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Dopo aver studiato in Svizzera e in Inghilterra, Giorgio Pocaterra ha la possibilità di fare carriera presso la Lanerossi di Rocchette dove già lavorava il padre. All’età di vent’anni preferisce partire per il Canadà affascinato dai vasti territori ancora inesplorati che vi si trovavano. Vi arriva con solo 3,75 $ e accetta di spalare lo sterco dei maiali, poi si spinge a ovest e impara il mestiere del “guardiano di vacche”. Trova una vallata bellissima e incontaminata dove il torrente Flat Creek confluiva nel Highwood River. Per acquistarla chiede aiuto al cugino Arturo Talin di Bassano, ma ancora i soldi non bastano e allora decide di giocare a poker una partita con altri avventurieri che dura tutto il sabato e la domenica e solo il lunedì finisce quando Giorgio riesce a vincere tutte le proprietà degli altri giocatori. Compra così il terreno, vergine e tutto da esplorare. 

La prima parte della storia di Giorgio Pocaterra è stata narrata qui: L’ultimo cowboy.

Il ranch

pocaterra-baraccaCostruita la casa (inizialmente una baracca di legno 4×5 m) occorreva pensare al ranch. Serviva un granaio e un orto. I primi anni mangiarono rape in quantità cui poterono aggiungere patate che crescevano poco e raggiungevano la dimensione di una prugna.

Un po’ alla volta arrivarono le cavalle riproduttrici, uno stallone e poi vacche in quantità e, appena i due cugini ne ebbero la possibilità, un toro per dare continuità al loro allevamento.

Nel 1907 riuscirono ad aggiungere un altro pezzo di terra alla loro proprietà.

Giorgio Pocaterra aveva raggiunto il suo sogno, viveva ai margini della civiltà, in quella magica zona di confine tra la ricca storia passata e il futuro pieno di promesse.

Ora il ranch gli dava stabilità e la possibilità di vivere in Canada. Volle allora esplorare le terre selvagge ai margini del ranch.

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Giorgio Pocaterra presso il Mangin Glacier sopra il lago Aster (1911)

In cerca di tronchi

Aveva bisogno di ampliare gli edifici del ranch. Erano case in legno fatte di tronchi sovrapposti secondo la tecnica “siberiana”. Servivano alberi abbastanza regolari e soprattutto dal fusto diritto.

Un miglio a monte del fiume (Highwood River) c’era un boschetto di abeti alti e dritti. Lì ero andato un mattino con sega e scure, per tagliare gli alberi necessari, togliere i rami e portarli alla lunghezza richiesta. Dopo averne preparati un po’ piazzai l’ascia su un moncone, tirai fuori la mia sacca del tabacco e mi preparai una sigaretta di tabacco Old Judge. Come presi il fiammifero e accesi la sigaretta improvvisamente mi vidi di fronte 5 indiani a semicerchio, tutti con un fucile al braccio. Sembravano come gli indiani di “Deerslayers” di Fenimore Cooper. Portavano ghette, perizoma, una coperta come mantello, e avevano i capelli raccolti a trecce, qualcuno aveva piume e pelli di ermellino intrecciate nella capigliatura.

In qualche modo riuscii a non farmi prendere dalla paura. Uno che viveva in quelle condizioni doveva abituarsi a prevedere apparizioni improvvise. Bisognava prepararsi a tutte le possibilità.

Sorrisi e porsi la sacca di tabacco all’indiano più vicino «Fuma con me». Tutti i visi si aprirono in un sorriso e uno disse agli altri «Ne wahshidjoo tah-ah-ko gheene-ashin». Avevo cominciato a imparare le lingue straniere molto da giovane, e così ero attento a cogliere il suono di ogni parola nuova. Scoprii  che quello che gli Indiani avevano detto voleva dire «Quest’uomo bianco non ha paura di niente»” (6)

A scuola dai Sioux

Così cominciò l’amicizia tra Giorgio Pocaterra e gli indiani Stoney. Ora gli Stoney sono chiamati Nazione Stoney Dakota e sono un ramo della Nazione Dakota Sioux. Per decenni dopo la firma del trattato n 7 del 1877 passavano l’inverno nella Riserva Morley (a ovest di Calgary), ma vagavano e cacciavano attraverso il loro territorio di origine  per la maggior parte dell’anno.

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Giorgio Pocaterra e Paul Amos/Lupo Macchiato, suo fratello di sangue

Questa conoscenza fu la manna per Giorgio che sognava di stare in un teepee (la tradizionale tenda a cono indiana) con i suoi nuovi amici. Lo aiutava la propensione per le lingue, sembra che ne conoscesse 5, e conoscere anche la lingua degli Stoney gli diede molti vantaggi: questi indiani vivevano in quel territorio da innumerevoli generazioni, quello che per i bianchi erano terre inesplorate, per loro era un territorio perfettamente conosciuto, sapevano attraverso quali passi oltrepassare le montagne e raggiungere i buoni terreni da caccia.

Lupo Macchiato e Tre Bufali

Nel gruppo che conobbe quel giorno fece amicizia con Lupo Macchiato e suo padre Tre Bufali (7). Con Lupo Macchiato, che si faceva chiamare anche Paul Amos, l’amicizia si consolidò finché divennero fratelli di sangue.

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Giorgio Pocaterra, Lupo Macchiato e King Bearspaw al Buffalo Head Ranch con le pellicce catturate, 1908. Dal libro The diva and the rancher

Nel teepee

Fu così che Lupo Macchiato e Tre Bufali presero a venire al Ranch passando lunghi periodi, seguiti dai mesi in cui era Giorgio a trasferirsi nell’accampamento degli Stoney, dormire nelle tende, mangiare, cacciare, dormire con loro.

Davanti al fuoco di salice  ascoltava gli anziani raccontare la descrizione del loro territorio, sentiva il racconto delle battaglie passate. Poi, il giorno dopo, di nuovo in giro per boschi e pascoli tracciando piste, costruendo sentieri.

Pocaterra lago Kanasaskis.jpg

Scoprì paesaggi che, forse, nessun uomo bianco aveva visto prima, come  il lago superiore Kananaskis in autunno che gli parve così sublime da spingerlo a scrivere una poesia. L’inverno del 1907 lo passò a cacciare con le trappole assieme a Lupo Macchiato e suo fratellastro Naso di Cane. Partirono subito dopo Natale, la neve non era troppo alta al villaggio, ma appena arrivarono sui monti era così alta e farinosa che i cavalli non ce la facevano. Dovettero fermarsi a costruire dei toboga, le tradizionali slitte indiane dove porre le pesanti riserve di cibo e proseguire a piedi. Camminavano con scarpe da neve indiane a punta di naso.

Puoi immaginare la faticosissima impresa se prendi in considerazione lo stato delle vecchie piste, piene di alberi caduti di traverso che nemmeno una neve così profonda riusciva a coprire

Pocaterra slitta.jpg

Viaggio invernale con le slitte 1906-7

Vita familiare indiana

Trent’anni proseguì l’epopea del vivere con gli indiani e esplorare il territorio. Imparò ed ammirò la vita familiare degli indiani che la maggior parte dei bianchi ignorava. Erano puliti, facevano molto spesso il bagno in fiumi e laghi e si pulivano i denti dopo ogni pasto. Erano ospitali anche con gli sconosciuti e sempre condividevano il cibo con chiunque indipendentemente dal suo apporto alla caccia. Tutt’altro che pigri, Giorgio conobbe, provandola, la fatica della caccia, il lavoro di riportare a casa il cacciato, la fatica di camminare con le scarpe da neve attorno alla trappole in condizioni di grande freddo. Sapevano attraversare torrenti impetuosi e andare a caccia a distanza di centinaia di chilometri lungo piste ostruite.

Trent’anni

Nel 1908 suo cugino Arturo Talin morì e Giorgio Pocaterra si prese cura anche della sua proprietà. Nel 1909 riuscì a ottenere la cittadinanza canadese. Quell’anno riuscì a tornare per la prima vola in Italia dalla quale mancava da 6 anni.

Pocaterra ranch.jpgCol tempo il ranch cominciò a prosperare, accoglieva molti visitatori che venivano a vedere la vita selvaggia, turisti attirati dal vivere a contatto con la natura trovavano agevole visitare il ranch, che nel frattempo si ingrandì con l’aggiunta di una veranda piena di trofei di caccia e oggetti indiani. Rimaneva comunque una costruzione rustica autocostruita in tronchi di legno. I giornali gli facevano pubblicità.

In seguito ricorderà quel periodo con queste parole

Per circa 30 anni della mia vita passai in media sette ore al giorno cavalcando attraverso le mie terre in mezzo a mandrie di vacche e cavalli, sorvegliando oltre 30 miglia (quasi 50 km) di recinzione, per la maggior parte del tempo sulle colline in posti dove in un’ora avrei potuto raggiungere la cima delle montagne. Così ebbi un sacco di tempo e l’opportunità di pensare alla Vita in generale e in dettaglio, acquisendo gradualmente una migliore conoscenza delle forze che condizionano la vita dell’uomo, e imparando ad adattarmi così da collaborare con esse“.

Fuga e ritorno

Eppure anche una vita così avventurosa si stava stabilizzando in una routine, in viaggi ripetuti nei soliti luoghi: una volta con i turisti, l’altra con giornalisti. Così, nel 1933, decise di vendere il ranch per “sentirmi libero di andare ovunque. Forse nei Mari del Sud“.

Ma quell’anno morì suo padre e così Giorgio tornò in Italia. Sbarcò a Trieste dove la sorella Marta andò a prenderlo e portarlo a incontrare i vari rami della famiglia. Andò a Milano dove viveva la madre e la sorella Emilia Pocaterra in Pozza, ma tornò presto nel Veneto dalla sorella Marta che viveva in una bella villa di Bassano. Intanto sul giornale La Vedetta Fascista (antesignano del Giornale di Vicenza) comparve un racconto dettagliato delle sue avventure americane.

Una lettera dal Canada lo avvisò che a Milano c’era una giovane soprano canadese che studiava canto e avrebbe avuto piacere di incontrare “qualcuno di casa”.

Norma Piper

In un viaggio a Milano Giorgio conobbe Norma Piper, appartenente alla buona società di Calgary (Alberta, Canada), appassionata di canto che era venuta a Milano per perfezionarsi. Fu la conoscenza con Giorgio la chiave di volta della sua avventura milanese. La madre di Giorgio la presentò alle persone che conoscevano un maestro in contatto con il prestigioso tempio della musica: il Teatro alla Scala.

Fu così che Giorgio e Norma cominciarono a frequentarsi, conoscenza che divenne matrimonio qualche anno dopo, nel 1936.

Pocaterra + Piper.jpg

pocaterra-piper-2Lei si trova in Svizzera quando scoppia la seconda guerra mondiale che la blocca momentaneamente lì. Quando riesce a tornare in Italia, Norma e Giorgio partono immediatamente per il Canada, stabilendosi a Ghost River, costruendo una nuova casa di tronchi chiamata ”Val Norma” e per cercare di iniziare una nuova vita lontani dalla guerra, esplorando l’area di Highwood River, pescando, cacciando con le trappole ed affumicando il pesce.

Pocaterra divenne famoso per aver esplorato le terre che ora portano il suo nome. Nel 1954 Pocaterra fu interprete per la troupe del regista Raoul Walsh che girava in quella regione “Saskatchewan” (1954) con Alan Ladd e Shelly Winters.

Pocaterra muore nel 1972, ma il suo nome resta vivo della comunità italo canadese.

pocaterra.jpg

Italiani di frontiera

Italiani di Frontiera.png

Nel 2009 nasce Italiani di frontiera, sito che raccoglie le storie di italiani in Canada. Nel sito, grazie a un un antropologo italiano, viene ricostruita anche la biografia di Giorgio Pocaterra, anche se con qualche imprecisione relativa alla sua famiglia. La storia esce anche su un libro.

heritage-community-foundationAltre notizie si trovano sul sito Heritage Community Foundation. Qui sono raccolte numerose testimonianze orali e tra queste anche quelle di Giorgio Pocaterra. Per qualche tipo di deficit tecnologico, non siamo riusciti ad ascoltare la voce di Pocaterra, se volete provare voi, cercate qui: http://wayback.archive-it.org/2217/20101215220342/http://www.albertasource.ca/abitalian/people/pocaterra_audio.html

Infine nel 2012 anche il Giornale di Vicenza parla di Giorgio Pocaterra: http://www.ilgiornaledivicenza.it/dalla-home/il-cowboy-vicentino-amato-dagli-indiani-1.906873?refresh_ce#


Romano Borriero

Renzo Priante


NOTE

(6) Questa citazione e buona parte delle notizie qui esposte sono prese dal libro di J. Hamblin e D. Finch, “The diva and the rancher”, Rocky Mountain Books, Surrey BC 2006.  http://www.rmbooks.com/book_details.php?isbn_upc=9781894765701.

(7) Spotted Wolfe e Three Buffalo Bulls nell’originale.

2 thoughts on “L’ultimo cowboy 2

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