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Fu Napoleone

Fu Napoleone, con l’editto di Saint Cloud a imporre una nuova regola igienica: i morti andavano seppelliti fuori e distanti dalla cerchia urbana. Così a Parigi vennero costruiti 4 nuovi grandi cimiteri e in tutti i luoghi dove arrivò l’esercito napoleonico la norma venne applicata. Anche il cimitero di Piovene fu costruito a seguito delle leggi napoleoniche nei primi decenni dell’ottocento.

Il cimitero compare nel Catasto austriaco del 1850.

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Catasto austriaco 1850 fg VIII

Notate che Rocchette non esisteva e neppure via Trento che si trova lungo la ferrovia costruita dopo il 1885. Al posto dell’attuale via Roma vi era la “Strada comunale detta della Merlara” che venne prolungata divenendo strada del cimitero.

Il cimitero era allora più piccolo dell’attuale (circa 1/3). In archivio comunale esiste  il progetto di ampliamento datato 16 febbraio 1899. Il progetto è dell’ing. Carlo Letter (1) e firmato dal Sindaco Giovanni Bertollo, da Panozzo Antonio deliberatorio, Dal Bon Giovanni, Rainery Antonio teste.

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Nella planimetria compaiono la ferrovia economica Schio-Arsiero e la rettifica della strada retrostante probabilmente a seguito della costruzione delle cappelle sul lato nord. Fu allora che l’ingresso venne spostato per portarlo in asse al nuovo ingresso.

Forse ad allora risale la lapide posta all’ingresso. La troviamo tra le siepi di bosso e i cipressi che portano al cancello.

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Bestemmie e preghiere

La lapide è un monito “Non dimenticate i vostri cari defunti“. Un teschio ricorda quello che tutti diventeremo. Rimanda a un tempo in cui la paura dell’inferno era una minaccia quotidianamente ripetuta per esortare al bene, quando si incitava a cercare il paradiso indicando il suo opposto: le fiamme dell’inferno.

Alle giaculatorie delle beghine faceva eco la bestemmia, intercalare diffusissimo nelle osterie, sul lavoro, per strada. Per qualcuno era più frequente della virgola, per altri era elaborata costruzione sintattica.

Sono sparite entrambe, la paura dell’inferno più che la bestemmia, o forse hanno solo mutato di uso e significato.

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Oltrepassiamo l’ingresso ed entriamo nel campo a un tempo vasto e raccolto circondato da mura che, come prescrive la legge, devono essere alte almeno 2,50 m.

Il conte Piovene

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Di fronte all’ingresso, oltrepassato l’obelisco dei caduti, sul fondo si vede la cappella del conte Piovene, ricca di marmi lavorati con gusto classico e una bella cancellata in ferro battuto. Partiamo da qui, dato che la famiglia e la città condividono il nome e lo stemma: il leone rampante dello stemma dei Piovene (come si vede nell’antica casa Piovene-Borriero) diventa 3 leoni rampanti nello stemma del Comune.

Il  busto severo e un viso ornato di pizzo fluente ricorda il conte Marco Piovene: ha un colletto alto, un farfallino al mento, sulla giacca morbida e quasi stropicciata vi è un fazzoletto, anche questo strazzonato. Si vede che lo scultore (uno dei nostri abilissimi scalpellini?) voleva dare un’immagine domestica e familiare. La lapide sottostante celebra le gesta di questo antico sindaco e la devozione della vedova.

  • A Marco nobile Piovene 
  • cavaliere della corona d’Italia 
  • sindaco vari anni di questo municipio 
  • agronomo passionato e intelligente 
  • per virtù domestiche e civili caro a tutti 
  • carissimo alla vedova Angelina Zorzi 
  • che con molte lacrime 
  • questa cappella gli dedicava 1889.

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Nella stessa cappella riposano

  • don Pietro Costa,
  • don Antonio Lunardi,
  • don Dino Cervellin,
  • don Francesco Borriero,
  • don Gabriele Sermani,
  • don Antonio Dalle Carbonare,
  • monsignor Ruggero Dal Zovo

Decadenza

L’obitorio/sala autoptica, dopo un abbandono di mezzo secolo, appare desolato. La porta è chiusa, ma sulle finestre in ferro molti vetri sono rotti. All’interno l’antico tavolo di marmo con ancora i resti dell’ultimo lenzuolo usato forse per pulire dalla polvere. A parete un crocefisso minuscolo, il pavimento ingombro di qualche vaso, vecchi fiori di plastica.

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La tomba dei Chioccarello, lì vicino, è crollata e adesso delle assi tengono lontani dai pericoli i visitatori. Non c’è più nessuno che fa manutenzione.

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Poco più in là la cappella di Gigi Chiaratti, giovane rampante della nascente era fascista; nato nel 1900 e morto all’età di soli 23 anni. Se domandate, qualcuno vi dirà che è stato ucciso lungo la strada che portava al Torrente, dove un tempo era campagna e oggi è Rocchette. Qualcuno vi ripeterà la diceria tramandata che accusa un rampollo di buona famiglia.

L’intonaco è scrostato e cadente, sul pavimento i resti del soffitto caduto, un triste alberello in plastica mantiene i colori nonostante il tempo passato.

  • Gigi Chiaratti camicia nera 

  • da tragico incidente di caccia 

  • strappato ai teneri affetti familiari 

  • al fervore della battaglia.

Pocaterra

tomba Pocaterra

La cappella dei Pocaterra appare pulita e in ordine. E’ una costruzione elegante rivestita in bugnato e sormontata da una cupola ottagonale. Venne costruita dall’impresa di Vittorio Girardin.

Ha una soglia di acciaio inox e dentro un pavimento di marmo nero polito. Alle pareti lapidi di marmo bianco accolgono i resti di di Pocaterra Giuseppe (1850-1933),  Pocaterra Marta Larizza (1887-1977) e Cavalier Larizza Filippo (1898-1967). A fianco, in un loculo, Farina Lucia (1870-1915).

Si tratta del padre, della sorella e del cognato di Giorgio Pocaterra, che cercò la fortuna tra i territori incontaminati dell’Alberta (Canada). Vedi https://accogliamoleidee.wordpress.com/2016/12/03/lultimo-cowboy/

E’ un’idea romantica

quella di girare tra il prato e i marmi del cimitero all’alba o nei giorni di pioggia intensa, ti prende una malinconia meditativa (2) che si coltiva nel silenzio di quel luogo appartato. Eppure ha un suo fascino osservare attentamente le sculture, le lavorazioni accurate di abili artigiani della pietra o del ferro, i volti incisi in vecchie foto scolorite, comparare date di nascita e di morte per scoprire che il figlio ha talvolta preceduto i genitori.

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I bambini

E’ una scoperta osservare quanto la morte si occupasse delle vite fragili dei più piccoli. Abituati ad un’infanzia resa più forte dalla medicina pediatrica e dai vaccini, non riusciamo a immaginare quanti giovani vite finissero improvvisamente prima di iniziare veramente.

Colpisce la tomba al n. 33 dove i genitori piangono la perdita di due figli scomparsi contemporaneamente con due colonne spezzate unite da una ghirlanda.

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  • Alla memoria di due bambini perduti 

  • I genitori Ettore e Luigia Meunier inconsolati

Poco più in là al n. 30 coperta da un tettuccio di lamiera lavorata una piccola scultura di maniera preraffaellita, a Bianca Rossi i desolati genitori nata a Latisana il 15/9/1920 morta a Rocchette il 29/12/1920.

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Se ci spostiamo sulla parte destra del cimitero vi è forse un settore  dedicato ai bambini, tanto frequenti sono le tombe dei più piccoli.

Si vedono tombe minuscole, spesso prive di lapidi; resistono i fiori di tela o di plastica con colori desaturati, in alcuni punti prevalgono le erbacce. Le tombe dei bambini sono caratterizzate da angeletti in preghiera. Le morti dovevano essere così frequenti da incentivare la produzione di serie in fusione di ghisa: rappresentano un angioletto forse preso dal repertorio barocco con le ali spiegate, ha un drappo svolazzante e il dito puntato in alto a destra indicando un altrove.

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La scultura in ghisa di un angelo volante ricorre frequente tra le tombe dei bambini

 

Il tempo che passa

… fa danni. L’acqua si infiltra dietro le lapidi, le frattura e le stacca; in una c’è solo una cornice e nessuna scritta e la tomba sembra quella del milite ignoto. I vasi sono caduti.

Molte lapidi sono inclinate. Il terreno qui è stato scavato più volte, molte tombe hanno ceduto su un lato. D’altronde sottoterra c’é più vuoto che pieno.

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Sopra alcune tombe erano stati piantati degli alberelli; privi di cura e manutenzione, alcuni sono diventati giganteschi. Davanti alla tomba di Pietro Deganello è cresciuto un’agave gigante, davanti a un’altra è cresciuta una monumentale Tuja. Sulla lapide non si riesce a decifrare il nome. L’ovale del ritratto fotografato su ceramica sembra l’occhio di un ciclope su un fondo di segni confusi.

Le foto su ceramica fissano per sempre lineamenti antichi, alcuni sono spezzati e rotti in altri prevale il bianco con qualche macchia nera. Perlopiù le foto sono riconoscibili: si distinguono volti, acconciature e vestiti del tempo passato.

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Povere lapidi

O forse bisognerebbe dire: lapidi di povera gente. Gente che non poteva permettersi di pagare una lastra di marmo dello spessore di 4-5 cm e con faticosi risparmi è riuscita a permettersi solo una lastra sottile che ora è spezzata o magari legata col fil di ferro. In qualche caso è così sottile che non poteva accettare un’incisione, e nome e date sono pitturate a pennello talvolta con mano malferma.

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Con il tempo le lapidi si sono annerite, la pioggia, lo sporco, lo smog hanno creato una patina nerastra, gli ovali delle foto, sporgendo, lasciano una striscia di marmo pulito al di sotto.

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I cognomi sono quelli della comunità di Piovene. Tra loro qualche nome straniero come Knoll Lucia Frida vedova Berto 1888 1970.

Tra i tanti nomi leggiamo

Berto, Galiotto, Bertoldo, Miani, Toniolo, Marzari, Fuga, Pasin, Barbieri, Grotto, Rodella, Thiella, Pasin, Scotti, Sartori, Gregori, Chioccarello, Nardello, Rosa, Lievore, Merlo, Dal Prà, Dal Bosco, Rossi, Segafredo, Xilo, Bragiola, Bertoldo, Castelli, Bressan, Cappellotto, Pocaterra, Zironda, Scortegagna, Pretti, Sgambaro, Girardin, Colognese, Zironda, Tomasi, Giacomazzi, Meneghini, Borriero e Boriero, Marcante, Barattoni, Panozzo, Chioccarello …

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La tomba della compianta Rosina Marzari cui è dedicato il coro infantile Rosa di Marzo, ancor oggi attivo

Il cimitero e la Guerra

Ritorniamo ora al centro dove ci sono l’obelisco e le lapidi dei caduti. Nel 2013, per il 90° anniversario della fondazione, il Gruppo ANA di Piovene Rocchette ha restaurato il monumento.

Leggiamo da uno scritto di Bruno Borriero, storico della Grande Guerra.

La notizia dell’inizio della prima Guerra Mondiale arrivò al municipio di Piovene alle ore 15:30 del 24 maggio 1915. Con un telegramma il prefetto comunicava che lo stato di guerra decorreva dal giorno prima.

Un paio di mesi dopo, il 4 luglio 1915, il tenente colonnello medico chiede al Sindaco di Piovene se esista un lazzaretto (ospedale). Il Sindaco risponde che esiste solamente un piccolo locale con quattro posti letto.

Passano alcuni mesi e la guerra non accenna a finire, come promesso, e così a gennaio del 1916 il Comando della 18° Brigata chiede di poter seppellire nel cimitero comunale le salme dei militari deceduti nell’Ospedale 008. Ci si organizza anche per costruire un ossario del quale viene incaricata l’impresa di Francesco Girardin, storica famiglia di impresari edili. La costruzione consta di “Cella sotterranea coperta da un sigillo in pietra, di m 2,50×1,40, rinchiuso da quattro colonnine in metallo unite da una catena in metallo, sormontato da un piccolo obelisco di marmo colorato e lucidato con basamento uguale (base m 1×1) lavorato a bugna alto 3,5 m. Iscrizione:

Nell’Ospedale da campo 008 la vita si spense alla Patria offerta.

Sulle quattro facciate del Piedistallo sono incisi i nomi dei 46 deceduti. Consegna formale: opera da conservarsi con ogni cura. Qui le ossa saranno sistemate a tempo debito, affidate alla pietà e riconoscenza della popolazione” (3).

Durante la guerra 1915-18 nel cimitero di Piovene furono accolte le salme dei militari deceduti negli ospedali militari 008 e 40 (146 salme nel 1916, 36 nel 1917 e 22 nel 1918). Tutte le salme sono state in seguito esumate e traslate nel Cimitero-Ossario di Schio.

Ulteriori informazioni si trovano qui: http://www.gruppoalpinipiovenerocchette.it/i-nostri-caduti.php

L’ultimo omaggio

Nell’estate 2016 il gruppo Alpini ha restaurato un’altra tomba, quella di Francesco Novembrini, figlio di NN e nato altrove, ma qui combatté e qui venne a vivere terminata la guerra. Vedi altre notizie qui: http://www.gruppoalpinipiovenerocchette.it/manifestazioni-varie.php

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Oggi

Oggi il cimitero è semi abbandonato, troppe generazioni sono passate da quando i congiunti sono stati seppelliti qui. Gli eredi forse si sono trasferiti altrove, forse ignorano di avere avi sepolti in questo posto.

Eppure il Cimitero vecchio è un bel posto, facile da raggiungere e ricco di storie.

Basterebbe poco per fare un qualche manutenzione. Ho incontrato gente che, senza avere congiunti qui sepolti, vengono a tenere in ordine i marmi di una vicina di casa inferma o solo per rispetto.

Vi interessa una visita guidata al cimitero?

La prof. Diana Sperotto si è dichiarata disponibile a fare da cicerone l’ultimo sabato del mese. Occorre però prenotare scrivendo a accogliamoleidee@gmail.com.

 


Si ringrazia Diana Sperotto per le sue preziose informazioni.

 


(1) L’ing. Carlo Letter di Schio è anche autore dell’ampliamento del Lanificio Conte di Schio per la parte a shed ora occupata dallo spazio espositivo. Ha inoltre progetta centrali idroelettriche ed è stato il direttore dei lavori della ferrovia Rocchette-Asiago.

(2) Gli inglesi lo chiamano spleen che letteralmente vorrebbe dire milza che per Ippocrate secerneva l’umore nero ed era causa di malinconia, insoddisfazione, noia e fastidio di tutto.

(3) Notaio Giuseppe Clementi in Schio via Pasini 303, n. 3473 repertorio generale.


APPENDICE

Il cimitero nuovo di Piovene Rocchette venne aperto nel 1965, lungo la strada che conduce a Chiuppano e ricalca il tracciato della vecchia Ferrovia.

Chi aveva una tomba di famiglia o una cappella poté ancora seppellire i propri cari nel Cimitero vecchio. Le ultime sepolture sembrano risalire al 1977.

Agli uffici del Comune il Cimitero vecchio risulta ospitare 134 cappelle/tombe familiari e 455 tombe a terra.

6 thoughts on “Il cimitero vecchio

  1. se posso dare il mio piccolo contributo relativo alle sepolture in tombe di famiglia, mia zia Uderzo Gina è stata sepolta nel 1981.

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    • Grazie dell’informazione, la data più recente che avevo scorto era quella del 1977.
      Chi ha la tomba di famiglia ha diritto ad usarla anche dopo che le nuove sepolture sono state trasferite nel cimitero nuovo.
      Spero che le famiglie dotate di cappella si rendano conto dell’onore di utilizzare il cimitero vecchio tra marmi pregiati e “vicini” illustri.
      Se continueranno a seppellire lì i loro cari, sarà più diffusa la manutenzione e più facile tenerlo in modo decoroso.

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  2. Grazie per questo ‘reportage’. Non sono nativa di Piovene e non ho famigliari sepolti nel Cimitero Vecchio, ma vi ho fatto spesso visita e conservo emozione per la tombe dei bambini….ricordo quelle due colonnine spezzate…. E la tomba Rebeschini….
    I cimiteri possono offrire testimonianze “sociologiche” dello scorrere dei decenni .

    ..Avrei una curiosità da soddisfare: dove era il cimitero di guerra 008?
    Stai compiendo un lavoro magnifico.
    Ringrazio vivamente. Al piacere di leggerti presto
    V.B.

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