Home

Una bottega ingombra di fili, pezzi di cuoio, tacchi, strisce di gomma, martelli, un coltello dalla lama corta e affilata, sul muro degli scaffali, ovvero mensole fissate per fare un ordine che non c’è mai nelle botteghe degli artisti e nelle botteghe degli artigiani.

Sono mestieri diversi, per carità, eppure in questo spesso si somigliano, nel bisogno di avere tutto lì a portata di mano per seguire l’istinto o l’esperienza, per correggere man mano quello che si sta facendo. Non è come in fabbrica dove tutto è fissato fin dall’inizio, l’artigiano vede ogni pezzo come unico, riconosce subito le particolarità e i difetti, il punto poco tirato, la suola che sborda o è scarsa …

El scarpàro

Virgilio a Chiuppano aveva una botteghetta, un laboratorio ormai un po’ vuoto quando Piero è capitato per caso con la sua macchina fotografica. Gli scaffali ormai non contenevano più scarpe. Era già la fine per gli artigiani come Virsìlio. Chi vuoi che porti ad aggiustare un paio di scarpe che ha comprato per 40 euro ai saldi dell’anno scorso? Si aspettano i saldi di quest’anno e si buttano.

Non c’è più spazio per lo scarpàro, uno per paese come un tempo. Ora anche in un paese grosso come Piovene vi è lo scarpàro a ore, viene solo il venerdì e sabato mattina. Oggi ne basta uno per tutta la vallata fino aThiene.

Non era così

… nel 1946 quando Virsìlio, sedicenne, comincia a lavorare, nell’anno in cui la regina Elisabetta si sposa con Filippo Mountbatten, negli USA hanno fondato una nuova agenzia dallo strano nome la CIA, in Italia approvano la nuova Costituzione. Quell’anno Virsìlio va a bottega da un ciabattino. Lavorare da artigiano comporta imparare un mestiere. Servono anni per conoscere i materiali, distinguere i fili l’uno dall’altro, testarli con i denti quando devi tirarli, imparare a infilare il filo nella SINGER, la macchina da cucire a pedali che riesce a passare il filo attraverso lo spesso strato della pelle fino al cuoio della suola.

Ci vuole tempo per imparare e spesso, per diventare artigiani bisogna fare un saggio finale chiamato CAPOLAVORO, un pezzo prodotto con maestria dal giovane apprendista per dimostrare che conosce il mestiere.

E così, dopo 15 ani a bottega, Virsìlio si mette in proprio.

E’ il 1962

E’ un lavoro che tira, fare il ciabattino. Non è come prima della guerra quando le scarpe le avevano solo i signori, mentre i giovani correvano a piedi nudi coltivando dei calli che facevano le veci delle suole.

D’inverno mettevano le sgàlmare, delle specie di zoccoli di legno pesanti che ti facevano trascinare i piedi. Impossibile correre con quelle addosso e quando passavi il rumore rimbombava tra le pareti delle case. Per proteggere il legno si mettevano dei lamierini di ferro sulla punta e sui tacchi.

Ora, dopo la guerra, tutti portano le scarpe. I calli stanno per scomparire ora che i piedi stanno in comode scarpe di pelle. Un calzolaio serve, ti prende le misure del piede, ne studia le curve e ti confeziona le scarpe tagliando sapientemente le pelli più morbide e quelle più robuste. Le scarpe si ordinano su misura, come i vestiti dal sarto e sono scarpe diverse se devi andare nel bosco o a messa la domenica.

Sono scarpe preziose,

qualcuno le ordina per sposarsi e fare bella figura. Le scarpe si tenevano bene, ogni sera una spazzolata per togliere il fango, un po’ di pàtina, altra spazzolata, poi bisognava aspettare qualche minuto prima della tirata finale che portava il cuoio a un lucòre che lo faceva sembrare nuovo.

Il ciabattino serve, le scarpe devono durare a lungo. Al primo insorgere di un difetto si portano a Virsìlio, bisogna ripassare il filo, incollare la suola che pende, rifare il tacco. I tacchi a punta degli anni sessanta poi! Si staccavano sempre e quasi ogni mese c’era chi le portava di nuovo a Virsìlio.

Com’è che è cambiata?

Chissà! Però un po’ alla volta le mensole si sono svuotate, le signorine hanno smesso di andare da Virsìlio, anzi hanno smesso proprio di portare i tacchi, usavano le scarpe basse e portavano profumi intensi ed esotici e gonne ora troppo corte e ora troppo lunghe. I ragazzi poi non li riconoscevi più, portavano dei capelli lunghi come quelli di Milva e anelli alle dita.

Poi però le scarpe lucide sono tornate, ma ormai i giovani non conoscevano più Virsìlio e facevano a meno dei suoi servizi.

Per fortuna c’erano gli amici e i suoi coetanei che prima di buttare le scarpe facevano ancora un salto da lui.

Anche solo per bere un caffé e vedere la magia delle sue mani.

E’ in questa bottega che è arrivato Piero, non molti anni fa, con la sua macchina fotografica sempre in tasca a raccogliere le ultime briciole del tempo di Virsìlio, classe 1931.

In cornice, sulla parete della bottega, l’orgoglioso ritaglio del Giornale di Vicenza che si era ricordato di lui. Figurarsi, l’avevano addirittura paragonato a un filosofo.

Queste foto fanno parte di un portfolio fotografico realizzato da Piero Martini, appassionato fotografo.

Ci descrive le sue foto con queste parole

Virsilio classe 1931, inizia a lavorare come apprendista nel 1947 appena sedicenne.

Nel 1962 si mette in proprio e cosi la sua piccola bottega diventa un punto di riferimento del paese per la riparazione di scarpe, scarponi e ciabatte e per uno scambio della più verace “ciacola veneta”.

Dalla sua bottega è passata gran parte della vita del paese, quasi fosse l’ombelico della comunità chiuppanese. In questo senso il piccolo “atelier” di Virsilio rimane una tessera intatta del poco che resta della Chiuppano di una volta.

Dai primi mesi del 2015, Virsilio all’ età di 84 anni decide di chiudere la sua bottega.

Virsilio ci ha lasciati nel mese di maggio 2016.

Di Piero Martini abbiamo pubblicato altre foto in Caffè Da Nicola


ETIMOLOGIE

Calzolaio, Ciabattino, in dialetto Scarpàro

Nella lingua si rispecchia la ricchezza della nostra storia passata.

  • Calzolaio deriva dal latino  calceolarius da calceolus diminutivo di calceus che significa scarpa
  • Ciabattino deriva da cabata termine persiano per dire calzatura e che è arrivato all’italiano dal turco
  • Scarpa deriva da skarpa (scharpe nell’alto tedesco antico) termine di lingua germanica imprecisata.

(G. Devoto, Avviamento alla etimologia italiana, Mondadori, 1979)

Quanto al termine dialettale Scarpàro, vi sono molte varianti locali a testimoniare la ricchezza di comunità tutte un po’ diverse l’una dall’altra:

  • càlega
  • calegaro
  • calgaro,
  • savatìn,
  • zavatino (sec. XV)
  • zavattiere

(AAVV, La sapienza dei nostri padri, Accademia Olimpica, Vicenza 2002)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...