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Il tutto nasce quando Carlo decide di andare negli Stati Uniti a perfezionare l’inglese. Carlo è architetto, ha lavorato già all’estero e sa quanto l’esperienza internazionale possa dare un contributo di qualità alla progettazione.

La lingua è importante ed è opportuno conoscerla bene se vuoi competere sul mercato internazionale.

Filadelfia

La Penn University (università della Pennsylvania) è una delle migliori università Usa, prestigiosa per un architetto perché vi aveva insegnato Louis Kahn, uno dei maestri del Novecento. Aveva progettato il nuovo centro di Filadelfia e lavorato a lungo in India e Balgladesh oltre che negli USA. Una curiosità, progettò anche per Adriano Olivetti quando era l’Italiano a comprare una fabbrica negli USA  per rilanciare la produzione. In quel Caso Kahn progettò il nuovo stabilimento della Underwood (macchine da scrivere) avvalendosi dell’aiuto di un giovanissimo architetto italiano: Renzo Piano.

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Louis Kahn – Bangladesh

Iscritto al corso di Lingua e cultura americana, Carlo frequenta il prof. Brian Johnston, insegnante al corso di Architettura alla Philadelphia University, che aveva conosciuto a Venezia, alla facoltà di architettura. Carlo si è specializzato sulla sostenibilità e il tema comincia a interessare tutti. Così è invitato come professore assistente ai corsi di Johnston e di Ivano D’Angella e viene poi coinvolto come esperto di sostenibilità in una charrette, organizzata da Rob Fleming direttore del dipartimento di sostenibilità architettonica e disegno ambientale della Philadelphia University, ovvero in un seminario di lavoro dove sono presenti vari specialisti e gli studenti progettano in gruppi.

Bahamas

Sono una miriade di isolette a sud della Florida, a est di Cuba. 690 isole coralline che formano uno stato indipendente aggregato al Commonwealth, cioè al Regno Unito. La maggioranza di loro non è abitata stabilmente. Per la loro posizione sono diventate una tappa intermedia per le lunghe crociere. Queste immense navi ospitanti decine di migliaia di persone hanno bisogno di fermarsi, di far rifornimento di acqua, fare pulizia e rinnovo. Quale migliore occasione di quella di sbarcare gli ospiti su spiagge tropicali mentre il personale lavora duro per una settimana a rimettere in sesto quella città galleggiante che è una nave da crociera?

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E così periodicamente queste isole sono invase da un’orda di decine di migliaia di gitanti con infradito e olio solare.

Dal punto di vista del turista è una soluzione meravigliosa.

Dal punto di vista dell’impatto ambientale è una situazione rischiosissima: passare da 0 a 20.000 persone in pochi giorni e ripetere il ciclo ogni settimana rischia di rovinare irrimediabilmente l’ambiente. Una volta rovinata un’isola si può abbandonarla e utilizzarne un’altra con un’accelerazione folle e suicida. Oppure, si può cercare di rendere sostenibile l’insediamento.

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E’ per questo che chiamano Carlo ad apportare le sue competenze, in fondo studia sostenibilità da oltre tre decenni ed è un pioniere nella materia.

Bogotà

Tramite un gruppo di investitori colombiani Carlo arriva a Bogotà. La situazione della Colombia stride rispetto al mondo delle crociere e del turismo internazionale, qua non si vedono solo isole coralline e un mare (per ora) incontaminato. In Colombia si vedono e sentono tutti i problemi che ricordano l’Africa: povertà, prostituzione giovanile, baraccamenti, vendita di fanciulle, prostituzione.

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Bogotà Barrio de Las Cruces

L’approccio è brutale, a Las Cruces, uno dei quartieri più malfamati di Bogotà, vede una bambina senza un occhio, si era opposta alla violenza del proprio padre.

Bogotà è una metropoli con oltre 11 milioni di abitanti e senza chi si occupa degli ultimi sarebbe una bolgia dantesca, difficile anche da immaginare.

Escudo_Siervas_de_Cristo_SacerdoteSono le Ancelle di Cristo sacerdote quelle che lo contattano. Girano per tutta la Colombia chiedendo carità e utilizzandola per soccorrere ragazze abbandonate, sfruttate o rifiutate.

Hanno bisogno di tutti e chiedono un contributo. Per un architetto vuol dire un progetto dove ospitare le loro attività: un padiglione dove ospitare donne abbandonate e profughe di guerra.

Sostenibilità

  • Non è un problema il progetto, ma sarà sostenibile?
  • Una volta costruito ci sarà chi è in grado di usarlo, farci manutenzione, tenerlo pulito, sostituire le parti danneggiate?
  • E se cominciasse a deteriorarsi servirebbe ancora allo scopo o diventerebbe un relitto ad una velocità molto maggiore che da noi (dove peraltro i ponti cadono dopo 20 anni)?
  • Perché anche questa esperienza dovrebbe fallire come hanno fallito molte altre?

Facciamo presto noi occidentali, portiamo con noi la nostra cultura e la applichiamo anche dove potrebbe non attecchire; se l’edificio decade non è colpa nostra, sono loro che non sanno prendersene cura e li carichiamo anche di questa colpa, aggiungendola alle tante altre.

Come spezzare questa spirale di interventi inutili?

Casa de la Esperanza di Cajicá

Costruire qualcosa che dura è lo scopo, ma per questo non serve un disegno, ma un progetto più ampio, occorre coinvolgere tutti gli attori del progetto, anzi bisogna coinvolgerne molti altri, come si vedrà in seguito.

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Serve un edificio grande: c’è bisogno di stanze per le ragazze e le sale per le attività diurne, poi la cucina e la dispensa. Certo c’è anche la lavanderia e il laboratorio di cucito. Non dimentichiamo la cappella e ahimè la camera ardente.

Infine gli uffici perché bisogna ben dirigere questo che sta per diventare un’organizzazione non da poco, poi gli alloggi delle suore, …

E poi i serbatoi per recuperare l’acqua piovana perché in primis il progetto deve avere un basso impatto sull’ambiente.

Sul tetto ci mettiamo la terra, perché è il miglior isolante dal caldo tropicale, orti che andranno coltivati e che forniranno prodotti per la mensa…

Barbieri Casa de la esperanca 2

Tutto questo costa e parecchio, ricordiamo che le suore accolgono donne disturbate psichicamente trovate a vagare per strada o anziane portate in ospedale e abbandonate dalla famiglia.

E se

  • … si pensasse un po’ più in grande e gli ortaggi in sovrappiù potessero essere venduti per contribuire alla gestione della struttura?
  • … la mensa potesse servire a servire anche ospiti esterni e restituire un po’ di reddito?
  • … la lavanderia potesse offrire un servizio a pagamento?
  • … si raccogliessero i vestiti usati e, una volta lavati e rammendati, li si potesse vendere di nuovo?

Ecco che una casa di accoglienza diventerebbe il motore di una piccola economia virtuosa, un bel segnale nella forte stratificazione sociale di Bogotà, dove le imprese stanno da una parte e i poveri stanno dall’altra.

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Però

Le ospiti non sono in grado di coltivare gli orti e produrre frutta e ortaggi vendibili.

Come trasformare il lavaggio dei panni e la cottura dei cibi in un’impresa, cercare clienti, redigere un preventivo, fare una fattura, parlare con le banche?

E’ semplicemente velleitario pensare che povere ragazze senza famiglia possano realizzare tutto quello che sogna un architetto.

Una società divisa

La società colombiana e di altri paesi sudamericani è fortemente stratificata e gli strati sociali non comunicano tra loro. Tra ricchi e poveri esistono scuole diverse, palestre piscine e università solo per i primi, quartieri incomunicanti, d’altronde quale persona per bene andrebbe in un quartiere popolare per farsi accoltellare e derubare?

Medellin

Però le classi più colte conoscono l’esempio di Medellìn, la seconda città della Colombia per numero di abitanti, tristemente famosa per il cartello della droga che ha spadroneggiato per decenni uccidendo ogni vitalità civica.

An image taken 06 September 1989 from Colombian teSconfitto il capo della droga, Pablo Escobar, nel 1992 Medellin era considerata città morta dal punto di vista sociale.

Fu allora che la comunità arruolò un’equipe di sociologi, psicologi, antropologi, amministratori, architetti per studiare le strategie per far rinascere un minimo di vita sociale.

La strategia è stata sconcertante eppure l’amministrazione cittadina (a mali estremi, estremi rimedi) ha avuto il coraggio di metterla in pratica. Prevedeva di mescolare le classi sociali, trovare punti di incontro e di scambio sociale.

Così i nuovi servizi sono stati piazzati nei quartieri popolari, nelle favelas. Lì sono stati piazzati il nuovo stadio, la nuova piscina, insomma tutti i nuovi servizi. La metropolitana fermava lì davanti dove una massa di derelitti aspettava con il coltello in tasca che arrivassero i ricchi. Il percorso dalla metropolitana alla piscina fu blindato e vi era una squadra di protezione giorno e notte per garantire gli utenti facoltosi.

Venne formata una Uva (Unitad de Vita Articulada e encuentro social) per favorire la connessione sociale.

medellin-1

medellin-2

Medellin

Incredibilmente il progetto ha funzionato: i più ricchi hanno cominciato a utilizzare i servizi, i più poveri hanno smesso di considerare i benestanti solo come portatori di un portafoglio.

wall street journal.jpegUn po’ alla volta la connessione sociale si è riattivata e un ecosistema morto è tornato a vivere, lo scambio sociale è rinato e la comunità ha ripreso a convivere. (vedi https://tinyurl.com/lmrfb7o).

L’epilogo più glorioso è stato quando nel 2015 il Wall Street Journal ha decretato Medellin come la città più innovativa del mondo, battendo addirittura New York e Tel Aviv. (https://tinyurl.com/kpy7lab)

Modello sociale

Bisognava coinvolgere tutta la città anche per la Casa de la Esperanza di Cajicá, bisognava parlare soprattutto la classe più colta e benestante, banche università, centri decisionali.

Fondamentale è stato l’incontro con Marta Lucia che, preso Carlo per un braccio lo ha portato a vedere quella che venne definita “L’Africa”, i quartieri più poveri di Bogotà, facendo vedere e quasi toccare con mano le persone che avevano bisogno di tutto.

Marta Lucia è docente universitaria di Marketing e Modelli di Business al CESA di Bogotà. E’ stata lei a coinvolgere ben 6 altre facoltà universitarie e siglando degli accordi che apporteranno conoscenze e risorse al progetto diretto da Carlo.

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Suore e progettisti a radio RCN per illustrare il progetto della nuova casa

  • Le facoltà di agraria e di ingegneria ambientale forniranno consulenza gratuita per la gestione degli orti e dell’apicoltura, verrà misurato il PH e le caratteristiche del terreno per dare indicazione sulle colture, manderanno laureandi a rotazione per assistere e preparare i lavoratori (Università Nueva Granada)
  • La facoltà di biologia si occuperà dello studio e coltivazione nella serra, mentre la facoltà di farmacia si occuperà di tutti i medicamenti con verifiche, controllo ed istruzione del personale. (Università Nazionale di Colombia)
  • La facoltà di architettura e quella di web design studiano il progetto e daranno supporto con studenti (UTADEO)
  • La facoltà di economia (management) ha donato 5 corsi di specializzazione così contribuirà a formare chi si occuperà della Casa della Speranza, e dona il supporto scientifico di una docente (CESA).
  • La facoltà di ingegneria sta donando conoscenze per i progetti strutturali (Università Los Andes).

Ci sono altri bellissimi rapporti che si stanno concretizzando nel settore dell’educazione e della cultura. Per esempio l’Ambasciata Italiana ha approvato “SEMPRE DONNA”. Il progetto è di una mostra fotografica che aprirà il 14 settembre di quest’anno all’Istituto di Cultura Italiano, per far conoscere e sensibilizzare ciascun visitatore sul problema attuale in Colombia di assistere le donne vulnerabili, prive di capacità e risorse per condurre una vita dignitosa.

E’ stata avviata un’attività di crowd funding (il modo più semplice di tradurre la parola è: colletta di massa) negli USA e in Colombia.

Barbieri istituzioni

Tramite Carlo, l’aiuto è arrivato anche dall’Italia:

  • Silvano Chiappin, è andato in Colombia e ha donato i suoi scatti per il progetto “Modello sociale sostenibile – Casa della Speranza”.
  • Siggi di San Vito di Leguzzano ha donato le lenzuola.
  • Wimar di Marostica ha donato materiali elettrici.
  • STO Usa ha donato il rivestimento dell’edificio.

Barbieri donatori

A che punto è il progetto

Oggi il progetto è finito e pronto per l’approvazione. Fra un po’ potranno cominciare i lavori. Carlo e Marta Lucia continuano a girare la Colombia, gli USA e l’Italia per perfezionare il progetto e cercare nuovi partner.

Una grande fatica, ma potrebbe funzionare.

Un’ultima cosa

  • Carlo è Carlo Barbieri, architetto di Piovene.
  • Marta Lucia Restrepo è professoressa e ricercatrice del CESA di Bogotà.

Appendice

Il progetto “Modello sociale sostenibile Casa della Speranza” è stato studiato per la Congregazione delle Ancelle di Cristo Sacerdote con casa generalizia in Bogotá-Colombia. La Comunità cattolica, fondata da madre Margherita de Fonseca Silvestre (in processo di beatificazione) nel 1918, oggi conta oltre 120 Sorelle che dirigono 26 Centri di attenzione (Colombia, Equador, Perù e Italia), occupandosi prevalentemente di donne vulnerabili di tutte le età.

Il sostentamento dei Centri è garantito solo in piccola parte da sovvenzioni di Organi Istituzionali. La loro vita si basa in gran parte sulle donazioni volontarie.

Le cose semplici e comuni della vita, come un luogo sicuro dove dormire, un pasto caldo, uno spazio dove giocare, lavorare, riposarsi e studiare, non esistono in un contesto di vulnerabilità femminile. In altre parole, un contesto che rischia di distruggere l’integrità femminile.

I dati riportati, riferiti alla Colombia, mostrano il grado di vulnerabilità femminile attuale del quale la Congregazione si occupa:

  • il 40% delle donne adulte non ha reddito proprio;
  • il 13% delle bambine tra i 5 e 17 anni lavora;
  • il 20% delle donne con più di 59 anni non ha avuto accesso ad una educazione formale;
  • la violenza colpisce il 55,4% delle ragazze tra i 10 e 14 anni, e il 54,5% delle adolescenti tra i 15 e 19 anni.

Il grafico, oltre a mostrare la crescita progressiva dell’attenzione verso le donne vulnerabili da parte della Congregazione, evidenzia la progressione dell’attività nel corso del tempo e come i casi di vulnerabilità della donna siano una realtà evidente.

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One thought on “Casa de la Esperanca

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