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… una storia antica di quelle che ti raccontava tua nonna.

Strìe (Streghe)

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La strega di Ensor (Martynov)

C’era una strega a Sandonà. Veniva su a chiedere la carità a mio papà.

  • Mio papà ha detto: “Guarda – ha detto – non ne ho, ho cinque ragazzi – ha detto – a cui dar da mangiare – ha detto – non ne ho da darne a te, – ha detto.
  • “Bene, (la strega) ha detto – mi dai un poco di fieno per la mucca”.
  • (Mio padre) ha detto: “Non ne ho, vai via – ha detto – che non ne ho”.
  • (La strega:) “E allora va là, te ne accorgerai”.

Torna a casa questa vecchia, questa donna, e lui va a mungere la mucca: neanche una goccia di latte. La mattina dopo lo stesso, neanche una goccia di latte.

(Mio padre) prende e va giù a Sandonà:

  • “Ehi, eh – le ha detto (alla strega) – cosa mi hai fatto alla mucca?”.
  • “Niente – lei ha detto – ti ho fatto”.
  • Lui le ha detto: “Liberami la mucca – ha detto – che io ho i ragazzi cui dar da mangiare – ha detto – perché altrimenti ti uccido”, ha detto.
  • “Beh, no – lei ha detto – va’là – ha detto – che la mucca non ha più niente”.

(Mio padre) va su alla casa, munge la mucca, fatto una gran secchia di latte, liberata la mucca. Questa (la strega) ha avuto un (bel) po’ un potere, per fare una cosa così. Se loro (le streghe) non sono ricompensate di quello che si dà, ti fanno una azione tosi (co-me quella descritta), insomma, ti fanno un’azione.

Era canaglia (la strega di Sandonà): in seguito essa viveva così, a carità, ecco, e allora faceva queste cose. Ma ha la scomunica. 

(Camisino di Caltrano, 1981 – narratrice di 90 anni)

Anguàne

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Una volta, tanti anni fa, c’era un giovanotto che aveva la fidanzata. Alla sera andava a trovarla e dopo, quando era buio, tornava indietro per andare a dormire nel suo fienile, lontano da casa, dove aveva le mucche.

Per andare a questo fienile, doveva passare un ponte.

Una volta dopo essere andato dalla fidanzata, doveva passare il ponte; ha visto una corda piena di lenzuola che attraversava la strada.

Per passare ha tirato fuori un coltello e ha tagliato la corda e tutte le lenzuola sono cadute a terra. Allora sono saltate fuori sette o otto anguane col bigòlo (1) e hanno cominciato a urlare: “Se ti prendo ti bastono (col bigòlo), se ti prendo ti bastono”.

Il giovanotto si è messo a correre ed è arrivato a casa sua più morto che vivo per lo spavento.

Zugliano, 1988, narratrice di 60 anni.

El Salbanèo

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Erano due sorelle e andavano in fabbrica a Chiuppano, (quel)lo stabilimento là, e quando stavano attraversando l’Astico per andare in fabbrica, una si è presa indietro; corri e corri e poi è scesa giù per le curve per passare l’Astico, salire allo stabilimento (al di) là.

E allora continuava a dire: “Margherita, Margherita, Margherita, aspettami, aspettami, aspettami Margherita, aspettami Margherita”.

“Sì, sì, seguita pure, seguita pure” (rispose Margherita).

E intanto dopo un po’ (la prima) sente — invece di sentire ancora la Margherita che dava risposta dicendo: “Seguita, seguita” — tutto un battere di mani.

È stato il salbanelo, hanno detto che è stato il salbanelo. Era il salbanelo che ha imitato la voce dell’altra (di Margherita), l’ha presa in giro (quella che si era attardata), l’ha fatta correre, e quando è stata un pezzo avanti le ha battuto le mani: “Te l’ho fatta, adesso”.

Caltrano, fraz. Camisino, 1981, narratrice di 70 anni.

L’orco

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Basilisco. Dopo la scoperta dell’America in Europa si diffusa la credenza che gli esseri fantastici dell’immaginario popolare si trovassero effettivamente nel continente nuovo e misterioso. Così abili imbalsamatori procurarono questi esseri fantastici, costruendoli con parti di animali diversi.

 

Una sera, il mio povero padre, Giuseppe dei Chicòn da Camisino, si trovava anche luì con le mucche in montagna sui casolari, sui monti qui di Caltrano, e una sera, proprio, è partito per portarsi su da mangiare, perché il fatto è che bisogna portarsi su tutto l’occorrente per tutta la settimana per le mucche.

Sicché è partito: credeva che fossero le quattro del mattino ed è partito, e invece era mezza-notte, ma lui non lo sapeva. E allora, caspita, dice: “Adesso parto e vado su con tutto il mio occorrente”.

E cammina e cammina, sempre per la strada delle Tezze che sale alla Buca del Barone, e avanti e avanti, e quando è lassù ai Vigri, ad un casolare lì ai Vigri — c’è anche un larice lassù, davanti — guarda in giro qua e là, e sente suonare l’una di notte.

“Caspita — ha detto — guarda — ha detto — credevo che fossero le quattro e guarda che ora era”, ha detto.

E allora cammina; quando è stato lontano circa quindici metri dal casolare dei Vigri, vede davanti alla porta del casolare un affare bianco, una persona bianca, ma piccola, ah, piccola. Ha preso paura nel vedere questo fantasma davanti alla porta. E allora lì il fatto è stato che si è anche un po’ intimorito e ha allungato il passo, e più avanti andava più grande diveniva questo… fantasma.

E allora, tutto quanto vestito di bianco e (mio padre) cammina e (lancia) urla dal grande spavento, perché, caspita, vedere di notte un affare così! C’era una luna che faceva un grande splendore, perché era quasi piena la luna. E vedere questo grande fantasma e più (mio padre) proseguiva nel cammino, più grande diventava.

E (mio padre) ha preso uno spavento, uno spavento, e insomma è arrivato lassù al casolare: “Eh, — ha detto — non sarà più detto il vero — ha detto — che io parta ancora — ha detto — se non metto la sveglia all’orario giusto — ha detto — perché si crede che sia un’ora e invece è un’altra”. E dopo quello spavento non è più partito senza che (prima) suonasse la sveglia: “Perché…”, ha detto.

E anche questo è stato un fatto, è vero, che si è manifestato, soprannaturale, perché sono cose, si giunge a dire, di fantascienza, perché a capirle bene, sono cose soprannaturali. 

Caltrano, fraz. Camisino, 1981, narratore di 67 anni.

Il mondo della meraviglia e della paura

 

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Sono storie da ascoltare non da leggere, narrate da persone che non ci sono più e che narravano di “fatti” (più che di fatti bisognerebbe parlare di emozioni) raccontati da nonni ai nipoti, per chissà quante generazioni. Alcuni racconti addirittura parlano del Concilio di Trento (2).

 

Secondo la tradizione popolare il Concilio aveva legato tutte le streghe con un solo capello della Madonna, ma “la paura, la speranza l’angoscia del vivere quotidiano, le disgrazie avevano mantenute vive le credenze delle forze occulte e l’immaginario contadino continuò a vedere l’invisibile attraverso le forme suggerite dalla tradizione e dalla storia orale”. (3)

Natale 2011

Santa Cecilia. Castello del Buonconsiglio, Trento

 

«Le recenti trasformazioni socio-economiche li hanno allontanati dal paese, dalle loro dimore segrete, dai crocicchi, dai fiumi e dai boschi: i folletti, le streghe, i salbanelli, gli orchi si sono rifugiati nella memoria “narrante” degli anziani, della gente “di una volta”. Come nelle favole, nei miti, nelle leggende. E’ il mondo della meraviglia e della paura, l’immaginario contadino e popolare, molto spesso più vero della stessa realtà, perché la spiegava, dava una ragione a fenomeni altrimenti incomprensibili. “Un tempo i contadini vivevano e pensavano in termini di terra e non di società, e quella terra era piena, colma del chiasso dei vivi e del mormorio dei morti, cantata e ingombra di presenze visibili e invisibili” (E. Claverie).

Ogni paese aveva i “siti” del mistero, dove l’uomo non poteva mettere piede e la terra rifiutava il lavoro e la semente: erano i “dossi”, i “busi”, le “ombre” consacrati nel passato alla vita più segreta della natura nei quali accadeva (e accade) il prodigio nelle forme testimoniate dalla tradizione. E ciò che può essere raccontato, nella tradizione era creduto e tramandato come “fatto”: non esiste nella “memoria collettiva” la nozione di “impossibile”. Non solo, ma “tutto il creato era ritenuto sede di forze e presenze in cui naturale e soprannaturale si compenetravano e si confondevano, a formare un universo complesso, “meraviglioso”, ma con aspetti inquietanti e spaventosi” (E. Baldini)». (3)

Un libro

rubini-cocco_storia-memoriaLe storie qui raccontate sono state prese da un libro di Giuseppe Rubini e Lina Cocco. Entrambi insegnanti, hanno raccolto una serie di storie popolari intorno a 4 figure della tradizione popolare: Strìe, Anguàne, Salbanèi, Orchi. Il libro è corredato dalle illustrazioni di Vallina Meneghini Derugna.

Con il loro permesso abbiamo pubblicato queste storie di Natale.

Le Streghe sono figure ben note, ma di loro sono scritte e riportate storie tratte dai verbali dell’Inquisizione o dalle cronache dell’epoca. Si tratta della visione colta di chi sa scrivere. Poco sappiamo di come fossero viste le stesse streghe “dall’altra parte” dal punto di vista di chi non sa esprimersi attraverso la scrittura e tramanda la propria conoscenza del mondo attraverso la parola e il racconto, come queste testimonianze, appunto.

Anche l’Orco è figura fiabesca la cui immagine si è fissata nei racconti di Andersen o Grimm.

Anguàne e Salbanelli sono figure più sfuggenti, non vi è una tradizione comune, ma molte tradizioni locali che rimandano a figure lontane (la Melusina in Francia) o antiche (le Ninfe nella tradizione pagana).

L’argomento è interessante e ringraziamo i proff. Rubini e Cocco per le loro ricerche.

Torneremo a parlarne

 


NOTE

(1) Bigòlo: asta di legno ricurva con due uncini alle estremità. Serviva per portare due pesi bilanciandoli alle spalle. I due pesi potevano essere due secchi d’acqua o di latte, ecc.

bigolo

(2) Cosa c’entra il Concilio di Trento? Nella tradizione rurale, era solo una generazione fa, ancora viva la proibizione della chiesa di parlare di magia. Prima del Concilio (1545-49) nelle campagne forme di magia (o anche superstizioni o credenze popolari a seconda del punto di vista dal quale si osserva) convivevano in un sincretismo religioso dove la “verità” ufficiale della chiesa si mescolava con pratiche popolari. Nel tentativo di tenere a bada le eresie e soprattutto quella luterana che ha dato un fortissimo colpo all’autorità del papa, il Concilio delineò chiaramente l’ortodossia da seguire e bandì tutte le interpretazioni eterodosse. L’ombra di queste proibizioni si è allungata fino a ieri.

(3) Dino Coltro a pag. 9 del libro di G. Rubini L. Cocco, Storia … memoria, Thiene 1990


Ed ecco l’originale in dialetto

Strìe

Ghe jera ‘na stria a Sandonà. La vigneva su par domandarghe la carità a me popà.

  • Me popà el ga ‘ito: “Vara – el ga ‘ito – no ghe no mia, go zinque tuzi – el ga ‘ito – da darghe da magnare – el ga ‘ito – no ghe no mia da dartene a ti” – el ga dito.
  • “Ben, la ga ‘ito – te me dè un poco de fen par la vaca”.
  • El gà ‘ito: “Nu ghi n’ò, và via – el ga ‘ito – ch’à nu ghi no .
  • “E ‘lora và là, te te inacorzeré”.

Torna a casa ‘sta vecia, ‘sta femena, e elo va soto monzare la vaca: gnanca ‘na giossa de late. La matina drio, stesso, no, gnan ‘na jossa de late. Ciapa su e va zo a Sandonà:

  • “Ciò, eh – el ghe ga ‘ito – cossa me ghetu fato a la vaca?”.
  • “Gnente – la ga ‘ito a te go fato”.
  • El ga ‘ito: “Delìbereme la vaca – el ga ‘ito -che mi go i tuzi da darghe da magnare – el ga ‘ito – parché se no te copo”, el ga ‘ito.
  • “Ben, no – la ga ‘ito -và là – la ga ‘ito – che la vaca no la ga pì gnente”.

Va su a la casa, mondi la vaca, fato na gran secia de late, delibarà la vaca. Questa la ga bio un po’ un potere, da far na roba cussì. Se ele no le xe ricompensà de quel ch’à se ghe dà, ele te fa ‘na assion cussì, insoma, te fa n’assion. La jera canaja: in seguito ela la vivea cussì, a carità, eco, e ‘lora la fazea ‘sta roba. Ma la ga la scomunica.

Anguàne

Na volta, tanti ani fa, ghe jera un giovinoto che el gavea la moròza.

A la sera el ‘ndava a trovarla e dopo, quando che jera scuro, el tornava indrio par ‘ndare a dormire nea so teda, lontan da casa, dove che el gavea le vache.

Par ridare a ‘sta teda el dovea passare un ponte.

‘Na volta, dopo esser ‘ridà dala moroza, el dovea passare el ponte: el ga visto na soga piena de nissòli che atraversava la strada.

Par passare el ga tirà fora un cortèo e el ga tajà la soga e tuti i nissòli i xe ‘ndà par tera. Alora xe saltà fora sete o oto anguane col bigòlo e le ga cominsià a zigare: “Se te ciapo te bigòlo, se te ciapo te bigòlo”.

El giovinoto el se ga messo a corere e l’é rivà a casa sua pì morto che vivo par lo spavento.

El Salbanèo

Le jera do sorele ‘ndazea in fabrica a Ciupan, el stabilimento là, e’ co le jera drio passare l’Astego ‘par ‘nare in fabrica, una se ga ciapà indrio; curi e curi e dopo le xe ‘ndà zo par le svolte par passare l’Astego, nar su in stabilimento -là.

E ‘lora la lavorava a dire: “Margari, Margari, Margari, spèteme, spèteme. Margari, spèteme Margari”.

“Sì, sì, sèvita puri, sèvita puri”. E intanto da là un toco la sente — invesse de sentire ancora la Margari che dea risposta da dire: “Sèvita, sèvita” — tuto un sbatamento de man. Xe stà el salbanelo, i ga dito che xe stà el salbanelo. Jera el salbanelo che ga imità la voce de quel altra, la la ga cojonà, el la ga fata còrare, e quando che l’è stà un toco vanti la ghe ga batù le man: “A te la go fata, adesso”.

L’Orco

Una sera, me poro pare, Bepi dei Chicòn da Camisin, el se trovava anca lu co le bestie in montagna su le casine, a traverso i monti qua de Caltran, e una sera, proprio, l’è partìo par portarse su da magnàr, no, parché lì el fato xe che bisòn portarse su tuto l’ocorènte par tuta la setimana par le bestie.

Siché l’è partio: el credeva che fusse le quatro la matina e l’è partìo, e jera invesse mezanote, ma lu no ‘1 lo saveva mia. E ‘lora, caspita, el dize: “Adesso. parto e vo su con tuto el me ocorente”. E camina e camina, sempre par la strada de’e Teze che va su a la Buza del Baron, e vànti e vànti, e quando che l’è su ai Vigri, a una casina lì ai Vigri — ghe xe anca un àraze su, davanti — el varda in volta qua e là, e el sente sonare un bòto de nòte.

“Caspita — el ga ‘ito — varda el ga ‘ito a credea ch’à fusse le quatro e varda che ora che jera”, el ga ‘ito.

E ‘lora camina; quando che l’è stà distante un quindeze metri dal cason dei Vigri, el vede davanti la porta del cason un afàre bianco, una persona bianca, ma picola, ah, picola. El ga ciapà paura a vedare ‘sto fantasma davanti a la porta.

E ‘lora lì el fato xe stà che ‘l se ga anca un pochetin intimorio e ‘l ga slongà el passo, e co pì vanti el ‘nazèa pì grande la vignèa ‘sta… fantasma. E ‘lora, tuta quanta vestía de bianco e camina e lu urli dal gran spavento, parché, caspita, vedare de note un afàre compagno! Ghe jera na luna che fazea un gran splendore, parché la jera quasi in colmo, la luna. E vedare ‘sto grande fantasma che con più el ‘nazea avanti, più grande el vegnea. E là el ga ciapà un spavento, un spavento, e insoma l’è rivà su su ‘a casina:

“Eh, — el ga ‘ito — no sarà pì dito el vero — el ga ‘ito — che mi parta ancora — el ga ‘ito — sa no meto la svìlia a l’orario justo — el ga ‘ito perché te se crede che sia un’ora e invesse l’è un’antra”. E da quel spavento là e no l’è pì partìo sensa svèlia che sonava: “Perché…” el ga ‘ito. E anca questo xe stà un fato, è vero, che se ga manifestà, sopranaturale, perché le xe robe, se ven dire, di fantasiènsa, perché a capirle bene, le xe robe sopranaturali. 

One thought on “Raccontami una storia …

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