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La pietra e la terra


Risale all’epoca romana l’attività estrattiva nell’alto vicentino dato che monete di età augustea vennero trovate in prossimità dei siti estrattivi. Sicuramente l’estrazione di metalli è presente anche in epoca precedente e, dai reperti presenti nel Museo Archeologico di Santorso, è attestata al IV sec aC.

Vi sono documenti che testimoniano la presenza di un forno fusorio a Forni di Valdastico nel 1282 e la vendita di ferro all’Arsenale di Venezia nel 1332. Tutto fa pensare però a piccole quantità e a lavorazioni marginali.

Nello stesso periodo si ha notizia di estrazione di argento tra il XII e il XIII secolo, ma le notizie sono poche e frammentarie.

300 minatori tedeschi

Fu nel 1430 che per la prima volta vennero nominate delle miniere d’argento nella zona del Tretto, con la presenza di 300 minatori “tedeschi”. Non si sa se si trattasse di una semplice ricerca o l’inizio dello sfruttamento minerario vero e proprio perché per decenni non se ne seppe più nulla.

Opera_Ipogea_minatore.jpg

Tra quattro e cinquecento, dal 1460 al 1530 in Europa centrale vi fu un vero e proprio boom nella produzione mineraria: in Germania, Tirolo, Slovacchia erano situati i principali centri estrattivi.

Il boom contagiò l’alto vicentino e qui comparvero di nuovo i minatori tedeschi assieme a quelli lombardi e, naturalmente, veneti.

  • Nel 1490 si segnala l’estrazione di argento e piombo a Torrebelvicino
  • Nel 1502 si segnala attività estrattiva nell’altopiano del Tretto
  • Nel 1504 si costituisce a Schio una compagnia che lavora in tutta la fascia prealpina tra il Brenta e l’Adige
  • All’inizio del XVI secolo entrano in campo alcune grandi famiglie veneziane come i Grimani e i Donà e l’estrazione raggiunge l’area di Recoaro nella valle dell’Agno.
Agricola attrezzi da minatore.jpg

Corsa all’argento

Nel settore operavano grandi compagnie con personale salariato, ma accanto a questi vi era una un’estrazione diffusa. Attirati dal mito del materiale prezioso cominciò una corsa all’argento che vide il formarsi di grandi miniere con salariati, ma anche piccole cavità scavate da una sola famiglia (1). Tutti vedevano nel prezioso minerale il sogno di un riscatto economico.

Se l’estrazione avveniva prevalentemente sui pendii, la lavorazione dei minerali aveva bisogno dell’acqua e questa era situata lungo il torrente Leogra, a Torrebelvicino. Qui troviamo maestri fonditori come quel Christian Hemer da Schwaz (Tirolo) segnalato nei primi decenni del cinquecento.

Il lavoro in miniera

Non era ancora diffusa la polvere da sparo e come si poteva allora ricavare cunicoli entro la montagna? Si scavava a mano utilizzando cunei, punteruoli e mazze con un lavoro lento e faticoso. Non stupisce che le gallerie fossero strette e basse appena utili per il passaggio di persone e materiale, salvo poi allargarsi dove la vena si ingrossava. In questa “ricerca della vena” le gallerie diventavano veri e propri labirinti con diramazioni e allargamenti improvvisi e poi abbandonati per poi prendere vie tortuose poco sopra o poco sotto.

Ecco come veniva rappresentata nel 1681 la miniera detta “Pozzo di San Patrizio” non lontana dal S. Maria del Pornaro, al Tretto.

Pozzo San Patrizio pianta 1681.jpg

Ed ecco come è stata rilevata oggi.

pozzo san patrizio pianta

“Straordinaria purezza”

Con queste parole viene giudicato l’argento estratto dalle miniere locali. A dirlo non è una persona qualunque, ma quella che veniva considerata un’autorità in materia: quel Vannoccio Biringuccio, metallurgista senese, che venne in sopralluogo nella Repubblica Veneta e in particolare a Schio.

Nasce allora un mito, la presenza di un’argento così puro da meritare ripetuti tentativi, nei secoli, di escavazione. Ahimé la vena sembrava però esaurita, aveva toccato un massimo di 6-700 kg/anno nel primo cinquecento per ridursi progressivamente finché, nel 1529, si era ridotta a una frazione della produzione degli anni d’oro e, a metà secolo, era un puro fatto rurale, senza destare nessun interesse da parte della Repubblica.

Bontà divina ha concesso a questo glorioso Stato le montagne tute d’arzento più grosse e copiose … che rendeva stupore a tuta la Alemagna” ma”ogni anno va declinando la intrada e par che le vene de l’arzento siano smarite e che più non li sia in dite montagne alcuna cossa bona

Così scriveva il Grimani già nel 1527 e dai resoconti di fine secolo (1594 Relazione del Vicario Generale alle miniere Filippo De Zorzi) al Tretto erano aperte

  • 23 miniere d’argento
  • 4 di ferro
  • 4 di piombo
  • 2 di vetriolo

ma erano inattive, la maggior parte “otturate e sepolte, et gli edifici fabricati per tal lavoro tuti guasti“.

Il mito

Eppure il mito è ancora forte tanto che, esaltato dalle incredibili scoperte del Nuovo Mondo, dove esploratori si perdevano nella giungla a cercare l’Eldorado, la presunta città dai tetti d’oro, anche nel vicentino sorse il mito di una terra dell’oro.

Tanto che, in una mappa disegnata da Filippo Pigafetta nel 1580-85, si segnala una miniera d’oro tra Recoaro e San Chierico (oggi Quirico). Purtroppo quella miniera non è mai stata trovata e probabilmente appartiene al mito.

Miniere 1580.jpg

Nell’alto vicentino si estraeva non solo minerale, ma anche terra, come vedremo la prossima volta.

 


Per chi fosse interessato ad approfondire è utile visitare


NOTE

(1) Vedi lo scritto di GL Fontana e R Vergani, Dall’argento al caolino: l’industria mineraria vicentina dal XV al XX secolo, in AAVV, L’argento e le terre bianche del Tretto e della Val Leogra, atti della giornata di studio del 15 aprile 2000 a cura di Pietro Frizzo. Vedi in particolare pag. 79 e seguenti.

Vedi anche la rivista Opera Ipogea anno 2003 n. 1 dedicata a Le miniere d’argento del Tretto a cura di Livio Ferialdi e Maria Luisa Perissinotto. La rivista è liberamente consultabile qui: Le miniere di argento del Tretto (VI) – Opera Ipogeawww.operaipogea.it/wp-content/uploads/2017/…/Opera_Ipogea_2003_1_ocr_web.pd…

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2 commenti su “La pietra e la terra

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