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cultura e società

Nasce l’industria


Come abbiamo già visto, nel secolo XVIII Schio è diventata il polo manifatturiero nella repubblica Veneta. La sua produzione è molto superiore a quella delle più importanti città venete, a fine settecento, nella produzione della lana, Schio occupava ben 30.000 persone contro le 18.000 di Padova.

Opificio Folco 1798 Schio.jpg

La produzione si basava ancora su vecchie tecniche artigianali (vedi in appendice a questo articolo) e ancora non aveva fatto il salto ad una moderna produzione di tipo industriale.

Era una produzione diffusa, il lavoro a domicilio  investiva un’area molto vasta che andava dalle contrade montane del Tretto e si spingeva fino all’alta valle dell’Astico e fino a Breganze. A Schio erano concentrate le lavorazioni di maggiore qualità e quelle che richiedevano l’uso di macchinari più sofisticati.

Erano fabbriche i palazzi di oggi

Opificio Garbin 1810.jpg

Mappa delle proprietà pertinenti all’opificio Garbin nel 1810. Con il n. I è l’edificio che ora ospita il municipio, l’attuale piazza Statuto era un cortile chiuso su tutti i lati

Questa produzione di massa e la conquista di mercati sempre più lontani, che andavano dall’Austria ad Alessandria d’Egitto e Costantinopoli, avevano generato un tessuto di imprenditorialità diffusa e l’accumularsi di ricchezze in mano ad alcune famiglie; è così che nascono alcuni dei più bei palazzi scledensi, come palazzo Garbin (ora municipio) e palazzo Fogazzaro (ora sede di mostre).

Allestimento mostra fotografica a Palazzo Fogazzaro

Palazzo Fogazzaro un tempo sede dell’omonimo opificio

Il ruolo dei mercanti

Come avviene il passaggio da artigianato a industria a Schio?

Premesso che non avviene tutto d’un tratto, il catalizzatore fondamentale per questa trasformazione sono i mercanti. In una produzione diffusa e dispersa è il mercante che assicura sbocco al prodotto, conosce le esigenze dell’acquirente e così riesce a indirizzare la produzione verso i prodotti più smerciabili. Ben presto sono i mercanti che si incaricano di suddividere la lavorazione tra diversi artigiani, trasportano i semilavorati da una bottega all’altra e coordinano il flusso di lavoro.

Di conseguenza sono loro che si trovano in posizione privilegiata quando diventerà chiaro che il futuro sta nella concentrazione produttiva di tutte le lavorazioni (o quasi) in un unico ambiente.

Però il passaggio tra settecento e ottocento fu piuttosto traumatico e avrebbe potuto risultare fatale per le sorti dell’industria scledense.

La crisi della Repubblica

La tegola che si abbatte sull’industria scledense è una crisi istituzionale senza precedenti. Si sapeva che la Repubblica veneta era in crisi, era stata anticipata dalla chiusura di conventi e ordini religiosi che non fossero in grado di mantenersi, come i Gerolimini sul monte Summano, tuttavia non si poteva pensare che la grande repubblica cadesse all’improvviso dopo secoli di vita. Eppure così avvenne, e la caduta fu abbastanza veloce e senza grandi contrasti.

Finde della repubblica Venezia.jpg

  • 1797 finisce la Repubblica Veneta e arrivano i francesi di Napoleone. Entrano a Vicenza il 27 aprile 1797 e organizzano il territorio in dipartimenti.
  • Il Veneto viene ceduto all’Austria. Il 28 gennaio 1798 a Vicenza arrivano gli austriaci e il Veneto viene diviso in sette province.
  • La rivalità tra francesi e austriaci non cessano e nel 1805, dopo la battaglia di Caldiero, il Veneto torna sotto la dominazione francese e dalle province si passò nuovamente ai dipartimenti.
  • Il 5 novembre 1813 gli austriaci tornano nuovamente a Vicenza e danno una stabilità politica che durerà alcuni decenni fino al 1866. La vecchia Repubblica Veneta che era durata secoli ed era un’oasi di stabilità in un’Italia di continui cambiamenti è scomparsa.

Nuove condizioni

Rivoluzione francese.jpgQuesti cambiamenti mutano le condizioni in cui si sviluppa l’industria. Il vento della rivoluzione francese, portato da Napoleone, introduce una ventata di novità:

  • l’abolizione delle corporazioni
  • nuove infrastrutture dovute allo “impulso alle strade da comune a comune, da provincia a provincia
  • caddero i dazi che tuttavia si sovrapponevano nonché tra il Veneto e le altre parti d’Italia, tra provincia  e provincia … anzi tra un punto e l’altro della provincia stessa
  • aboliti i diritti di barriera sulle strade
  • tutelati gli “autori d’invenzioni o scoperte
  • date normative “per le fabbriche malate e scomode
  • e per finire un “premio di 100 napoleoni d’oro … a chi facesse constatare d’avere nelle manifatture ottenuto buoni risultati” (13)

Se i francesi promuovevano l’industria, al contrario il ritorno degli austriaci la penalizzò reintroducendo le barriere doganali interne, ma soprattutto vennero introdotte tasse per l’esportazione verso l’impero Austro-Ungarico, mentre le merci prodotte entro l’impero venivano fortemente avvantaggiate: il Veneto si riempì di panni prodotti in Boemia e Moravia che, pur di minore qualità, costavano meno (14).

Ribellione

rivolta contadina.jpgSi aggiunga un’ultima notizia importante prima di trarre le conclusioni. Nel 1809 in pieno dominio francese vi fu un’insorgenza ovvero una ribellione delle masse contadine che esplose quando venne introdotta la tassa sul macinato. Da Malo la rivolta investì Schio, vennero prese d’assalto la gendarmeria e gli uffici pubblici, le carte pubbliche vennero portate in strada e bruciate e, con l’occasione, vennero prese di mira anche le famiglie più facoltose e così vennero assaltate le case e le fabbriche dei Bologna, le abitazioni dei Sanson, Reghellini, Dalla Piazza, Fachin, Vigna e Garbin (15).

Stallo

Il risultato di tutti questi rivolgimenti fu una profonda crisi produttiva. I possidenti distolsero i propri beni dall’industria dato che rendeva poco e investirono nell’agricoltura. Le fabbriche erano in crisi e la produzione languì, molti lavoranti a domicilio persero il reddito dell’industria e si mantennero a stento coi prodotti della terra.

Una relazione del 1816 del Cancelliere del Censo, austriaco, elenca le cifre della crisi nel distretto di Schio:

  • 549 invalidi
  • 298 pellagrosi in terzo stadio
  • 304 cronici
  • 3.986 giornalieri mancanti del lavoro, fatto prima inusitato (16).

Poteva sembrare la fine della storia della manifattura locale, per uscirne bisognava intraprendere la strada dell’industria, abbandonando il pur sapiente e scaltro artigianato.

Due stranieri

All’interno di un ceto industriale frastornato e forse un po’ impaurito vi erano tuttavia due vistose novità che apportarono aria nuova nel ceto industriale scledense:

  • Pietro Maria Goutt
  • Francesco Rossi

Il primo era un francese, proveniente da Violay, dipartimento della Loira (Francia). Giunse a Schio nel 1799, acquistò terreni a Magré e comiciò ad acquisire opifici e attività laniere. Nel 1804 comprò l’attività di tessitura dai fratelli Dal Molin, nel 1809 acquistò l’opificio della famiglia Piazza che gestiva l’attività di Lodovico Baretta e di Girolamo Barettoni. Purtroppo l’iniziativa del Goutt non era sostenuta da adeguati mezzi finanziari, egli dovette andare a prestito e, complice la crisi sopravvenuta con gli austriaci, fu avvolto da una spirale di debiti, dalla quale uscì vendendo la propria attività proprio a Francesco Rossi (17).

Francesco Rossi

Era nato a Sovizzo, ma il padre Giovanni Maria proveniva da Lusiana e la madre da Gallio. Sposando  Teresa Beretta entrò nel nucleo delle famiglie industriali scledensi. Padre del più famoso Alessandro, il suo dinamismo fu in controtendenza rispetto alla prudenza diffusa agli inizi del XIX secolo.

Le sue intuizioni si rivelarono decisive per il successo, riassumiamole:

  • meccanizzazione
  • massicci finanziamenti nell’attività produttiva

La due cose andavano assieme: le macchine costavano tantissimo, ma i benefici che avrebbero generato avrebbe ripagato l’investimento, questa la convinzione del Rossi. Occorreva dunque risolvere il problema del finanziamento. Diversamente dal Goutt, non cercò credito, ma costruì società con altri possidenti.

Proprietà Pasini-Rossi 1810.jpg

Le proprietà di Eleonoro Pasini e Francesco Rossi nel 1810

  • 1809 Costruì una prima società, la Bologna-Rossi, e nel 1811 vengono acquistati macchinari per ben 14.000 lire (quasi un quarto del capitale sociale assommante a 66.000 lire).
  • 1816 Francesco Rossi rileva la quota del Bologna nella società.
  • 1817 entra in società con Eleonoro Pasini e fonda la Rossi-Pasini. Il primo costante pensiero è quello di meccanizzare la filatura, collo di bottiglia della produzione. Investì ben 10.000 lire in nuove macchine. Acquistò, primo nel Veneto, “una macchina da cardare ed altra a far cannelle, un molino a filare grosso, e quattro in sottile” di proprietà della ditta Gelmi e Borrio di Gandino, macchine che provenivano dal Belgio, ma che erano rimaste inoperose.
  • 1818 acquista gli immobili e le attrezzature che il Goutt è costretto a vendere a causa dei debiti accumulati.
  • 1818 il 15 settembre nasce la Francesco Rossi & C. società in nome collettivo che coinvolgeva il Pasini.

Un investimento in controtendenza

Non si può non notare il dinamismo di Francesco Rossi che in 10 anni si rivela il più dinamico imprenditore scledense, agisce in contro tendenza e compra laddove gli altri vendono, investe nell’industria quando gli altri tendono a rifugiarsi prudentemente nelle campagne. Tuttavia non compie passi avventati, coinvolge le altre famiglie per assicurare solidità finanziaria all’impresa. Non è un caso se la Francesco Rossi & C. nasce con un capitale di ben 100.000 lire (18).

Proprietà Francesco Rossi 1840

Le proprietà del lanificio di Francesco Rossi in via Sareo nel 1840

Ecco alcune tappe dell’impresa di Francesco Rossi.

  • Continuano gli investimenti, alle 10.000 lire del 1817 si aggiunge un altro importante investimento di 12.435 lire nel 1819.
  • Nello stesso anno il lavoro cresce ed è necessario introdurre il lavoro notturno.
  • Dal 1818 al 1825 i lavoranti passano da 58 a 160.
  • Non viene ancora superato il lavoro sparso dato che dei 58 lavoranti del 1818 ben 40 erano a domicilio. Ma questo anche perché il filatoio meccanico, azionato dall’acqua della roggia, dimezzava i lavoranti. Si pensi che servivano ben 10-20 filatori per ogni singolo tessitore, ma con il filatoio meccanico ne bastarono 4-5.
  • Nel 1819 viene ampliato lo stabilimento di Sareo, posto lungo la roggia.
  • Fu costante l’attenzione per i nuovi macchinari introdotti all’estero e pronta l’immissione nel processo produttivo.
  • Nel 1839 Eleonoro Pasini si ritira dalla società lasciando il Rossi a proseguire l’attività.
Fabbrica Francesco Rossi 1849

Via Sareo nel 1840 in corrispondenza della fabbrica di Francesco Rossi, prima che venisse costruita la Fabbrica alta

Un quadro sconsolante

Se guardiamo però all’insieme del panorama industriale scledense il quadro è sconsolante. La politica dell’Impero Austro-ungarico penalizzava fortemente i prodotti veneti. La conseguenza fu la diminuzione di fabbriche e di imprenditori e una grave crisi produttiva. Dagli inizi della dominazione austriaca al 1844 la produzione scledense era scesa da 25.000 a 9.000 pezze. Tra gli industriali scledensi resistevano il Rossi e il Garbin.

Occorreva puntare a un’industria moderna, liberarsi definitivamente dal vecchio modo di produrre, sostenuto da una politica di dazi, e puntare decisamente a battere la concorrenza vincendo la battaglia dei prezzi. In questo, Francesco Rossi era lungimirante.

Nel passaggio tra artigianato e industria Schio aveva un unico vantaggio: le possibilità di spingere a una decisiva meccanizzazione erano favorite dalla presenza di una fonte perenne di energia (prima che si potesse utilizzare il vapore): la roggia.

Qui torniamo all’inizio del racconto e qui ci fermiamo.

Partendo da questa crisi, verso la metà dell’ottocento, a Schio nascerà l’industria moderna ma per fare questo passo erano necessari due fattori fondamentali:

  • concentrare tutte le lavorazioni in un unico luogo o edificio
  • una politica favorevole all’industria

La prima condizione si ebbe con la costruzione della Fabbrica Alta nel 1862, la seconda avvenne quando gli austriaci se ne andarono (1866) e il Veneto passò sotto il Regno d’Italia. L’artefice del cambiamento sarebbe stato il figlio di Francesco, Alessandro, che avrebbe portato il lanificio a livello di eccellenza nel mercato europeo.

 

Puntate precedenti:


NOTE

(12) Limitandosi alle principali, all’inizio del settecento vengono citate le seguenti famiglie. I Titoni, i Pasini con “mercanzie in Schio e Magrè”, i Nicoletti con proprietà a Giavenale, Antonio da Bianco “centurione della milizia dell’Ordinanze” e anche mercante di panni, i Gualtieri che “fa bene i fatti suoi in mercanzia di panni e sete”, i Zaffonato venuti dal Tretto, i Conforti provenienti da Falgare, i Donadelli provenienti da Vicenza, Matteo Baretta detto Mattiella. Le frasi citate si trovano in una relazione del Pozzolo citata nel libro Schio e Alessandro Rossi vol I pag 90 e seguenti.

(13) Da una lettera di Fedele Lampertico ad Alessandro Rossi del 1869 riportata nel volume Schio e Alessandro Rossi pag. 151.

(14) Schio e Alessandro Rossi pag. 165.

(15) Schio e Alessandro Rossi pag. 154.

(16) Mantese, Storia di Schio, pag. 502.

(17) Schio e Alessandro Rossi pag. 173.

(18) Le notizie si trovano nel solito Schio e Alessandro Rossi pag. 175 e seguenti.

Mappe e incisioni di questo articolo sono prese dal testo AAVV, Schio e Alessandro Rossi, volume II


APPENDICE

Artigianato e industria

In che cosa differiscono i due termini, qual è la differenza tra una produzione manifatturiera di stampo artigianale e una più propriamente industriale come quella che è maturata in Inghilterra durante il settecento e sta cominciando a diffondersi negli altri paesi europei nel secolo successivo?

Si possono valutare diversi aspetti, ma forse il più interessante è il rapporto tra macchina e lavoro.

Dietro questa apparentemente semplice definizione vi è però un mondo nuovo. Il mondo dominato dall’industria è profondamente diverso da quello settecentesco dominato dal lavoro artigianale.

 

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2 commenti su “Nasce l’industria

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