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Un colle

Da lontano il piccolo abitato di Laghi (il paese, ricordiamo, più piccolo del Veneto) appare come un colle ornato da prati terrazzati dal quale spunta l’abside della chiesa che si specchia nelle acque del lago.

La piazza è dominata dal campanile che singolarmente si pone nel centro dello spazio e lo quadripartisce. Questo è il nostro punto di partenza.

Siamo in tre. Ci fa da guida Omar, giovane abitante di Laghi, laureato in scienze forestali, che conosce bene il territorio, la sua storia, il suo centinaio di abitanti.

La val Scarabozza

Le scalette a fianco della fontana ci portano sulla strada dove giriamo a destra. Appena passato il ponte comincia una leggera salita, di fronte appare un un dolce paesaggio fatto di prati terrazzati. Un tempo qui era tutto coltivato fino al monte dove spunta la  roccia viva. Ora il bosco sta allargandosi e occupa insidiosamente lo spazio libero.

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Ci voltiamo e guardiamo un mare verde dal quale emergono vecchi ciliegi e il colle della piazza.

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Dopo la prima contrada, Bruschi, prendiamo la sinistra e continuiamo a salire lungo la val Scarabozza che in alto divide il monte Castellone dal Cimone dei Laghi.

Menàra

Passato di nuovo il torrente siamo di nuovo nel territorio di Laghi, di fronte a noi contrà Menara. Su una casa sulla sinistra si vede una bella nicchia affrescata. Si tratta di un capitello che rappresenta una pietà con Maria Maddalena, nello spessore della nicchia S. Antonio da Padova e S. Pietro apostolo. Il capitello è datato 1823.

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contrà Menàra

Vale la pena di fare una piccola deviazione per vederla da vicino. da qui si gode una bella vista sulla valle.

Il nostro sentiero però va dall’altra parte.

Si sale lungo i prati che costeggiano la valle. La traccia è esile, ma è difficile sbagliare. Ci fanno da guida qualche orto recintato (i caprioli …) e i resti di teleferiche che collegavano il monte con il piano.

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Andolòn

Dopo qualche centinaio di metri tra i prati bisogna piegare a sinistra seguendo le masière (muri a secco) finché non si incontra la tezza o tèda de Andolon.

E’ sempre difficile la trascrizione grafica dei dialetti locali, si rischia di introdurre sibilanti o accenti che gli abitanti del posto non hanno mai pronunciato. Tuttavia Andolon ci richiama alla mente un vecchio montanaro grosso e robusto che noi, se avesse abitato nel piano, avremmo chiamato Angelo. Angelo-Anzolo-Andolo-Andolon, questa la sequenza che ci pare porti dalla lingua al dialetto.

Bisogna girare dietro la tezza, passare rasente ai coppi per trovare il sentiero che ora si inoltra nei boschi. Comincia una salita, è il tratto più faticoso, ma del tutto accessibile per chiunque.

Faggi e carpini

Il bosco è ricco di faggi “un tempo doveva essere più ricco di castagni” ci dice Omar che ci aiuta a distinguere qualche carpino bianco: “vedi, ha la stessa corteccia del faggio, ma il tronco non è tondo, ha come delle nervature …“.

L’osservazione della flora scatena l’interesse di Mara e Ornella che si consultano con Omar “Questo è …” e giù un profluvio di nomi latini di espressioni di meraviglia per la stagione già così avanzata, per la presenza di specie tipiche di vette ben più alte, per lo stupore della primavera. Io, che a fatica distinguo l’insalata dal radicchio, mi dichiaro vinto, non riesco a memorizzare neppure un nome. L’unica eccezione è per il Viburnum Lantana, ma solo perché mi danno la versione in dialetto: stròpa de bosco. Fornisce dei rametti così flessibili da non spezzarsi neppure se annodati. Era ricercato per la costruzione delle ceste, quando in ogni casa c’era qualcuno che li sapeva fare.

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Si sale su una traccia appena avvertibile in un bosco pulito. Vi accorgete di essere arrivati in cima quando sulla destra dovreste vedere una costruzione circolare, è la …

calcàra de Andolòn

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Una costruzione con un diametro di qualche metro che serviva per cuocere i sassi, i preziosi sassi di dolomia che contengono il carbonato di calcio. Questo, cotto ad una temperatura superiore agli 800°C, si trasforma chimicamente: diventa calce viva. Un prodotto in grado di sciogliersi nell’acqua e di formare un legante (grassello di calce) che, addizionato a sabbia, diventa malta.

“Cuocere” la legna

Siamo arrivati su un sentiero in quota, dirigendosi a nord si scende lentamente verso contrà Molini.

Il percorso è agevole e ben segnato, contornato com’è da un terrazzamento a monte. Incontriamo i resti di una carbonara, la carbonara dei Lissa. Qui invece si “cuoceva” la legna per farne carbone vegetale, prodotto da esportare in città che dava un reddito magro, ma non disprezzabile per un montanaro.

Il sentiero continua a scendere. Sulla sinistra incrociamo dei ruderi, è la teda del Conte. Si capisce che quello che ora è bosco un tempo era luogo abitato e quasi affollato: stalle, fienili, calcare, carbonaie e prati. Da lì si vedeva la valle sotto e ci si teneva informati sui nuovi arrivi, si guardava la gente portare al pascolo le pecore o le vacche, le donne andare al lavatoio.

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Poco più avanti incontreremo altre due tezze. Poi il sentiero piega a sinistra lungo la valle. Si tratta della Valle del Dunfe che si getta sul torrente La Zara all’inizio di contrà Molini. Arrivati a un crocicchio, noi giriamo sulla destra lungo un itinerario che passa sopra contrà Molini. La strada risale ma sempre in modo poco impegnativo.

Teleferiche

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Incontriamo un ampio spazio pianeggiante dove arrivavano numerose teleferiche. Oggi restano solo i terminali caratterizzati da robusti pali in legno destinati a reggere un tiro considerevole e grandi copertoni da trattore. Questi fili sono oggi inutilizzati per l’impossibilità di superare collaudi e certificazioni di sicurezza, un tempo erano utilissimi a chi dal bosco traeva sostentamento e la legna quotidiana. Le terre dei nonni erano state divise infinite volte e quello che restava era qualche pezzo di bosco su in alto. La teleferica era l’unico modo per evitare il costo dell’asino che portasse a valle il legno due tronchi a viaggio o, peggio, di doverseli portare a spalle. Ci si organizzava in due gruppi e quello a valle attendeva che la legna scendesse a valle preceduta dal sibilo e da qualche crocchiare di rami. Tre colpi avvisavano che della fine degli invii ma, ci racconta Omar, qualche volta si sentiva ancora un sibilo lungo il filo, era il boscaiolo che scendeva appeso al filo troppo stanco e troppo incosciente per rifare il sentiero a piedi.

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Tronchi di legno lungo il sentiero. Sullo sfondo le pittoresche guglie della valle

Qui dove arrivano le teleferiche è il Pian del Calan, se vi spostate sul ciglio potete godere una bella vista su contrà Molini e sulla troticoltura.

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La grande guerra

Questa zona è stata saccheggiata durante la guerra di cento anni fa. Nel 1915 era vicina al confine che si attestava sul limite tra le provincie di Trento e Vicenza. Poi la Straffexpedition del maggio 2016 occupò tutta la valle fin giù ad Arsiero. Il contrattacco italiano del giugno respinse le truppe austro ungariche e il fronte si assestò esattamente a Laghi: sul monte Gamonda stavano gli italiani, sui monti Majo e Maggio gli austriaci.

La valle dove ora entriamo, Val del Laghetto, era zona di retrovie austriache. Ce lo ricorda una targa triangolare murata nella roccia: indica a presenza dei Kaisjaeger, truppe austriache di montagna, paragonabili ai nostri alpini.

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In alto la targa triangolare con l’iscrizione che ricorda la presenza dei Kaiserjaeger

Ferrovia

Cosa ci faceva una ferrovia in questa valle chiusa e periferica? Qui erano accampate le truppe austriache e qui non vi erano strade di collegamento per il Trentino. Potevano approvvigionarsi solo tramite sentieri a dorso di muli. Oppure tramite teleferiche che facevano scendere materiali bellici dal Monte Maggio. Ve ne erano ben tre che scaricavano qui il materiale che doveva poi essere portato al fronte. Qui venne posato il binario. Non pensate a grandi cose, si trattava di un binario tipo Decauville a scartamento ridotto, adatto per carrelli di piccola dimensione. Dalle vecchie foto non si capisce neppure se i carrelli erano spinti a mano, tirati con funi oppure mossi con leve.

cascate val laghetto grande guerra

La cascata di Val del Laghetto in una foto della prima guerra, ancora non erano stati posati i binari della ferrovia

Appena incontrate una cascata sulla sinistra osservate a lato del sentiero e nel mezzo del torrente due rozzi pilastrini di sassi, sono i resti delle pile dove posavano i binari.

Trenino Val dei Molini grande guerra

Vista di Val del Laghetto durante la prima guerra, in primo piano i binari della ferrovia, sullo sfondo altri baraccamenti

Lungo i binari

E’ il momento di invertire il cammino, attraversiamo il torrente portandoci sulla destra orografica e, traguardando le due pile, saliamo su un sentiero appena riconoscibile, abbandoniamo per un momento il tracciato per salire a destra e, dopo un altro tornante, vediamo l’imbocco di una grotta. Qui, protetto da una roccia, esisteva un vecchio ospedale da campo adiacente alla grotta/riparo naturale che è il punto di riferimento per localizzarlo.

Ospedale austriaco grande guerra

Ospedale da campo austriaco durante la prima guerra

Sempre tenendo l’allineamento con le pile torniamo giù di pochi metri e proseguiamo tenendo il monte sulla destra.

Fate attenzione, il tracciato della ferrovia è appena visibile e quello che era un sentiero della larghezza di oltre un metro è una sottile traccia, a sinistra il fianco scosceso della montagna. Prendete per mano i bambini per fare questo tratto. Superata qualche decina di metri diventa più agevole.

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Stiamo seguendo la dolce discesa della vecchia ferrovia che girava lungo la costa del monte e si dirigeva a contrà Vanzi dove altri accampamenti militari fungevano da retrovia per le truppe acquartierate sul monte Majo.

Volendo si può proseguire fin là dove si trova un lavatoio e una tettoia di legno risalenti alla grande guerra. Noi invece, incontrato un sentiero, siamo ridiscesi a contrà Molini, non rinunciando a sbirciare dentro le costruzioni in rovina.

Tornati sulla strada, potete tornare verso il punto di partenza lungo la comoda strada asfaltata che da Molini va a Lorenzi e poi in piazza. Non pensate però di aver finito di scoprire i resti di una cultura materiale che ancora ci parla. Troverete due mulini, capitelli, un’altra calcara, qualche centralina idroelettrica, …

La mappa sottostante vi aiuterà a distinguerli. Per noi che siamo curiosi e chiacchieroni, sono passate tre ore e mezzo, se sarete più spediti, risparmierete da mezzora a un’ora.

sentiero Menara Molini a Laghi

Nel nostro itinerario abbiamo seguito diversi itinerari suggeriti da Liverio Carollo nel suo libro Tra le contrade di Laghi, Serenissima edizioni, Vicenza 2001. Ne abbiamo indicato il numero contrassegnando i tratti con colori diversi.


Si ringrazia Omar Oliviero per la disponibilità e la competenza, l’arch. Mariangela Barone per la costruzione della mappa, Livio Busato per le foto storiche.

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