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Che fascino entrare in una casa vecchia! Dietro quel portone un po’ mangiucchiato sui bordi, quegli scuri stinti e sempre chiusi, dietro una semplice facciata fatta di finestre disallineate e mute si apre un piccolo mondo ricco di dettagli sorprendenti.

Si passa dentro un sottoportico per arrivare a un un tetto ampio e alto, solo in fondo si apre il cortile e, oltre, quello che un tempo era un orto. Ci fermiamo davanti a una cantina con un bel vòlto (volta a botte, ovvero una copertura a semicilindro). Sopra di questo un ampio spazio destinato al fienile.

Un’iscrizione

Alberto mi indica un muro fatto di pietre irregolari, piccole e grandi, tra esse una malta granulosa e leggermente gialla. In alto a circa due metri e mezzo di altezza una pietra squadrata, unico elemento regolare in una una tessitura irregolare. “C’è una scritta“. Io e Diana saliamo su una scala. Si vede una specie di “S” oppure un “5” a fianco quello che sembra una “M” o una “H” ma con due linee incrociate, sotto una specie di coppa con una croce. Ha qualcosa di noto eppure insolito. “Di che si tratta?” domanda curioso Alberto, che a questi muri si è affezionato e si sta dedicando a recuperarli. Inutile scervellarci, meglio fotografarla e rivedersela con calma sfogliando i libri di simboli e iscrizioni. Prendiamo un faro, illuminiano con luce radente da destra e poi da sinistra, scattiamo qualche foto.

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Eppure la soluzione è semplice e la trova per primo Alberto che mi scrive un messaggio: “cambio di visione, se la ruotassimo di 180 gradi, la scritta sarebbe IHS“. IHS E’ una scritta nota, deriva dal greco ΙΗΣΟΥΣ (pronuncia Iesous, da cui Jesus e Gesù) ma l’errata interpretazione della seconda lettera (η=eta che al maiuscolo si scrive H) come una “acca” dà luogo alla trascrizione latina IHS diffusasi dal XIV secolo in poi (http://www.treccani.it/enciclopedia/ihs/).

A questo punto è semplice ruotiamo la foto e proviamo a ricopiarla. Ecco il risultato.

Lapide via del Bò.jpg

Ora il senso è più chiaro, in alto una croce su un colle, simbolo del Gòlgota, in mezzo il monogramma indicante Cristo, in basso la data: 1525.

L’oratorio

Come mai era lì? Fuori da ogni contesto murata casualmente tra le altre pietre e per di più rovescia è certamente una pietra di recupero, un sasso trovato tra gli altri, caricato sulla carriola e portato in cantiere. Poi dei muratori analfabeti l’hanno utilizzata, pietra tra le altre pietre e poco importa se portava i segni di una scritta. Niente di più facile che giacesse in un cumulo su un orto lì vicino residuo di un antico edificio religioso. L’unica cosa che sappiamo di quell’edificio precedente è che fu costruito nel 1525.

Quale? Cerchiamo tra i libri del verbosissimo don Egidio Mozzi, storico piovenese della seconda metà dell’ottocento. Ecco una traccia, come suggeritoci dall’arch. Pino Toniolo, “Di più si addita un altro Oratorio privato in casa dei Conti Panozzo ad uso esclusivo di Monsignor Nicolò Panozzo vicario Generale di Vicenza (ora chiuso)” (1). Per la verità l’oratorio doveva essere demolito più che chiuso, a meno che non sia stato demolito poco dopo e la pietra successivamente murata. La casa dei Panozzo si trovava in via del Bò a qualche decina di metri da questa. L’ipotesi ha una certa forza. Se si tratta di questo abbiamo datato l’oratorio dei Conti Panozzo: fu costruito nel 1525 e aveva forse un arco la cui chiave di volta era proprio quella pietra.

Nel millecinquecento

Ma quella pietra ci dice qualcosa anche del mondo produttivo cinquecentesco. E’ nel 1549 che venne approvato definitivamente il progetto di Andrea Palladio per l’ampliamento del palazzo che poi venne chiamato Basilica di Vicenza. A partire dagli anni 50 del cinquecento si svolgono i costosissimi lavori per la costruzione della Basilica che finiranno nel 1614, quando il Palladio era già morto da un pezzo. Per quella basilica si scelse una pietra calcarea dura e resistente: la pietra di Piovene. Carri e carri venivano da Vicenza e vi tornavano carichi di blocchi di Pietra, bianca forte e cristallina (2).

L’importanza del monumento diede notorietà alle cave locali, se ne aprirono di nuove e servivano sempre più lavoranti. Venne gente da fuori per lavorare in cava e questo causò non poche liti perché queste nuove famiglie “forèste” pretendevano di portarsi appresso famiglia e capre galline conigli; così avevano bisogno di erba da falciare nei prati comuni e legna da raccogliere sul monte. La disputa su questi beni comuni accendeva i contrasti. Così per secoli si riaffacciò periodicamente la lite tra i nuovi venuti e i “comunisti originarj” (3).

Nel 1525, prima che la pietra locale divenisse famosa esistevano scalpellini abili? Si dovrebbe dire di no guardando questa pietra trovata. La superficie è molto grezza sia quella in primo piano sia quella di sfondo, non esiste bocciardatura, né levigatura, vi sono colpi che staccano grossi pezzi. La mano è incerta, si guardi il piede della “H”.

testina in pietra di Piovene

Testina scolpita 1880

Le lettere sono mal tracciate, la simmetria è incerta, cifre uguali sono scolpite in modo piuttosto diverso. Insomma quella pietra è stata scolpita grezzamente da chi per mestiere si curava più di estrarre le pietre dal monte che di lavorarle.

Oppure è più facile ipotizzare che quell’iscrizione sia di mano di  un muratore più che di uno scalpellino e qui sarebbero più giustificate le irregolarità riscontrate.

Non c’è paragone con l’abilità che raggiunsero gli scalpellini alla fine del XIX secolo dopo secoli di esperienza.

Stanze polverose

Basta girarsi attorno e si cambia epoca. Nel sotto portico una nicchia con una serie di segni tracciati sull’intonaco. Niente di più probabile che si tratti di una serie di tracce per un successivo affresco, mai compiuto. Scendiamo delle scale a vedere una cantina, anche in questa il soffitto è “a vòlto“, un tempo botti o damigiane stavano allineate alle pareti, salami appesi al soffitto e … il gatto sulla porta in attesa dei topi.

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Usciamo sul cortile. Un soffitto sfondato, un seciàro in pietra, un caminetto tra due finestre, non c’è dubbio: l’antica tezza fu trasformata in cucina, chissà quando, sicuramente per la pressione abitativa quando a una famiglia bastavano una cucina da una parte, una stanza dall’altra e l’uso del cesso nell’orto, con una frugalità oggi sconosciuta.

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Dalla scala si scende, si passa sotto un soffitto basso e si riemerge scoprendo altre stanze che a loro volta conducono ad altre ancora in un labirinto dove sembra di perdersi.

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In qualche modo arriviamo al sottotetto, ampio, un tempo destinato a ospitare granaglie e frutti che potevano durare: immaginiamo il rosso delle mele e dei cachi, stesi a terra su giornali vecchi o sacchi di iuta, raccolti acerbi e poi portati in tavola man mano che maturavano nel buio di quelle stanze, dove il freddo dell’inverno assicurava una lunga durata.

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Tracce di vita

Tra tante stanze vuote ne troviamo un paio ancora con i mobili. Un’antica cucina con il lavello in pietra. Niente acqua corrente, l’acqua si andava a prendere con il secchio alla fontana della piazzetta qui vicino, poi il secchio si appendeva. Per bere bastava una casseruola con il manico lungo ancora appesa alla mensola. L’acqua usata del seciàro usciva da un buco sul muro direttamente in strada e correva ruscellando lungo la strada, oppure entrava in un  gàtolo (una caditoia o pozzetto).

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Due bilance, un mestolo, una cassa per il sale, boccette di vetro, un colino, il contenitore per una massànga (larga accetta con corto manico),  un sacchetto di detersivo per panni perché era qui che probabilmente si lavavano.

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Nella parete di fronte un campionario di liquori, boccette e oggettini di ceramica sotto forma di cigni o lumache portagioie che oggi appaiono un po’ kitsch, ma un tempo erano stati acquistati come cosa preziosa.Via del Bò-4111.jpg

Accanto al letto un piccolo comodino rivela che da ultimo la stanza fu abitata da una presenza maschile, fa bella mostra di sé il rasoio elettrico, gli occhiali da sole, il dopobarba e una quantità significativa di profumi da uomo, piccolo cedimento alla vanità, ma forse anche rispetto di sé stessi e del proprio corpo quando il tempo lo porta al precipizio.

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L’ultima sorpresa

Ringraziamo Alberto e uscendo osserviamo l’ultima meraviglia. Il sistema semplice per chiudere il portone: abbassando una leva con un unico movimento un’asta scende, un’altra sale e un’altra si sposta a sinistra. Piccole meraviglie di un artigianato scomparso

 

Casa di via del Bò

 


NOTE

(1) Don Egidio Mozzi, Il Parerga ossia memorie sacro profane del piovenese, Padova 1882, consultabile presso biblioteca di Piovene Rocchette

(2) “Nel suo libro Le opere pubbliche e i palazzi privati di Andrea Palladio, Gian Giorgio Zorzi scrive che il Palladio si recò più volte a Piovene per la scelta delle pietre, per la loro numerazione e misurazione e per pagare i cavapreda: Gregorio da Valpolicella, Giuseppe Trentin, i fratelli Cristoforo e Giovanni Antonio figli di Gregorio”. Ne parla nel libro terzo del suo Trattato di architettura civile. “I provveditori alla fabbrica [della Basilica] pagavano per la cava un affitto annuo di 6 libbre di cera al comune di Piovene e poi la manodopera e il trasporto, … andavano risarciti pure i danni delle ruote e agli assi dei carri e anche quelli alle strade”. Diana Sperotto, Le pietre, le cave gli salpellini di Piovene Rocchette, in Sentieri culturali n 3, Schio 2003, pag 106.

(3) La stessa fontana della guarda è frutto di un accordo per la cittadinanza. Vedi Fontana della Guarda. 

2 thoughts on “Vecchi muri

  1. Ci scrive ancora Aldo e ci parla di quando i mobili si compravano usati e duravano un secolo:

    ..quel comodino potrebbe avere 50 anni e più… Renzo, io dico che ne potrebbe avere anche il doppio di anni e parlo a memoria dei mobili da camera da letto dei miei genitori. Senti qua, le cose che riferisco sono vere: mio padre si è sposato nel 1930 ed ha acquistato, usati, due lettoni affiancabili di quelli con una testiera enorme ma aventi già reti metalliche assai alte da terra supportate dai longheroni laterali, due comodini, un comò a più cassetti ed un armadio a due ante che avrà avuto dimensioni 1,20 larghezza x 1,80 altezza e 50/60 di profondità. Dire quanti anni prima fossero stati costruiti non è è possibile ma non erano pochi che utilizzavano suppelletili o dei genitori e/o di seconda mano. Quei mobili, passati a mia sorella, non esistono più… dopo che ha ristrutturato casa.

    Così va il mondo…guardando dalle finestre che danno nello slargo di Via del Bò, finestre a vetri piccoli quadrati e protette all’esterno da “scuretti”, la cucina con le sue suppelletili ancora immobili, ferme nel tempo. mi vien da pensare che sarebbe una bella location per un film d’epoca rurale contadina…non ti pare? ero quasi mosso dal desiderio, dalla vogliia di chiedere agli attuali proprietari, che non conosco, il permesso per poter entrare e scattare anch’io qualche foto.

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  2. Ci ha scritto Aldo:

    ho letto con piacere anche questa inserzione interessante e credo di aver individuato la casa di cui hai descritto i locali.
    Certo una casa “vecchia” può riservare sorprese come no.
    Nel caso si tratti di una casa abitata da generazioni di persone dedite all’agricoltura, ed era assai normale trovarne prima dell’industrializzazione della nostra zona, e specialmente se la casa contiene ancora oggetti del “tempo”, si può ancora avere parte di uno spaccato di vita “vissuta”.
    Mobili frugali, armadi a sole due ante ma con la disponibilità di una cassapanca in cui la sposa che arrivava o la figlia che andava sposa riponeva la sua dote, ma tutto ridotto al minimo funzionale necessario.
    Niente lavatrice, niente frigorifero ma in cantina o nel posto ben ventilato della casa una “moscarola” per conservare per un tempo limitato e preservare da mosche, insetti e ..topi il cibo non consumato al pasto precedente. Una sola lampada elettrica di poche “candele” per ciascuna stanza…
    Niente asciugacapelli. Il rasoio elettrico Philips che hai illustrato è della prima generazione..
    Sapone fatto in casa…acquisto quotidiano di alimentari, in prevalenza pane, molto pane, al “casolin” a pochi passi dall’abitazione, pochi soldi mossi e magari la spesa riportata a sommarsi nel libro dei crediti.crediti.
    Una vita (spesso) di sussistenza col ritrovarsi ad una alimentazione povera di “companatico” con prodotti coltivati e raccolti in proprio, con conserve e sottoaceti preparati con legumi propri e con aceto fatto in casa (ne ho memoria…el paron de l’azedo)…con pollame ( per ricavarne carne ed uova) e conigli cresciuti a consumo famigliare.

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