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La frontiera

Nei primi anni del Novecento la “conquista dell’Ovest” è ormai compiuta. Milioni di coloni arrivati dall’Europa sulla costa orientale degli Stati Uniti hanno superato i monti Appalachi e hanno colonizzato l’immensa pianura americana, oltrepassando fiumi maestosi e deserti sterminati. Hanno superato anche le Rocky Mountains fino a giungere sulle coste del Pacifico.

Nel 1869 è stata completata la First Transcontinental Railroad e il continente si può attraversare non solo su carri malassestati ed inaffidabili: merci e persone si possono muovere regolarmente da est a ovest attraverso 4 fusi orari. L’intero territorio degli Stati Uniti d’America è infine colonizzato, i bianchi di origine europea si sono impossessati di quello che dai conquistadores spagnoli venne chiamato Il Nuovo Mondo.

First Transcontinental railroad.jpeg

La costruzione della ferrovia transcontinentale

A Nord esistono ancora praterie infinite, monti inesplorati e una regione vasta come l’Europa e inospitale per il freddo: il Canada.

La parte orientale era stata colonizzata dai bianchi di origine europea: i francesi; in corrispondenza dei Grandi Laghi erano nati altri insediamenti. Nella parte occidentale la corsa all’oro aveva portato nel territorio dello Yukon (ai confini con l’Alaska) masse di speranzosi pionieri europei. Eppure agli inizi del Novecento, buona parte del territorio canadese è ancora “selvaggio” e sconosciuto.

Qui arriva anche un italiano a tentar di esplorare quelle terre abitate dai nativi americani: i pellerossa. La sua ricognizione sarà così pionieristica che in seguito gli venne intitolato perfino un monte: il Pocaterra Mount ed una catena montuosa, la Pocaterra Ridge.

PocaterraRidge.jpeg

Ed ecco come viene descritto il suo primo incontro con i nativi.

Un uomo bianco nella boscaglia ha appena tagliato alcuni tronchi per il suo ranch e si riposa preparandosi a fumare, quando si accorge di essere circondato da indiani, più incuriositi che minacciosi. Reagisce con un sorriso offrendo loro del tabacco. La tensione si scioglie e se li fa amici.

Saprà più tardi che l’esclamazione con la quale loro avevano reagito, nella loro lingua significava “Questo bianco non ha paura di nulla!”.

Quel rancher, nel profondo Ovest canadese, era vicentino“. (http://www.italianidifrontiera.com/2008/09/22/pocaterra-2/)

Per la precisione era nato a Piovene e suo padre lavorava alla Lanerossi di Rocchette.

I Pocaterra

La famiglia Pocaterra viene dalla provincia di Ferrara vantando discendenze addirittura romane da parte di padre e di vecchio ceppo veneziano da parte di madre; si stabilisce a Rocchette quando Alessandro Rossi decide di costruirvi ben 4 delle sue fabbriche e ha bisogno di personale qualificato per lo sviluppo dell’industria tessile.

Sembra che i Pocaterra avessero posseduto villa Xilo, prima della famiglia che oggi ne dà il nome, e avessero pure molte proprietà sul Monte Summano. Di Giuseppe dicono che amasse camminare e portare il figlio nelle sue escursioni; è certo che fu Direttore della Casina del C.A.I. di Vicenza, sita sul Monte Summano.(1)

giuseppe-pocaterra

emilia-marta-giorgio-pocaterraNel 1883 Giuseppe Pocaterra è nominato amministratore della “Società Anonima Cooperativa per la costruzione di case operaie in Piovene“, quella che costruirà il Quartiere Operaio (2). L’anno prima gli era nato Giorgio Guglielmo Cesare, secondogenito; qualche anno dopo nascerà la sorella Marta, successivamente sposata con Filippo Larizza, imprenditore di origine calabrese trasferitosi nel trevigiano. La primogenita è Emilia, ma poco sappiamo di più.

Giuseppe Pocaterra era cassiere contabile per la Lanerossi e ritenuto uomo di fiducia dell’azienda. E questa fiducia sembra sia stata conquistata in modo originale, più per merito di sua moglie Ubaldina Talin che suo.

Tutti i sabati andava a Schio a prendere le paghe per gli operai. Una volta, mentre era assieme a sua moglie, donna piccola ma di grande spirito, all’altezza di Santorso … furono assaliti da tre malfattori che obbligarono l’autista a fermarsi e alzare le mani e così aveva fatto anche Pocaterra, quando sua moglie, risoluta, prese dalle mani del conducente il pesante frustino e cominciò, con forza, a dare una scarica di colpi con il manico di piombo della frusta contro i malviventi e i loro cavalli, urlando e gridando come un’ossessa. I malfattori mascherati, presi di sprovvista dai colpi della donna, fuggirono a gambe levate e tutto fu salvo; in seguito i briganti furono arrestati giudicati e condannati (3)

Di Giuseppe sappiamo ancora che fu tra i soci finanziatori per la costruzione dell’aeronave Italia nel 1905 (4).

Un ragazzo vivace

Per assicurare a Giorgio una buona istruzione il padre lo mandò in collegio a Padova e poi a Berna all’Istituto di Commercio dove restò 6 anni. Era un ragazzo scatenato e si fece la fama di scavezzacollo: una volta non avendo voglia di fare lezione e volendo giocare a calcio, chiuse la valvola del gas di alimentazione di tutte le lampade della scuola e così tutti “dovettero per forza” andare giù in cortile; un’altra volta, chiuso per punizione in una stanza a scrivere correttamente la stessa parola per 1.000 volte, evase forzando la finestra, camminando lungo il cornicione e scivolando lungo la grondaia. (5)

Gli piaceva lo sport: la bicicletta, il calcio, il pattinaggio e anche sparare al tirassegno. Non perse mai la sua vena giocosa e durante un addestramento premilitare “catturò” il capo dell’esercito svizzero e questo lo fece escludere dalle successive esercitazioni.

Giorgio Pocaterra 1900.jpg

Terminata la scuola – era l’anno 1900 – prima di tornare a casa il padre lo mandò per un anno in Inghilterra affinché maturasse anche competenze tecniche in campo tessile. Ormai era cresciuto e la sua velocità di imparare gli valse un encomio.

Un impiegato insofferente

E’ il 1902 quando Giorgio Pocaterra ritorna a casa, a Rocchette, per fare quello che il padre aveva programmato per lui, lavorare alla Lanerossi.

Ma la mansione di impiegato non gli piaceva. Fin da giovane aveva amato l’avventura, leggeva racconti di chi esplorava i mari del Sud, disegnava indiani e cow boys, sognava di esplorare il mondo. Gli tornava in mente un incontro di un paio di anni prima: stava tornando alla sua scuola svizzera quando sul treno incontrò un pastore evangelico che aveva difficoltà con la lingua. Si offrì di aiutarlo e fece conoscenza. Il pastore Spence gli parlò del suo paese, il Canada, degli spazi sconfinati e selvaggi “penso che un giovane abbia molte più possibilità di successo in questo paese che nei paesi più antichi“.

Il suo desiderio di esplorare il mondo, rafforzato da infinite letture (era un lettore accanito), gli fece sembrare insopportabile la sua vita di impiegato.

Affrontò il padre:So che non me ne posso andare senza il tuo permesso, perché non sono ancora maggiorenne (allora si diventava maggiorenni a 21 anni), ma se aspetto fino ad allora butterò via un po’ di anni buoni. Lasciami partire e, se non mi piacerà, tornerò a casa e mi stabilirò serenamente in Italia“.

In famiglia tutti erano contrari, lo zio Luigi sentenziò sarcastico: ”Va bene, che vada !!! Tanto tornerà subito come un cane bastonato, con la coda fra le gambe”.

Partenza

Così Giorgio andò a Londra dove incontrò un vecchio compagno conosciuto a Berna che voleva condividere l’avventura. Arrivarono a Liverpool ma, al momento di imbarcarsi per l’America, all’amico mancò il coraggio, non volle partire con lui. Ma avendo speso tutto per pagare la traversata e non avendo i soldi per tornare a casa, Giorgio lo aiutò, dandogli  i soldi perché rientrasse a Berna.

Il 5 marzo 1903 arrivò in Nuova Scozia, regione del Dominion del Canada, prese il treno e si recò a Winnipeg (capoluogo della Provincia di Manitoba) per incontrare il reverendo Spence: gli erano rimasti solo 3,75 dollari in tasca.

Manitoba_in_Canada.jpg

Canada, provincia di Manitoba

Tra i maiali

Rifiutò l’offerta di fare carriera come prete poliglotta e si fece presentare ai proprietari di un ranch. La paga era scarsa e il lavoro duro e degradante. Per 6 mesi spalò lo sterco dei maiali. Certo era un lavoro lontano dall’idea romantica che si era fatta, ma gli permetteva di sopravvivere e soprattutto di restare. Ripensava alle parole dello zio (tornerai con la coda tra le gambe) e, orgoglioso, non voleva cedere.

La paga aumentò da 1 $ a 8, poi a 15, e quel giovane, neppure tanto alto, ci dava dentro. Arrivò a risparmiare 78 $ e si spinse più a Ovest con un’idea semplice in testa: voleva lavorare come …

… cowboy

Pocaterra cowboy.jpgCosì fece. Trovò lavoro al Bar D Ranch (a est di High River) poi al Domberg Ranch. Poi nel 1905 arriva al Buffalo Head Ranch presso Highwood River, nell’Alberta in terre ancora più selvagge.

Imparò il mestiere del “guardiano di vacche” e cominciò a guardarsi attorno. C’erano ancora molte terre da assegnare dopo che i nativi erano stati confinati in Riserve. Puntò il suo interesse su un territorio dove il torrente Flat Creek confluiva nel Highwood River (“La più bella vallata che abbia mai visto“), colline piene di prati e catene rocciose.

Mappa Buffalo Head Ranch.jpg

Mappa della zona dove si insedia Giorgio Pocaterra. Tratta dal libro The Diva and the Rancher

Bisognava acquistare una concessione, ma con quali soldi? Scrisse al cugino Arturo Talin con il quale aveva sempre condiviso la passione dei viaggi e dell’avventura (questi era stato già in Brasile e Argentina). Intanto teneva nascosta la scoperta di quella vallata; qualcuno avrebbe potuto precederlo. I due uomini si accamparono in tenda nel mezzo della valle, ma i soldi del cugino non bastavano e neppure Giorgio ne aveva abbastanza. Che fare?

Poker

Non manca nulla nella biografia avventurosa di Giorgio Pocaterra, neppure il gioco d’azzardo. Ecco come descrive la scena Giorgio Pocaterra, forse calcando un po’ la mano.

Decise di rischiare e si mise a giocare a poker. Vinse. I suoi compagni di gioco insistettero per poter rifarsi e continuarono a giocare. Difficile rifiutare a poker quando tutti portano una pisola alla cintura. Così passò tutto il sabato e la domenica. Quando i giocatori finirono  i soldi si misero a giocare le selle, i cavalli, le tende e perfino le baracche dove vivevano. Giorgio continuava a vincere. All’alba del lunedì non c’era più niente da mettere sul piatto, bisognava pur smettere ma nessuno voleva cedere.

Giorgio disse ad Arturo di prendere le colt di tutti e di metterle sul tavolo e disse: “Ne ho abbastanza. Ora mi prendo i 2 $ con i quali sono partito perché non voglio perderli. Metto in posta tutta la vincita e facciamo un jack-pot – il vincitore si prenderà tutto“. Vinse di nuovo con due Regine e due Jack. Restituì ai compagni di gioco solo selle e sacchi a pelo perché senza quelli non avrebbero potuto lavorare.

Con quei soldi il 22 febbraio 1905 comprò la terra; mentre il cugino Alfredo comprò quelle attigue. Forse lo zio Luigi si era sbagliato.

Buffalo Head

Fu a lungo indeciso sul nome da dare alla sua proprietà, cercò nomi spagnoleggianti che allora andavano di moda e infine, da un teschio raccolto sul terreno, decise il nome del Ranch: Testa di Bufalo.

Non c’era nulla se non prati, colline, alberi e monti. Il primo inverno i due cugini lo passarono in tenda. Presero due aiutanti: Frank Arizona e un “norvegese alto”. Con loro costruirono la prima casa, se così si può chiamare una baracca di legno delle dimensioni di 4×5 metri che per lunghi anni servì da cucina, soggiorno e camera da letto per i due italiani.

Pocaterra baracca.jpg

Il ranch. In questa foto l’originaria baracca di legno risulta già ampliata

Pocaterra e Talin.jpg

Giorgio Pocaterra e (forse) Arturo Talin nei primi anni al loro ranch

L’avventura era appena iniziata.

Continua …


Romano Borriero

Renzo Priante


NOTE

(1) http://www.caivicenza.it/index.php/sezione-di-vicenza/storia-della-sezione/431-la-casina-del-summano

(2) Bernardetta Ricatti, Il Paesaggio archeologico industriale di Piovene Rocchette, Piovene Rocchette 2003, pag 73.

(3) L’episodio è narrato da Luigi Fedeli di Torrebelvicino e le sue memorie sono riportate nella ricerca una ricerca di Giovanni Favero, Fedeli parla di incontri con Giorgio Pocaterra e suo cugino Arturo Talin. Qui è narrato un episodio curioso occorso al padre Giuseppe, assalito dai briganti sulla strada da Schio a Rocchette. Vedi Giovanni Favero, Le tour du monde:  les mémoires de voyage d’un émigrant de Schio  en Russie et au Canada au début du XXe  siècle, Università di Ca’ Foscari ISSN: 1827/336X. Il testo è reperibile qui http://tinyurl.com/jco3rnr

giorgio-pocaterra-1909

(4) Vedi http://storage.lib.uchicago.edu/pres/2014/pres2014-0014.pdf pag 12.

(5) Buona parte delle notizie qui esposte sono prese dal libro di J. Hamblin e D. Finch, “The diva and the rancher”, Rocky Mountain Books, Surrey BC 2006.  http://www.rmbooks.com/book_details.php?isbn_upc=9781894765701. Memorie postume e forse un po’ romanzate ma ricche di dettagli.

2 thoughts on “L’ultimo cowboy

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