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3 agosto 1847

Edward Lear, un inglese eccentrico, artista e scrittore vittoriano, percorre la Calabria a piedi con l’animo del viaggiatore, molto prima che il turismo fosse inventato. Vuole vedere posti nuovi e possibilmente vuole essere il primo, tra la civile e colta società inglese, a percorrere strade sconosciute ai più.

Lear paesaggio di Gerace.png

Edward Lear Vista di Gerace (RC)

Per poter poi narrare le sue  avventure porta con sé l’equivalente della moderna macchina fotografica: un treppiede e il materiale da dipingere. Tiene anche un diario dove annota giorno per giorno le sue avventure nell’attesa di poterle narrare nei salotti londinesi.

Cerca alloggio presso le famiglie nobili del luogo, si fa ospitare e, alla partenza, si fa rilasciare una lettera di presentazione che gli servirà per il paese successivo dove chiederà una nuova lettera di presentazione.

La Calabria e in particolare l’ambiente attorno a Reggio si presenta aspra e sicuramente suggestiva agli occhi di un inglese.

Le strade di Palizzi, dove forse nessun inglese è ancora disceso, erano gremite di bambini completamente nudi e abbronzati, e prima di arrivare alla taverna ho dovuto farmi strada con difficoltà fra la crescente folla di meravigliati cupidi color mogano. La taverna era una stanza scura, i suoi muri pieni di santini attaccati alle pareti, e i suoi mobili un letto molto sporco con un baldacchino di velluto rosso e frangia oro che conteneva un bambino nudo dagli occhi ammalati, un vecchio gatto e un cane da caccia; tutto il resto della camera era pieno di rotoli di stoffa, fucili, zucche, pere, cappelli, bicchieri, cuccioli, boccali, setacci, ecc. …

Proby mi raggiunse portando un pranzo leggero a base di uova, fichi, cetrioli, vino e neve” (1)

Vino e neve?

Neve in piena estate in una regione allora molto calda e in assenza di ghiacciai perenni? Com’è possibile? E notate che Edward Lear ne parla tranquillamente senza stupore, come se allora fosse normale avere neve anche durante l’estate. Ed effettivamente era vero, da poco più di un secolo si era diffusa la tecnica di conservare per tutto l’anno la neve e il ghiaccio invernali.

Come? Costruendo apposite neviére che nel nord erano chiamate …

Ghiacciaie

In pratica ghiaccio e neve accumulati durante i giorni freddi dell’inverno venivano accuratamente stipati in buchi sul terreno o in apposite costruzioni fuori terra, venivano coperti di paglia, protetti da coperture in legno o volte in muratura e tenuti sigillati. Talvolta le porte venivano letteralmente murate alla fine dell’inverno e, quando si doveva  prelevare del ghiaccio (parliamo di lastre che arrivavano a pesare qualche quintale), si aspettava la notte, tanto delicata era l’operazione e tanto prezioso era il prodotto.

Prezioso ghiaccio

Risale all’epoca greca e romana l’uso di neve e ghiaccio, lo sappiamo da racconti, trattati di filosofia, commedie, ma anche suppellettili giunte fino a noi.

  • Ercole (secondo il racconto “La scelta di Ercole” attribuita a Prodico) cercava un po’ di neve per raffreddare la sua bevanda.
  • Al VI secolo a.C. risalgono le prime anfore a doppia parete, nell’anfora si metteva la bevanda e nell’intercapedine acqua calda o ghiacciata, in pratica il primo thermos.
  • Semos di Delo racconta di come botti d’acqua venissero stipate in appositi luoghi sotterranei al fine di mantenerle fresche.
  • Si narra che Alessandro Magno, conquistata la città di Petra in Palestina, facesse scavare 30 buche che furono poi riempite di neve e coperte con rami.
  • Plutarco dissertava sul piacere e sulla necessità di avere una bibita fresca, spiega anche il metodo per ottenerla mettendo la bibita in botte, nel sale e poi nell’argento vivo (2).
  • Seneca spiegava come bisognasse pressare bene la neve nelle buche per poi  coprirle di fieno.
  • Aristotele, al contrario dissuadeva le persone dal bere bevande ghiacciate perché avrebbero fatto male.

Insomma non mancano le testimonianze di un uso estensivo di metodi per raffrescare mediante neve e ghiaccio ancora prima di Cristo.

Eppure ad un certo punto l’uso di neve e ghiaccio e la capacità di mantenerlo a lungo si dovette perdere.

Da Palladio in poi

Palladio, oltre che architetto, è stato un attento trattatista ottimo conoscitore dei bisogni dei nobili del cinquecento. Nel cap. XIII del suo I QUATTRO LIBRI DELL’ARCHITETTURA (Venezia 1570) descrive accuratamente

  • la villa del proprietario,
  • le stanze del “fattore, del gastaldo e de’ lavoratori“,
  • le cantine,
  • i granari,
  • le “teggie per li fieni“,
  • l’ara doue si trebbia” (aia), …

Eppure non accenna mai alla conservazione del ghiaccio, evidentemente il ghiaccio non era in uso nel ‘500 veneto.

E l’utilizzo del ghiaccio estivo non doveva essere scomparso solo dal Veneto se è vero che Caterina de’ Medici, giunta in sposa in Francia nel 1533, introdusse una moda sconosciuta prima: il gelato. L’invenzione italiana ebbe un tale successo che un secolo dopo a Parigi si contavano già 250 gelaterie.

Mangiatori di gelato.jpg

Mangiatori di gelato

L’uso dovette diffondersi se nei trattati di architettura si cominciò a descrivere la maniera di costruire le ghiacciaie.

Griselini diz arti e mestieri 1770.jpg

Ne parla Vincenzo Scamozzi nel suo L’idea di architettura universale (Venezia 1615) e anche il Dizionario delle arti e mestieri di Francesco Griselini stampato a Venezia nel 1770. “Scegliesi un terreno sciutto, che non sia niente, o poco esposto al sole. Scavasi in esso una fossa rotonda di due pertiche, o di due pertiche mezzo di diametro per l’altezza, che termina abbasso, come pane di zucchero rovescio…

Milizia nel suo Principj di architettura civile stampato a Bassano nel 1785, dedica il cap. IV del suo libro alle ghiacciaie o neviere: consiglia di fare le ghiacciaie scavando un foro entro terra: “quanto più profonda e larga sarà una ghiacciaja, meglio vi si conserverà il ghiaccio, e la neve; se il terreno è fragile, convien rivestire la fossa da su in giù con un picciolo muro di pietra grossa 8. in 10. pollici, ben intonacato di malta …“.

Ne parlano anche i corsi di Agricoltura, come

  • il Dizionario ragionato ed universale di agricoltura (vol XIII) stampato a Napoli nel 1829
  • il Dizionario di agricoltura del dott. Francesco Gera del 1840 che consiglia di piantar alberi attorno alle ghiacciaie.

Infine anche le scienze mediche cominciano a sottolineare l’importanza delle ghiacciaie dal punto di vista della sanità pubblica: il Giornale delle scienze mediche dell’Accademia medico chirurgica di Torino (pagg 98 e segg.) stabilisce norme di igiene pubblica e del modo di utilizzare le ghiacciaie per la conservazione delle carni.

Siamo nel secolo XIX e le ghiacciaie sono diventate diffuse e indispensabili: il Comune di Milano ne disciplina l’uso con il Regolamento pej venditori di carni già nel 1828; a fine ottocento lo Stato italiano disciplina la presenza di ghiacciaie per esigenze di sanità pubblica.

Riempimento delle ghiacciaie

 

Giassara.jpg

Schema di una ghiacciaia seminterrata. Dal fiume si deviava l’acqua per riempire il “pelago”. Una volta formatosi il ghiaccio veniva tagliato in blocchi e conservato nell’edificio per gli usi estivi. (dal libro di Barbara Aterini cit.)

La neve veniva raccolta in luoghi esposti a nord, freschi ed umidi, quali sotterranei, grotte, scantinati e fosse oppure in costruzioni apposite, chiamate neviére. Esse assunsero forme e tipologie diverse in funzione della zona geografica in cui si trovavano ed a seconda delle necessità locali. In talune zone dell’Appennino, le neviere erano delle semplici buche nel terreno, pressoché circolari, con diametro di 5-10 m. e profonde altrettanto, con pareti di rivestimento in pietra in cui veniva conservato il ghiaccio. In altre zone, specie nell’arco alpino ma anche in molte zone appenniniche, erano delle vere e proprie costruzioni in muratura, con il tetto a due e a quattro falde, senza finestre e con la sola porta di accesso.

Il ghiaccio veniva prodotto riempiendo la sera dei bassi bacini d’acqua (20-50 cm) che poi sarebbero ghiacciati nelle ore notturne. Al mattino il ghiaccio veniva spaccato e portato subito ai depositi. Su una base di rami e foglie che assicuravano lo scolo dell’acqua sciolta fino al pozzetto di drenaggio (era importante che l’acqua non circolasse per il ghiaccio) il ghiaccio veniva incastrato in modo da riempire tutto il piano e gli interstizi venivano riempiti accuratamente di neve. Tra gli strati venivano posti rami o foglie per separarli tra loro. L’operazione di riempimento continuava tutto l’inverno fino a raggiungere la massima capacità. Se la ghiacciaia era alta, come vedremo, vi erano porte di carico a varie altezze.

Le porte venivano sigillate e l’aria non doveva circolare, l’eventuale vapore condensato andava portato via perché, cadendo, non corrodesse lo strato ghiacciato.

L’affare del ghiaccio

La ghiacciaia era permanentemente chiusa. Di norma aveva un solo accesso da settentrione oppure il cunicolo doveva essere sufficientemente lungo da impedire ai raggi solari di lambire la porta. La porta era sempre doppia e si apriva solo all’imbrunire o nelle ore più fresche. Il ghiaccio veniva rotto a bisogno e trasportato in blocchi che potevano arrivare a qualche quintale.

Era bene prezioso d’estate perché molto richiesto e attorno ad esso si sviluppò una vera e propria economia. I montanari venivano ingaggiati per riempire le ghiacciaie e poi per il trasporto dei massi di ghiaccio dalle montagne giù in città, soprattutto sull’Appennino.

Nell’America del nord divenne vera e propria industria. Lungo l’Hudson il ghiaccio veniva ricavato, lavorato e conservato secondo metodi industriali. Si allagava una grande superficie di terreno pianeggiante. Con dei cavalli e una specie di lama d’aratro la grande superficie veniva incisa secondo blocchi regolari che venivano tagliati e trasportati nei magazzini. Il sistema si avvaleva di scivoli, nastri trasportatori e attrezzi specifici. L’industria del ghiaccio rendeva bene e dava la possibilità a quasi tutti di accedere al fresco prodotto.

Hudson 1874 ghiaccio.jpg

Sponde dell’Hudson 1874 – la grande distesa di ghiaccio viene tagliata con lame trainate da cavalli

Hudson 1874 ghiaccio 2.jpg

Nastri trasportatori portano il ghiaccio nei magazzini presso New York- 1874

Qui vicino

Andiamo ora ad esaminare alcuni notevoli esempi di ghiacciaie. Parleremo soprattutto di una ghiacciaia che, pur in bella mostra, è quasi completamente ignorata. Ci si passa davanti senza sapere quale meraviglia si celi dietro quel cunicolo.

Non vi diciamo qual è e dov’è, per ora accontentavi di questa immagine

cv-ghiacciaia-3d

 

Continua …


(1) Edward Lear, Diario di un viaggio a piedi – Reggio Calabria e la sua provincia (25 luglio-5 settembre 1847), Laruffa editore, Reggio Calabria 2003. Pag. 42.

(2) Le principali notizie sull’uso del ghiaccio tra gli antichi derivano da un trattato di T. Bartholinus pubblicato a Copenhagen nel 1661; citato nel libro di B. Aterini, Le ghiacciaie architetture dimenticate, Alinea editrice, Firenze 2007; pag. 12


Cina Giappone India Iran

Le tecniche del ghiaccio sono state sviluppate autonomamente dalle varie civiltà ognuna rispondendo al proprio clima particolare e utilizzando risorse proprie.

Scavi archeologici hanno messo in luce magazzini per conservare il ghiaccio nel Sinkiang (Turkestan cinese) risalenti al III secolo a.C. Il libro Shin Ching ci fa capire come la lavorazione del ghiaccio fosse nota un millennio prima della nascita di Cristo. 

In Giappone ai tempi del nostro medioevo esistevano apposite buche per conservare la neve.

In India nel XVI secolo gli imperatori Moghul si facevano portare il ghiaccio fin dall’Hindukush.

In Iran il raffrescamento dell’aria era praticato in modo ingegnoso. In assenza di ventilatori si erigevano torri cave di mattoni che riscaldavano la colonna d’aria interna e questa, salendo, aspirava l’aria dalle stanze interne del palazzo, fontanelle e spruzzi d’acqua rinfrescavano la torrida aria mediorientale che circolava per le stanze. Non mancava la tecnica del ghiaccio. L’acqua di un ruscello veniva deviata su una vasca di mattoni crudi di m 9×90 protetta da un alto muro che proteggeva la vasca dai raggi del sole. Una costruzione a cupola nei pressi serviva da magazzino del ghiaccio.

Iran ghiacciaia.jpg

Ghiacciaia in Iran. Immagine tratta dal libro di Barbara Aterini citato

 


BREVE BIBLIOGRAFIA

2 thoughts on “Ghiacciaie

  1. Pingback: Di giassàre vere e finte | Accogliamo le Idee

  2. Pingback: Una giassàra in Thiene | Accogliamo le Idee

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