com’era Piovene alla metà dell’ottocento?

Ce lo dice una mappa del catasto austriaco. Era un piccolo borgo di circa 3.000 anime arroccato alle pendici del Summano, percorso dalla principale strada per raggiungere la valle dell’Astico e Trento. Aveva 21 botteghe e più stalle e case coloniche che case d’abitazione vere e proprie.

Catasto austriaco 1850.jpg

Immaginiamo di percorrere la Piovene di allora provenendo da Santorso in direzione di Rocchette. L’attuale via Libertà era una strada in salita con frequenti carri che passano, qualcuno manovrava per entrare nella corte di qualche locanda dove si trovava sempre un sacco di fieno per le bestie, polenta e vino per i cristiani. Lungo la strada finestre da cui si affacciano vecchi a guardare chi passa. Sulla via si aprivano numerose corti in fondo alle quali si sentivano muggiti e rumori di stalla. Bambini giocavano in strada. In uno slargo la fontana con una donna che riempiva il secchio e altre che lavavano strofinando energicamente i ruvidi tessuti. Nell’ultima vasca un asino tuffava il muso nell’acqua tenuto fermo da un carrettiere.

Ogni tanto una bottega con gente fuori che chiacchierava. Appena passata la casa del Comune la salita era più ripida fino alla minuscola chiesa di S. Vito poi scendeva verso la chiesa di Santo Stefano, alta sulla “strada detta della Villa“. Case dipinte e botteghe ai lati. Ora c’erano più case civili, le stalle stavano lungo la via sotto il monte, Davanti alla chiesa le botteghe erano fitte, ogni porta un commercio. Passata la chiesa ancora una salita e lì lo slargo a destra perché le carrozze potessero fare manovra ed entrare nel viale che portava, in fondo, al giardino di villa Carmignan-Benetti con le sue belle statue, la peschiera, i giardini e le barchesse.

Superata la salita, lì dove oggi si aprono i giardini e la piazza del mercato, una distesa di campi. Sulla sinistra il monte era brullo, per il prelievo costante di legna da ardere. Sul fianco del monte si vedevano squarci di nuda pietra. Un continuo battere di mazze, scalpelli e martelli ci informava che lì c’erano cave di una pietra dura che venivano a prendere, per i lavori più fini, da Recoaro, da Vicenza e anche da Venezia. Ed ecco che un carro di pietre pesanti veniva sorpassato da un altro carro che portava un contadino e due tre giovani, andavano a lavorare la terra là in fondo dove sorgerà Rocchette e dove allora era una distesa di prati senza nemmeno un’abitazione, forse qualche barco di legno.

Villa Fraccaroli

Sappiamo poco di come fu commissionato il progetto a uno dei più illustri tra gli architetti vicentini poco più che trentenne. Fu il padre che la volle per la figlia? Più difficile che sia stato il marito a voler costruire per la moglie. La proprietà è di Paolina Carlotta Fraccaroli maritata a Francesco Dalla Negra possidente di Arzignano. Certo che la costruzione del palazzo, nel 1853, non si accordava con le esigenze e i tempi della proprietaria. Proprio nell’anno in cui il Caregaro Negrin dice di averlo costruito, Paolina Carlotta Fraccaroli dà alla luce un figlio ad Arzignano. Le cure di madre e di sposa l’hanno portata e la tengono lontana da Piovene e forse non vi ritornerà più. Le notizie sono scarse, da una citazione del Mantese scopriamo che, rimasta vedova, si trasferì a Vienna ma questo molti anni dopo, quando non si sa.

Natale 2011

una finestra

Così il “palazzo di stile lombardo” rimane incompiuto. C’era una parte completata o era del tutto inabitabile? Il progetto suscita interesse e in un testo del 1855 di Jacopo Cabianca “Alcuni cenni delle belle arti vicentine” viene descritto come il “fantastico palazzino di Madama Fraccaroli – Dalla Negra a Piovene (…) in queste sue invenzioni svolse il Negrin felicemente diversi assunti architettonici e seppe all’eleganza ed all’effetto delle facciate unire la comoda distribuzione dell’interno“. In altri scritti lo stesso Cabianca si lancia in descrizioni pittoresche, descrivendo “… la scena alpestre e dirupata di Casa Fracaroli

Natale 2011

vista dell’interno

Il fabbricato non fu mai ultimato e nei passaggi di proprietà viene citata la sua incompiutezza. Qualche parte doveva ben essere stata finita per meritare di essere compravenduto.

E’ probabile che la costruzione fosse arrivata al tetto e che il piano terra fosse abitabile, probabilmente era rimasto al grezzo il piano nobile (primo). Il Bressan (3) così lo descrive “La parte eseguita, cioè tutte le strutture interne ed esterne ad eccezione del completamento del piano nobile“.

Durante la prima guerra mondiale fonti diverse affermano che venne adibito a usi militari, ma la guerra era vicina, Piovene venne bombardata, gli stabilimenti del Rossi distrutti e la popolazione evacuata. Alla fine della guerra l’ala sinistra era distrutta.

Vediamone finalmente la pianta

Villa Fraccaroli sagoma iniziale

Sedime di Villa Fraccaroli secondo il progetto iniziale

Villa Fraccaroli sagoma 1918.jpg

Sedime di villa Fraccaroli in seguito alle distruzioni della prima guerra

Dopo la prima guerra mondiale non si hanno notizie che il palazzo fosse riparato o abitato. Essendo legato all’adiacente villa Verlato continuano i passaggi di proprietà senza però che nessuno lo ricostruisse o lo abitasse. Forse a questa epoca nasce la sua definizione di “castello degli spiriti“.

Il progetto

La pianta è piuttosto ambiziosa è composta da un salone centrale con scala tonda sul fondo, due stanze poligonali simmetriche altre due stanze pressoché quadrate e poi dei corpi sporgenti con facciata curva. Da qui nasce la maestosità del prospetto, da questo succedersi di saloni comunicanti tra loro. L’architetto predilige le scale ad andamento curvilineo e questo lo si vede dall’elegante scala sul retro che conduce al piano nobile, ma anche dalla scala di collegamento con villa Verlato sulla destra.

Villa fraccaroli pianta.jpg

Tavola tratta dalla tesi di laurea degli architetti M. Sala, L. Cavedon

Villa Fraccaroli prospetto.jpg

Prospetto verso strada (dalla tesi di laurea Sala-Cavedon)

Sentiamo ora il parere di un’esperta, la prof.sa Bernardetta Ricatti Tavone.

L’architettura

Natale 2011

“Si può risalire all’aspetto primitivo dell’opera articolata in un corpo centrale, costituito di due piani simmetrici con porticato al pianterreno e loggia al piano nobile concluso da attico, e da due torri laterali a pianta poligonale, che conferiscono all’insieme l’aspetto di villa-castello.

Nella realizzazione dell’opera l’architetto impiega la pietra grezza e il cotto a vista, tipici dello stile lombardo, decorando le finestre centinate con lesene d’angolo e motivi floreali o con mattoni posti a raggiera.  Le finestre del piano primo sono simili a quelle di casa Dalla Vecchia di Vicenza. Dalla loggia del piano nobile sono da notare i sostegni del pergolo, andato distrutto, derivati dal repertorio zoomorfo medievale. Dell’interno è rimasta soltanto la scala che collegava i due piani e che, partendo dal centro dell’atrio con un’unica rampa, si divide in due seguendo l’andamento curvilineo dei muri maestri ai quali si appoggia.

L’opera, pur nel suo stato di abbandono, è un documento interessante per la presenza di forme architettoniche che riappariranno nella prossima produzione artistica del Caregaro Negrin (3)

Natale 2011

Il retro

Tra passato e presente

Doveva essere una villa ampia con spazioso giardino davanti, estesa più in larghezza che in profondità con un succedersi di saloni prestigiosi, possiamo solo immaginare la magnificenza dell’architettura se avesse potuto essere completata secondo le intenzioni dell’architetto.

Le vicende famigliari della proprietaria non hanno permesso il completamento dell’opera e i proprietari successivi non hanno avuto la forza e la volontà di farsi carico di un progetto così impegnativo.

La villa resta: come rudere, come potenzialità e forse aspetta ancora che qualcuno si faccia carico di lei prima che sul prato troviamo un cumulo di pietre vetuste.

Se vi passate davanti fermatevi, ne vale la pena.

Natale 2011

mensola

Natale 2011

mensola in solida pietra di Piovene: ha sfidato 32 lustri senza consumarsi e mantenendo fedelmente la forma iniziale

I Verlato e la loro villa

Quella che abbiamo esaminato è metà dell’architettura, quella che ci resta da studiare è la parte più antica che risale fino al ….

… ve lo diremo la prossima volta quando parleremo dei Verlato e della loro villa.


NOTE

(1) “Solide rovine”: come si fa a definire solidi quei ruderi, quelle pietre abbandonate? L’ossìmoro si spiega con il fatto che la villa non fu mai completamente finita: quei muri sono stati costruiti con tale arte, quelle cornici e quelle mensole sono fatte di materiale così robusto (la pietra di Piovene) che hanno sempre subito l’ingiuria del tempo senza cedere; stanno lì solide da oltre un secolo e mezzo senza bisogno dell’intervento riparatore dell’uomo. Di poche altre opere si potrebbe dire altrettanto.

(2) Dei moti del 1848 a Vicenza a Venezia abbiamo parlato qui https://accogliamoleidee.wordpress.com/2015/10/31/le-peripezie-di-un-garibaldino/

(3) Vedi il libro di Bernardetta Ricatti Tavone, Antonio Caregaro Negrin, un architetto vicentino tra eclettismo e liberty, Padova Centro Grafico Editoriale, 1980 pag 85.


Il Cammino Fogazzaro Roi passo per passo

fogazzaro_roi copertinaIl Cammino Fogazzaro Roi è un cammino che unisce Montegalda con Tonezza del Cimone e offre una percorso di 60 km tra i campi le valli e i borghi dell’alto vicentino.
Per il territorio di Piovene Rocchette è stata approntata una guida stampata che è possibile acquistare chiedendola a noi oppure consultare liberamente via web a questo indirizzo: http://www.vicenzae.org/ita/component/k2/item/1620-trekking.

Cammmino sud tracciato.JPG


Cronologia tratta dalla tesi di laurea degli architetti Marcella Sala e Luca Cavedon PROGETTO PER IL RECUPERO DEL RUDERE DI PALAZZO FRACCAROLI E DI VILLA VERLATO A PIOVENE ROCCHETTE. Anno Accademico 1996-97 relatore arch. Patrizia Paganuzzi

10 marzo 1853

Eredita la proprietà Paolina Carlotta Fracarolli sposatasi in questo stesso anno con Francesco Dalla Negra di Arzignano (Vicenza).

1853

Nei manoscritti del Bressan troviamo citato per la prima volta il Palazzo • «Palazzino Fracaroli (non ancora compiuto) di stile lombardo, costruito nel 1853, su disegno dell’arch. Antonio Negrin»

Successivo al 1844

In un’edizione della mappa catastale, senza data certa ma descritta come “rettifica successiva al 1844“, si vedono, aggiunti a matita, i contorni dell’edificio del Negrin. Da questo momento in poi ci saranno sempre molte incertezze nella cartografia nell’indicazione di questa fabbrica.

14 aprile 1853

Nasce ad Arzignano Scipione Dalla Negra, figlio di Paolina Carlotta Fraccarolli e di Francesco Dalla Negra. E’ possibile che l’incompiutezza del Palazzo sia dovuta al trasferimento di Paolina Carlotta, dopo il matrimonio, ad Arzignano o a Vicenza.

18 luglio 1870

Viene venduta tutta la proprietà a Franceschi Lucia q. Paolo ved. Ballarin e al figlio Giacomo q. Francesco.

30 settembre 1871

Ordinanza n. 23445 dell’Intendenza di Finanza. Variazioni occorse in seguito alla rettifica dei fabbricati del 1871. La proprietà n. 610 si divide in 610 sub I (urbana) “porzione di casa” e 610 sub II (rurale) “porzione di casa“. La Villa cinquecentesca quindi, conserva ancora la barchessa. Il proprietario risulta ancora sotto la sigla “F8”.

22 settembre 1871

Viene redatta una mappa in occasione della variazione dei livelli della via principale del paese. L’edificio non compare sebbene si sappia con certezza che esisteva. L’assenza di un rilievo e di un progetto fa in modo che, addirittura nelle mappe catastali odierne, l’edificio venga sempre raffigurato in modi diversi da come è in realtà.

10 maggio 1875

Eredita tutto Giacomo Ballarin, figlio di Lucia Franceschi.

1 luglio 1877

Con l’Ordinanza n. 16051 dell’Intendenza di Finanza, la proprietà 610 passa al Catasto urbano.

6 maggio 1891

Eredita Francesco Ballarin q. Giacomo e fratelli con Grandesso Carolina ved. Ballarin usufruttuaria in parte per il 609 e 610 sub II.

14 luglio 1894

E’ la data di una serie di planimetrie realizzate dal Comune di Piovene Rocchette. In una di queste compare anche l’area di studio ma l’edificio ottocentesco è raffigurato ancora una volta in maniera diversa da come si presenta realmente.

1906

Cambia il Catasto: il mappale 609 viene diviso in due parti e diventa 591 “fabbricato urbano” per la parte occupata dall’edificio ottocentesco e 593 “seminativo arborato” per la zona di fronte ad esso. Il 610 viene cambiato in 960 “fabbricato urbano” (Villa cinquecentesca) e in 592 “fabbricato rurale” (barchessa). La barchessa assume una forma ad L, mentre gli edifici al confine tra le due proprietà non esistono più ; viene costruito il deposito a ridosso della facciata della Villa.

28 gennaio 1909

Atto di Compravendita n. 1262 Dott. Domenico Maddalena Notaio di Schio. La proprietà passa da Ballarin Francesco e consorte a Filippi Antonio fu Carlo per metà e, per l’altra metà a Filippi Domenico, Giovanni, Carlo, Antonio di Giuseppe. In un passo dell’atto si legge : «Si dichiara che nella valutazione del prezzo fu tenuto conto della condizione d’inabitabilità del fabbricato principale, da tanto tempo abbandonato perché non compiuto».

15 dicembre 1910

Domanda n. 1845, nota del 26 dicembre 1911 n. 84. De Pretto Margherita fu Giuseppe diventa proprietaria del 591.

12 agosto 1922

Le proprietà 592 e 593 vanno ai fratelli Filippi per successione apertasi il 14 febbraio 1919, testamento del 16 gennaio 1919. 21 agosto 1922 Le proprietà 592 e 593 vanno ai fratelli Filippi per successione apertasi il 14 febbraio 1919, testamento del 16 gennaio 1919.

25 marzo 1929

La proprietà 591 passa a Filippi Domenico e consorte per successione aperta il 17 dicembre 1890.

1934

Viene redatta una nuova copia della mappa catastale in cui, l’edificio rurale accanto alla Villa torna ad occupare l’area originaria, mentre Palazzo Fraccaroli appare ancora completo dell’ala sud.

10 dicembre 1955

I proprietari sono Filippi Antonio e Giuseppe fu Domenico con Pojer Oliva Caterina fu Valentino usufruttuaria in parte per la 591 e, dal 25 settembre 1956 anche per la 960.

1964

Esiste una nuova mappa catastale in cui, la parte ottocentesca, rimane invariata rispetto alle planimetrie del 1909 e del 1934, anche se nel testo di Ricatti” si trova: «…tutte le strutture interne ed esterne, ad eccezione del completamento del piano nobile, fu gravemente danneggiata durante la prima guerra mondiale, poiché l’edificio fu adibito ad usi militari.». Si suppone che il danno comprenda anche il crollo dell’ala sud.


Bibliografia essenziale

  • Bernardetta Ricatti Tavone, Antonio Caregaro Negrin, un architetto vicentino tra eclettismo e liberty, Padova Centro Grafico Editoriale, 1980. E’ la più completa ed autorevole fonte relativa alle opere del Caregaro Negrin.
  • Marcella Sala – Luca Cavedon, PROGETTO PER IL RECUPERO DEL RUDERE DI PALAZZO FRACCAROLI E DI VILLA VERLATO A PIOVENE ROCCHETTE, tesi di laurea IUAV Anno Accademico 1996-97 relatore arch. Patrizia Paganuzzi. E’ la più completa fonte di notizie, studi storici e rilievi sulle due ville.
  • dott.ssa Margaret Binotto, Casa Verlato Piovene, dattiloscritto datato 5 marzo 1980. E’ dedicato prevalentemente all’adiacente Casa Verlato, ma contiene notizie e indagini anche su villa Fraccaroli. Si ringrazia l’argh. Agostino Toniolo per avermi permesso di consultarlo.
  • F. Pasuello N. Panozzo, Piovene Rocchette cenni storici, Comune di Piovene Rocchette 1977.

Renzo Priante

12 thoughts on “Villa Fraccaroli

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  8. Complimenti, parlare del nostro territorio con competenza e passione è una grande virtù. Il ” Castello degli spiriti “, così l’ho sempre chiamato, è argomento affascinante, che da sempre ha stimolato la fantasia popolare.
    Bisognerebbe inventarsi qualcosa… raccogliere fondi, realizzare… creare un’associazione culturale o altro…Peccato non poter fare nulla e lasciare tutto alle ortiche!

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  9. Complimenti per la bella e dettagliata ricostruzione storico-architettonica.
    Le belle mensole sono, probabilmente, in pietra di Vicenza, come tutti i profili decorati.
    La chiesa di S. Vito, Modesto e Crescenzia ha preso il nome di S. Rita solo molto più tardi (forse nel 1935) quando le donne di nome Rita acquistarono la statua della Santa Agostiniana e la insediarono nella chiesetta.

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    • Correggo subito, pensavo che la dedicazione popolare a Santa Rita fosse più antica.
      Circa la pietra, cercherò di fare un sopralluogo con l’assenso dei proprietari per valutare il tipo di pietra delle mensole. Di solito la pietra di Vicenza viene utilizzata per opere decorative, ma ha prestazioni strutturali più scarse. Inoltre la pietra di Vicenza è pietra tenera, adatta per la statuaria, però tende a deteriorarsi facilmente. Nelle foto da me scattate si vedono benissimo i particolari delle figure scolpite: le palpebre sporgenti, i bordi delle foglie, i denti del drago, …
      Ritengo si tratti di pietra dura, non tenera, e tra le pietre dure, la più dura è quella di Piovene.
      Grazie delle preziose informazioni.

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