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L’avventura di Belzoni

Scavando 6 metri sotto il livello del suolo, i picconi avevo colpito qualcosa di più duro della terra compatta, si trattava di grossi lastroni di granito. Si fece strada e riuscì a entrare. Discese lungo un corridoio, verso l’oltre tomba, ad un certo punto interrotto da una fossa profonda 9 metri e larga 4. Sembrava che il percorso finisse lì.

Vi si calò per cercare la tomba, ma di questa nessuna traccia.

Cominciò a risalire, a metà altezza sulla parete di fronte all’ingresso, una piccola apertura. Doveva procedere con precauzione, memore dell’esplorazione precedente quando due aiutanti che lo precedevano scomparirono con un grido, inghiottiti da un foro sul pavimento. Esplorandola incontrò una stanza con quattro pilastri collegata a un altro ambiente con decorazioni appena abbozzate. Nel percorso aveva rinvenuto solo una carcassa di toro, delle giare e alcune statuette in ottimo stato.

Sembrava proprio che la tomba fosse incompleta e quindi abbandonata, ma, nella via del ritorno, una pietra risuonò in modo diverso al suo passo. Nascondeva una scalinata che scendeva ancora, invisibile dall’alto dato che era coperta.

Belzoni continuò a scendere tra pareti ricche di dipinti ben conservati con la lucentezza delle decorazioni originali. Da qui incontrò un altro corridoio e un’altra scalinata ancora. Solo allora entrò in un piccolo ambiente splendidamente decorato che ribattezzò “la stanza della bellezza”.

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Ma la sorpresa non era ancora finita. Più oltre vi era una grande sala fiancheggiata da due sale più piccole. Solo alla fine incontrò un salone con un sarcofago che, illuminato diventava trasparente. Era minuziosamente scolpito con centinaia di piccole figure. Belzoni ancora non sapeva che si trattava di calcite dalle proprietà meravigliose! (1)

Sotto il sarcofago stava nascosta la rampa di scale che il Belzoni percorse per un centinaio di metri ma non riuscì a esplorare fino in fondo. (2)

La tomba di SETI I

Quella che Belzoni aveva scoperto era la tomba del faraone SETI I, padre di Ramsete, che visse nel 1300 aC. Giovanni Battista Belzoni la esplorò esattamente 200 anni fa, nel 1817.

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La lunghezza del percorso, le sorprese, i cunicoli a fondo cieco e quelli che portavano a nuove scoperte sono ben rappresentati in un modello lungo 7 metri fatto costruire dall’architetto Gianni Retis con l’aiuto di due bravi artigiani piovenesi: Marcelliano Passarella e Giorgio De Muri.

Già mostrata in publico qualche anno fa, ora il modellino è collocato assieme ad altre opere di Gianni Retis presso l’ex Fabbrica Ferrarin a Thiene, in quella che è la prima mostra dedicata all’architetto vicentino.

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Si tratta di un modello in scala 1:20. In basso il modellino della tomba con tutti i gradini, in alto i soffitti. Le pareti sono decorate con disegni eseguiti dallo stesso Retis e presi dalle effettive decorazioni della tomba.

Coperta da una tenda e illuminata artificialmente, la sensazione di visitare la tomba è ben ricreata dall’ambientazione progettata dallo stesso Retis.

La costruzione della piramide

L’architettura egiziana ha destato l’interesse di Retis negli ultimi anni della sua vita. In particolare ad attirare la sua attenzione è stata la costruzione delle piramidi, tanto da compiere più di un viaggio che si estendeva in varie località dell’Egitto.

Una piramide ricorda più una montagna che non un’architettura come la intendiamo oggi, i cunicoli, i corridoi e le stanze di sepoltura sono come delle grotte e come queste spesso sono labirintiche e difficili da esplorare.

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Una piramide è formata da blocchi cubici del peso di tonnellate. Come potevano spostarle per chilometri utilizzando una tecnologia basata solo sulla forza muscolare dell’uomo?

Un problema era l’attrito, gli egiziani non conoscevano la ruota e comunque non vi erano strade vere e proprie. Quanta forza serve per spostare questi blocchi facendoli strisciare sulla terra o sulla sabbia?

Esistono solo ipotesi avanzate da vari studiosi: per spostarle avrebbero utilizzato tronchi cilindrici che, rotolando, agivano come ruote. Altri studi mostrano come la stessa sabbia bagnata riducesse fortemente l’attrito e quindi la forza necessaria per spostare i blocchi.

Ma come arrivare ad un’altezza che arriva a 100-146 metri?

Nei suoi disegni Retis illustra le varie ipotesi: gru a bilanciere, slitte a dondolo, leve, impalcature, corde, rulli, rampe inclinate.

L’ipotesi più diffusa è che gli egizi utilizzassero una rampa inclinata perpendicolare a un lato. Il problema è che tale rampa diventa spaventosamente lunga man mano che la piramide cresce. Una rampa con pendenza del 10% sarebbe lunga quasi 1,5 km e una con la pendenza del 25% sarebbe lunga quasi 600 m. Occorreva una quantità enorme di blocchi di granito per la costruzione della rampa, rampa che andava poi smantellata.

Tuttavia Retis rimase colpito dalla presenza di blocchi a sezione di trapezio sulle mura della cittadella del Cairo. La fortezza fu costruita nel 1176 dal Saladino. Approfondendo l’argomento scoprì che per costruire le mura vennero riutilizzati dei blocchi di pietra presi dalle piramidi di Giza.

A cosa mai servivano blocchi trapezoidali in una costruzione che presentava sempre blocchi con facce parallele e mai inclinate? Una lunga riflessione l’ha portato a ipotizzare che le facce inclinate fossero il pavimento di una rampa.

L’ipotesi di Retis

… è molto più semplice: per innalzare i blocchi veniva utilizzata una serie di rampe che salivano a spirale. Una volta completata la cima, alcuni blocchi, tagliati a sezione di trapezio, venivano girati ristabilendo i gradoni, che poi venivano riempiti per ottenere facce laterali lisce.

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Nell’ipotesi di Retis le rampe sono 4 e partono dai 4 spigoli. Salendo le rampe si riducono di larghezza, a 80 metri di altezza diventano 2 e sopra i 110 ne resta una sola.

Secondo le ipotesi di Retis le rampe avrebbero avuto un’inclinazione del 10% e quindi avrebbero consentito il trasporto dei pesanti blocchi.

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Le ville

La passione di Retis è il disegno, aveva bisogno di disegnare ogni cosa per comprenderla, per questo sono rimasti centinaia di cartoncini colorati di opere che disegnava per capire e illustrare. Spesso costruisce modellini per illustrare le decorazioni interne degli edifici.

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Villa Da Porto Slaviero

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Villa Cordellina

Nel suo lavoro di architetto Gianni Retis aveva avuto l’occasione di conoscere e misurare numerose ville ed edifici storici della provincia di Vicenza. E’ attratto dalla decorazione parietale, dalle belle facciate dipinte che vengono dal passato.

Propone uno studio e una catalogazione dell’Architettura minore vicentina. Ne esce un libro edito dall’Amministrazione provinciale di Vicenza nel 1993. Comune dopo comune riassume brevemente i caratteri stilistici e storici dell’architettura presente.

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La ricerca è un punto di partenza e soffre per la scarsa organicità dell’indagine.

Tuttavia è l’avvio di una personale ricognizione dell’architettura vicentina, durante la quale visita, misura e disegna facciate di un centinaio di palazzi riportandone minuziosamente i dettagli decorativi. Ne nasce un’architettura colorata e quasi fantastica che fu anche pubblicata in supplemento dal giornale di Vicenza.

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Si interessa allo studio delle tecniche costruttive degli intonaci tradizionali, allora non così note come oggi. Utilizza le sue ricerche come docente per una scuola di arti e mestieri.

La scuola mira a preparare le maestranze tecniche per lavori di restauro, ricostruzione e preparazione di intonaci tradizionali secondo antiche ricette e soprattutto per la stesura di apparati decorativi e pittorici.

Retis in questo periodo propugna convintamente l’abbandono delle facciate monocromatiche, in voga fino alla fine degli anni ’80. Propone di usare il colore anche nelle facciate completamente nuove dei capannoni prefabbricati che stanno invadendo estesamente il paesaggio veneto.

Dei suoi studi sulle facciate di edifici storici resta una mole immensa di acquerelli su cartoncino, dei quali qui proponiamo una piccola parte.

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Gianni Retis

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Gianni Retis in una caricatura di Toni Vedù

Chi è questo singolare studioso di cui abbiamo parlato?

Gianni Retis è nato a Montecchio Precalcino nel 1933. Abbastanza irregolare a scuola, seguiva le sue passioni più che le tabelle di marcia previste dagli ordinamenti scolastici, era capace di abbandonare un corso se non gli piaceva, salvo riprenderlo quando vi trovava un nuovo interesse. Si è diplomato in materie artistiche a Venezia. 

Attratto dal disegno, si iscrisse a un corso estivo di pittura a Salzburg presso la Internationale Sommerakademie fur Bildende Kunst. Esperienza appassionante dove incontra personaggi importanti nel mondo artistico, ricorda di aver incrociato e conosciuto personalmente Oskar Kokoschka.

Prese poi la strada dell’Architettura studiando presso lo IUAV di Venezia e laureandosi nei primi anni settanta del novecento.

Aprì un negozio di scarpe a Bassano, poi prese in gestione una sala cinematografica a Sandrigo. Cambiati anche questi lavori decise di ottenere l’abilitazione all’insegnamento per le scuole medie e poi anche per le superiori. Pur tra tanti ripensamenti dividerà la sua vita tra il disegno, l’architettura e l’insegnamento.

IL RESTAURO

Si appassiona al restauro artistico: a lui sono dovuti la pulizia e il consolidamento dell’altare della chiesa ARACELI e anche di SAN LORENZO a Vicenza.

Si appassiona anche al restauro architettonico ed esegue importanti lavori:

  •     restauro di Villa Trissino a Castelgomberto
  •     restauro di edifici in via Corpus Domini, via Cornoleo e Contrà S. Lucia a Vicenza
  •     restauro Casa dei Canarini a Schio
  •     restauro di Palazzo Bonaguro a Bassano

Si dedica alle scuole di restauro dove insegna a schiere di artigiani a riappropriarsi di antiche tecniche di affresco, decorazione e pittura murale.

IL COLORE

Organizza mostre nelle quali propone di riportare il colore nelle città dopo l’ascetismo del bianco delle facciate, residuo dell’epoca del razionalismo e della Nuova Oggettività. Nel 1995 organizza una mostra sulle facciate dipinte di Vicenza e ripete la mostra ad Annecy (Francia).

LIBRI

  • Architettura minore vicentina, nella quale sviluppa una proposta di recupero delle tecniche e dei colori tradizionali, passando in rassegna tutte le tradizioni costruttive locali. 1993
  • Vicenza una città per il futuro. 2001
  • Architettura e memoria è del 2010
  • Civiltà egizia – Piramidi – come sono state costruite è del 2012

EGITTO

La passione per l’Egitto, per quanto arrivata tardi, lo avvince. Studia nel dettaglio le pietre delle piramidi anche con sopralluoghi, studi e confronti e arriva a proporre una ricostruzione possibile della tecnica costruttiva delle piramidi.

A Piovene Rocchette espose un imponente modello della tomba di SETIS delle dimensioni di circa 7 m di lunghezza, qui esposta. In questa occasione si avvalse della collaborazione di un abile artigiano piovenese, Marcelliano Passarella.

Gianni Retis è morto nel 2015. Ha lasciato una mole imponente di disegni e modelli. Questa è la prima mostra a lui dedicata.

Una mostra

La cornice è affascinante, i capannoni vuoti dell’ex fabbrica Ferrarin a Thiene. Gentilmente messi a disposizione dalla proprietà, sono state radunate, in un angolo della grande fabbrica, alcune delle opere di Gianni Retis.

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Gli originali delle facciate dipinte, i modellini delle ville.

Vi è poi tutta una sezione dedicata all’Egitto, sua ultima passione. Merita la visita al modellino della tomba di SETI I, gigantesco modello delle cavità della tomba. A questo si affiancano altri modelli e schizzi, tra cui il modo per individuare il nord (le piramidi erano astronomicamente orientate), il metodo antico per trovare il piano di fondazione orizzontale, …

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Non mancano infine alcune curiosità come il vino prodotto da Gianni Retis con le sue mani e la bottiglia ha doverosamente l’etichetta disegnata dallo stesso architetto.

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Dove si trova

L’ingresso alla mostra è a Thiene in via Friuli.

Mappa Ferrarin 2

Orari di apertura

Sarà aperta

  • Sabato 6 maggio ore 9-12 15-18
  • Domenica 7 maggio ore 9-12 15-18

Le prossime aperture su appuntamento al n 333 4134370

Disponibilità per scolaresche e comitive.


La mostra avviene per la volontà indomabile degli amici che lo hanno affiancato nelle sue ultime avventure e hanno dato concretezza ai suoi disegni costruendo i modellini da lui disegnati:

  • Marcelliano Passarella
  • Giorgio De Muri
  • Antonio Valle

Hanno collaborato Pino Toniolo, Renzo Priante, Lucio Marzari, Claudio Girardello.

La mostra non potrebbe essere stata allestita senza la disponibilità della moglie Angilena, del nipote Diego Retis e l’accoglienza di Mario Ferrarin.


Di Retis vedi anche: I palazzi dipinti di Piovene Rocchette


NOTE

(1) Per le avventure del padovano Giovanni Battista Belzoni, avventuriero più che esploratore, si può trovare un sunto qui: http://sonoconte.over-blog.it/article-le-scoperte-storiche-di-giovanni-belzoni-un-uomo-quasi-sconosciuto-113627856.html

(2) Solo recentemente si è giunti alla fine del cunicolo abbandonato da Belzoni due secoli fa: https://ilfattostorico.com/2010/06/30/raggiunta-la-fine-del-tunnel-della-tomba-di-seti-i/

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