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La guerra è dura anche per chi non la fa. Per le donne e i vecchi che stanno a casa senza il sostegno degli uomini validi e si vedono la vita sconvolta. Con la guerra ritornano gli spettri dei tempi più bui e, tra questi, la carestia. Si tocca subito con mano cosa significa interrompere d’improvviso l’importazione e l’esportazione dei cibi e si scopre quanto è difficile vivere quasi solamente delle risorse locali.

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Una ricerca di Massimo Ferretto e Maria Teresa Sartore affronta questo tema in uno studio pubblicato nella rivista SENTIERI CULTURALI n 15, Schio settembre 2015, dal titolo “Fra restrizioni e divieti: aspetti dell’alimentazione della popolazione civile di Marano Vicentino nella Grande Guerra“.

La ricerca fa riferimento a Marano Vicentino, ma non è difficile prenderla come una condizione generale dei tempi di guerra.

Un posto affollato

Con la guerra Marano Vicentino era un posto affollato. La ferrovia faceva del territorio comunale un posto strategico a due passi dal fronte, pronto a ricevere rifornimenti di merci, ma anche di truppe, quelle che dovevano andare al fronte e quelle che tornavano dal fronte per il periodo di riposo. Negli anni di guerra si alternarono le brigate Volturno, Catanzaro, Acqui. I comandi si piazzavano a villa Beltrame, le truppe erano sparse in tutte le contrade del paese anche nelle zone più a sud come a S. Pietro.

 

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Gavette della Grande Guerra raccolte sul Monte Ortigara

 

Troppe persone per un paese così piccolo. Allora il cibo era prodotto per lo più in zona e molti alimenti freschi non potevano essere importati da fuori. Ad esempio …

Il latte

Già nel novembre del 1915 erano scoppiati tumulti, le donne erano scese in piazza per protestare contro l’aumento del prezzo del latte che venne riabbassato a 20 centesimi al litro dai 25 che aveva toccato.

Col nuovo anno la politica di calmierazione non tiene e i contadini, pressati da domanda crescente, aumentano di nuovo il prezzo. Di nuovo le donne scendono in piazza e non si pensi che fosse una protesta del tutto pacifica .

Dopo aver scassinato la porta penetrarono nei locali devastando i mobili, rovistando i cassetti e travolgendo tutte le mastelle del latte. Si proponevano pure di appiccare fuoco alla casa ma intervenuta la benemerita questa potè sedare il tumulto. Quattro donne furono arrestate, ma poi rilasciate“. La provincia di Vicenza quotidiano del 14/01/1916

Il latte è bene prezioso e la sua disponibilità viene contesa tra militari e popolazione. Il direttore dell’Ospedale da campo n. 64, sistemato a Marano V., lamenta una disponibilità di latte pari alla metà del fabbisogno (1).

Ancora nel 1918 si hanno echi di questa guerra del latte. In una lettera il sindaco di Marano vicentino avverte le autorità militari che “i soldati non possono pretendere i generi alimentari razionati destinati alla popolazione civile, e in particolar modo il latte, che … è appena sufficiente a soddisfare le modeste esigenze della popolazione.

I cereali

La penuria di risorse si manifesta anche come penuria di pane, alimento ancora più indispensabile. Il motivo per cui il pane diventa scarso dipende da numerose cause:

  • la chiusura dei mercati internazionali, non si può più comprare grano dall’estero
  • la rovina dei campi occupati e devastati dai militari (2)
  • la mancanza di braccia nell’agricoltura, dato che i maschi diventano soldati
  • l’arrivo di migliaia di soldati a cui si aggiunge l’arrivo dei profughi dai paesi evacuati perché vicini al fronte (Arsiero, Posina, Cogollo, Piovene, …).

Il problema era particolarmente aggravato per le zone più vicine al fronte e la provincia di Vicenza fu una di quelle più sofferenti da questo punto di vista.

Oltre a questo altri fattori, tipici dei tempi di guerra, si manifestano ad aggravare la situazione:

  • l’accaparramento
  • il mercato nero

Questi da un lato sono la risposta all’incapacità delle autorità di controllare completamente la produzione e distribuzione di cibo, dall’altra favoriscono poderosi arricchimenti privati ottenuti sfruttando lo stato di necessità della popolazione.

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Le code per il pane sono un’immagine costante durante tutte le guerre

La circolare

Come reagisce la burocrazia? La risposta burocratica è ottusa e cerca di normare strettamente i comportamenti delle persone. Non essendo in grado di far produrre più cibo si cerca di disciplinare per via burocratica la fame delle persone: chi mangia il superfluo contribuisce ad affamare la popolazione.

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Ed ecco che la prefettura di Vicenza (3) emana una circolare diretta ad alberghi, ristoranti e trattorie:

  • il pane va somministrato in fette sottili
  • non deve essere somministrato il burro fresco
  • sono vietate le uova come guarnizione
  • è vietato servire la carne fredda come antipasto
  • è vietato somministrare più di 3 vivande a persona e una sola può essere costituita da carne.

La guerra del pane

Le restrizioni iniziano prima ancora che l’Italia entri in guerra. Basta che gli altri stati si combattano e il commercio ne risente.

E così il 31 gennaio 1915 (R.D. 50 art. 6) si cerca di limitare il consumo di pane. Come? Facendolo più scarso. Si abolisce il pane bianco e si impone di produrre pane all’80% di resa (4). Non è ammessa la vendita di nessun altro tipo di pane, si fa eccezione solo per gli ospedali.

Il 25 maggio 1915 l’Italia è già entrata in guerra e la norma si fa più stringente. Pochi applicano correttamente l’obbligo di produrre pane di peggiore qualità, si va alla ricerca dei responsabili, i sacchi di farina devono essere sigillati a piombo.

14 ottobre 1915 è ammessa la produzione di un secondo tipo di pane, più scarso naturalmente, si chiamerà pane di 2° qualità e avrà un prezzo inferiore.

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Di Zyance – Opera propria, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1775744

La battaglia del pane è una battaglia che avviene nelle retrovie, ma non è meno avvincente.

Nel marzo 2016 la qualità della farina venne peggiorata per legge, la resa ora doveva essere dell’85%, quindi con maggiore quantità di crusca. Ad addolcire la disposizione si incoraggiava l’uso di farina di riso. Queste disposizioni colpivano anche i forni. I forni che riuscivano ad aggirare le prescrizioni e vendevano pane di qualità migliore, seppure di poco, vedevano un maggior afflusso di clienti con lamentele degli altri. Vennero pertanto inasprite le pene per i trasgressori.

Dicembre 1916. Altre norme si aggiungono alle precedenti, il pane doveva apparire meno attraente, quindi le pagnotte dovevano essere lisce senza tagli e la pagnotta doveva avere un peso minimo di 250 grammi. Si disciplina anche l’orario di confezionamento del pane.

Il pane di guerra

Gabriele_D'Annunzio.jpegE arriviamo al 1° gennaio 2017 quando il ministero dell’Agricoltura a completamento di tutta la normativa precedente decide quale deve essere il PANE DI GUERRA. Il pane doveva essere prodotto in un’unica forma grossa e mal lievitata, priva del taglio che ne facilitasse la cottura, fatto con farina poco raffinata. A completamento delle disposizioni: il pane non poteva essere venduto fresco, doveva essere venduto il giorno dopo (5).

Come riuscire a fare digerire il duro pane di guerra alla popolazione affamata?

La ricetta è la stessa di oggi: pubblicità e testimonial. Ed ecco che a propagandare la “bontà” del pane di guerra viene chiamato niente meno che il poeta italiano più famoso: Gabriele D’Annunzio.

Nessuna difficoltà per il vate, la retorica è il suo mestiere ed ecco che il pane di guerra divento oggetto mistico:

  • Il pane di guerra
  • fatto con mano pura
  • è pane di comunione
  • dove la patria intera
  • transustanziata vive
  • come il corpo del redentore
  • nell’offerta eucaristica
  • Anno di Vittoria MCMXVII

Peccato che il 1917 non fosse anno di vittoria ma l’anno di Caporetto.

La reazione della popolazione

La popolazione non può che subire, assieme alla guerra, anche le limitazioni del cibo. Ma se lo scopo del governo è quello di ridurre il consumo di grano, l’effetto è l’opposto. Il consumo di pane aumenta perché aumenta il pane scartato.

La guerra del pane continua

Marzo 1917. Viene abbassata ulteriormente la qualità del pane prescrivendo una farina con resa al 90% e le pagnotte dovevano avere un peso di 700 grammi, contro i 250 precedenti. Dato che, se le pagnotte così grandi servivano a rendere il pane cotto peggio e meno attraente, d’altro lato si prestavano a un maggiore spreco. E così i solerti burocrati “spiegano” come dev’essere tagliato il pane. Il prefetto, invece che occuparsi di fatti ben più importanti, suggerisce:

  •  di tagliate la pagnotta longitudinalmente
  • tagliare le due metà con tagli paralleli e perpendicolari al primo

Oltre a ciò ogni forno doveva marchiare il proprio pane, perché i controlli potessero essere più efficaci.

Proibiti i dolci

Nel gennaio 1918 un’ultima norma in materia: è proibito produrre, vendere, detenere per vendere, somministrare dolciumi di qualsiasi genere.

Norme così stringenti vennero ammorbidite solo in parte verso la fine del 1918, quando scoppia l’epidemia dell’influenza spagnola. Si permette la produzione di pane con resa al 70% solo per i malati e per una quantità non superiore a 125 grammi a malato.

 


sentieri-culturali-15Il testo del presente articolo è una rielaborazione personale del contenuto dell’articolo citato all’inizio: M. Ferretto M. T. Sartore, Fra restrizioni e divieti: aspetti dell’alimentazione della popolazione civile di Marano Vicentino nella Grande Guerra, pubblicata nella rivista SENTIERI CULTURALI n 15, Schio settembre 2015


NOTE

(1) La carenza di latte continuò per tutto il tempo di guerra. Le cause di tale carenza risiedono da un lato nel maggior numero di bocche da sfamare, dall’altro nella minore produzione aggravata proprio dalle requisizioni di bestie e foraggi da parte dell’autorità militare.

(2) La distruzione di terreno fertile in Italia dagli anni ’70 a oggi che abbiamo più volte analizzato, dovrebbe farci riflettere. Siamo in balia del mercato internazionale e ogni oscillazione nella produzione di cibo può incidere sulla nostra alimentazione. Oggi oltre 1 milione di veneti non potrebbe nutrirsi del cibo prodotto localmente. Vedi Suolo impermeabile

(3) Circolare della prefettura di Vicenza del 15/2/1918.

(4) La resa è la quantità di farina ottenuta dalla macinazione di 100 kg di grano, più alta la percentuale, più la farina è scarsa, cioè contiene più crusca.

(5) Oggi non ce ne rendiamo conto, ma un tempo non c’era il freezer per conservare il pane. Il pane era prodotto fresco ogni mattina ed era buono a mezzogiorno, un po’ duro alla sera. Il giorno dopo era quasi immangiabile, colloso e duro sembrava una suola di scarpa. Il pane del giorno dopo si dava alla galline, in alternativa, si metteva nel forno della cucina economica e diventava “pane biscotto” duro cimento per i denti dei giovani e mangiato dai vecchi solo dopo averlo ammorbidito nel latte o nella minestra.

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