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Aveva un talento incredibile nel riuscire a dipingere qualunque cosa, ricreare scenari di qualunque tipo senza bozzetti e grandi preparazioni, lì davanti a tutti con naturalezza. Gino Pellegrini era un grande artista e in qualunque altro paese sarebbe considerato uno dei migliori. Ma non in Italia” (Cochi Ponzoni)

A Gino piaceva lavorare in mezzo alla gente, e anche alla folla; gli dava gioia che chi non sapeva nulla di pittura la vedesse nascere, crescere davanti agli occhi; stupefatti, ogni volta“. (Eugenio Riccòmini)

La prima grande mostra su Gino Pellegrini è stata inaugurata a Schio a Palazzo Fogazzaro il 7 dicembre. La mostra rimarrà aperta fino al 26 febbraio. Hanno presentato Gino Pellegrini due suoi amici: Cochi Ponzoni e Patrizio Roversi.

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Il Conte e l’America

Gino Pellegrini era nato a Lugo di Vicenza. In quel piccolo paese nel 1954 una voce gira di bocca in bocca: girano un film, qui alla villa del Conte. Tutti conoscevano la villa del conte chiusa, alta, solitaria in cima al colle, appartata dal paese con la campagna davanti. Tutti conoscevano il Conte perché qualche volta veniva in paese, portava il cane in gelateria e gli comprava un gelato, mentre tutti i ragazzini guardavano attoniti, loro non potevano permetterselo.

Era il 1954 e il film sconvolse per  un po’ la vita di paese, arrivò gente, tecnici, costumisti, venivano in bottega a comprare il necessario; tutti aspettavano i divi, gli attori, la bellissima Alida Valli. Avevano bisogno di comparse, gente del posto da truccare, mettere in costume e fare da scenario. Avevano anche bisogno di ragazzini e, tra questi, il giovane Gino che, a tredici anni, entra per un attimo nel meraviglioso mondo della finzione.

Chissà se fu il film con la sua ventata di novità o furono i racconti di “nonno Jijo”che aveva fatto il fabbro laggiù in America, nel Mato Grosso, o forse i racconti dei cugini che avevano fatto i partigiani, fatto sta che Gino, non potendo permettersi di andare a studiare a Venezia, decide di andare in America. Emigrante di soli 17 anni.

Anche il viaggio è avventuroso: gli rubano il portafoglio tagliandogli la tasca e solo la benevolenza di una hostess gli permette di arrivare a destinazione, a Oakland in California. Era ospitato da uno zio, unico bianco in un quartiere di neri.

Boxe e lavori vari

E’ bravo nello studio, si iscrive ad Architettura, ma deve mantenersi. Dipinge sui marciapiedi perché è bravo a dipingere, ma si arrangia anche con la boxe, frequenta ex pugili ridotti a fare i buttafuori, gli capita anche di fare il cameraman.

Accompagna due antropologi del National Geographic in un lungo viaggio in Sudamerica, avventuroso abbastanza da assistere a un terremoto in Bolivia con la terra che si apriva davanti alla jeep, a una doppia rapina in Colombia dove odiavano gli jankees e solo una bestemmia di Gino rivelò la sua origine uguale a quella di uno dei banditi; non era americano e quindi fu rispettato, ma dovette promettere di andare a trovare la famiglia del bandito (lo fece molti anni dopo).

Impara a fare cartelloni pubblicitari, studia e la sera fa rendering per grandi architetti come Lazlo o Neutra. Infine si laurea in Architettura e poi fa un master alla Los Angeles Art Center School con una tesi sull’arte precolombiana.

Viene arruolato nell’esercito americano, mentre il Vietnam tambureggia di lontano; un addestramento duro, un sergente razzista che odia gli italiani (è “Dago” l’insulto), un duello alla pistola (ma il west non era finito un secolo prima?). Riesce a evitare il Vietnam solo perché la jeep si ribalta in un burrone. Lo raccolgono in coma con 14 fratture. Quando si sveglia è cieco e solo la fortuna gli ha permesso di recuperare la vista.

Il cinema

Ed ecco che, un po’ per caso un po’ per affinità elettive, vi è l’incontro con il Cinema, quello con la C maiuscola, quello di Hollywood. E’ fortunato perché era nato il giorno 13 agosto. Si lo so che molti pensano che il 13 porta sfortuna (tutti gli americani per esempio che aboliscono il posto a sedere n. 13), però per Gino è una fortuna perché Alfred Hitchcock è nato anche lui il 13 agosto di molti anni prima e non trova mai nessuno per festeggiare, questa volta trova un giovane italiano con cui bersi una bottiglia di champagne.

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Gino Pellegrini, in piedi, dipinge una scenografia

Ed ecco Gino Pellegrini lavorare alle scenografie del film UCCELLI (1962).

Aveva già fatto esperienza con West Side Story l’anno prima. Poi entra nel giro, se hanno bisogno di una scenografia veloce e accurata è uno di quelli che vengono chiamati. E così vengono L’ammutinamento del Bounty, La spada nella roccia, Mary Poppins, il Pianeta delle scimmie e molti altri.

Nel 1968 arriva 2001 Odissea nello spazio del grande Stanley Kubrick, regista maniacale.

Andate a vedere questo spezzone: https://www.youtube.com/watch?v=Rzk_2PGz2yQ. L’astronave gira intorno alla terra  e la terra viene vista da varie angolazioni mentre l’ombra avanza e si ritrae, le nuvole si stirano e attorcigliano. Ogni fotogramma è un quadro di Gino Pellegrini, infinite variazioni dello stesso tema. Come sue sono le scene lunari, una luna che ancora nessun uomo aveva visto da vicino né tantomeno dal basso.

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2001 Odissea nello spazio

Il ritorno

Nel 1972 Gino ritorna in Italia, mentre il mondo delle scenografie comincia a incorporare altre tecniche dove la pittura tende a diventare secondaria.

Oggi il “fare” (“ci sei o ci fai?”) implica una finzione, giocare un ruolo che non è il proprio. Si fa fatica a dire che Gino Pellegrini in Italia “fa” l’artista, perché lui non si atteggiava mai ad artista. Per lui fare era lavorare con la mano e con il pensiero. Lui “era” artista, affrontava i problemi, le persone, le situazioni, i disagi intrecciandoli con la sua arte.

Certo dipingeva quadri, ne aveva dipinti anche in America, ma come molti altri intreccia la tela dipinta incorporando altri materiali, come la terra, i semi, il filo spinato, …

Quello che rende originale il modo di fare di Gino è la sua “presenza artistica” in situazioni pubbliche. Per parlare dei manicomi in Emilia Romagna allestisce la mostra “Vita da pazzi” che gira per l’intera regione. Ne sono un ricordo i grandi ossessivi occhi appesi sulle scale di Palazzo Fogazzaro.

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Poi il corso per imbianchini con il quale  riempie di immagini le altissime facciate del Mulinone di San Giovanni in Persiceto.

Si dedica anche alle scuole con il progetto “Eppur si muove” con la costruzione di una scenografia mobile disegnata dai bambini.

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Gino Pellegrini, Muro 150. Dozza Imolese

Molte delle sue opere sono performance, produzioni in diretta tra suoni, poesie, inaugurazioni, discussioni.

Forse una delle opere più amate è stata “Piazzetta Betlemme” a San Giovanni in Persiceto. Una solitaria piazzetta in un piccolo quartiere di case popolari, un po’ grigio un po’ dimenticato. Chiamato dalla lungimiranza di un assessore, arriva Gino con brache di fustagno e una tuta da imbianchino. Poteva sembrare uno dei tanti inquilini nelle case ad affitto sociale. Eppure scatta qualcosa di magico, tra Pellegrini, gli abitanti e il posto (“il genius loci”). Comincia a dipingere grandi scenografie, oche, maiali, gatti, stalle e cavalli, panni stesi e ombre, finestre finte sopra le finestre vere. La piazzetta si trasforma. La gente corre a vedere quel posto diventato magico.

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Piazzetta Betlemme. Foto di Luciano Bovina

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Gino si affeziona al posto, lo sente suo al punto che, quando si sente depresso, parte per San Giovanni e ridipinge tutto, cancellando quello che aveva già fatto. La gente lo lascia fare, gli artisti, si sa, sono strambi.

Palazzo Fogazzaro

Mercoledì 7 dicembre a palazzo Fogazzaro a Schio si è inaugurata una importante mostra su Gino Pellegrini, grazie alla Fondazione Bonotto, al Comune di Schio e all’Officina Pellegrini.

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La mostra testimonia l’attività artistica di Gino Pellegrini dalla sua attività nel Cinema ai primi quadri.

Mostra Gino Pellegrini

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L’arte esplora il mondo intorno a sé e lo decifra. Il 1 luglio 1976 una pagina del Corriere della Sera viene tagliuzzata e sovrapposta a un quadro fatto di campiture di colore, un colore diverso per ogni argomento, la pagina viene traforata, diventa trasparente anche se i titoli si leggono ancora e i tagli diventano piccoli ricami. A terra una lapide di marmo bianco con la foto del defunto, il Corriere naturalmente.

Mostra Gino PellegriniMostra Gino Pellegrini

Ad un certo punto a Gino Pellegrini hanno regalato un telaio a mano. E così il tessuto ha una trama ora larga ora stretta, tra i fili prendono posto rametti, filo spinato, spighe, perfino sottili strati di terra (come ha fatto?).

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Il suo interesse per la natura affiora anche in un quadro che trovo incredibile. Invece della tela un sottile strato di terra e i semi delicatamente appoggiati sopra, una promessa di fertilità non ancora attuata.

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Gino Pellegrini, Grano su terra, 1980

 

 

Il tema dell’ambiente ritorna anche nell’uomo vestito d’erba.

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La sua stupefacente tecnica può essere ammirata nei quadri iperrealisti, un pietra che getta l’ombra su una superficie e bisogna avvicinarsi molto per capire che pietra e ombra sono dipinti.

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Un progetto per Schio

Dopo San Giovanni in Persiceto e molti comuni emiliani, Gino Pellegrini aveva anche un progetto per Schio. Una riflessione sulla duplice anima di Schio, terra di tessitori che divennero soldati durante la prima sanguinosa guerra di un secolo fa.

Unendo queste due anime chissà cosa ne sarebbe venuto fuori, se Gino non fosse nel frattempo scomparso.

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Cari genitori, scusatemi se vi scrivo adeso ma me sono svegliato poco fa e non capiso quanto go ho dormito … Me sto guardando atorno ma non vedo i miei amici in trincea e neanche i fucili e le munisioni vedo solo rocce pietre e tanti fiori …

E’ rimasta una lettera, delle spighe di grano, il resto Gino l’ha portato con sé.


Vedi anche


gino-pellegrini-catalogoLa mostra rimarrà aperta fino al 26 febbraio 2017 con i seguenti orari:

martedì – venerdì 9-13 mercoledì – giovedì 9-13 / 14-18 sabato e domenica 10-12.30/ 16-19 Natale e 1 gennaio – Chiuso

PS. Se vi piace la mostra non perdete il catalogo.

 

3 thoughts on “Far sorridere i muri

  1. “Ritrovare” l’amico Gino Pellegrini dopo tanti anni e’ un vero piacere.
    Andrò a vedermi la mostra una mattina e, spero, in solitudine per assaporare meglio la sua opera io e lui.
    Lo ricordo con tanto affetto.

    Mi piace

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