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Il Summano non è un vulcano


Una strana richiesta

Alcuni anni fa fui contattato via posta elettronica da un tale, che mi proponeva di essere coinvolto nella realizzazione di un video con argomento la presenza incombente sulla pianura vicentina del vulcano dal nome di Monte Summano. Gli spiegai che stava prendendo un abbaglio – del resto non era la prima volta che sentivo tale falsa credenza – il monte in questione non ha nulla a che fare coi vulcani se non la forma conica, che risulta però solo nella prospettiva da sud, cioè dalla pianura.

Se lo si osserva da est oppure da ovest, la forma conica svanisce e il Summano appare la parte più elevata (1296 m sul livello del mare) di una lunga cresta rocciosa (M. Elbele, Soglio del Brospile, Tre Rocchette, M. Brazome, M. Giove), che lo collega al Monte Priaforà, facente parte del massiccio del Novegno. 

Anche l’insellatura che sdoppia la cima del monte  può rassomigliare ad una depressione craterica, ma di fatto non lo è. Trattandosi di un rilievo formato da rocce carbonatiche(dolomie di età Triassica e calcari di età Giurassica), la depressione non è altro che una forma carsica superficiale, cioè il relitto di una grande dolina che l’erosione ha aperto verso meridione.

Il monte Summano visto da sud dove si evidenzia la forma conica e la tipica cima a due punte

15 milioni di anni fa

Come si è dunque formato il Monte Summano?

Esso fa parte della struttura geologica frontale delle Prealpi Venete, che segna la transizione tra la catena delle Alpi meridionali orientali e la pianura veneto-friulana. La catena si è sollevata in tempi geologicamente recenti (negli ultimi 15 milioni di anni circa) tramite l’attività di faglie inverse. Queste sono delle grandi fratture inclinate (nella fattispecie verso nord-nordovest) che penetrano nella crosta per parecchi chilometri (oltre i dieci) di profondità. Il blocco di rocce che sta sopra il piano inclinato della faglia si chiama tetto, mentre il blocco che sta sotto si chiama letto. Dunque, nel caso delle faglie inverse il tetto si muove scivolando sopra il letto, ed è in questo modo che si realizza un sollevamento del blocco di tetto, mentre la sezione interessata si raccorcia.

L’effetto a tutti noto del movimento di una faglia è il terremoto.

Normalmente le faglie si propagano dal nucleo di una catena verso l’esterno ed è per questo che la parte attiva è quella frontale. Nel nostro caso, tutto il fronte di montagne che si affacciano sulla pianura da Schio al Friuli costituiscono la struttura frontale.

Sorgenti sismogenetiche

Infatti, tutta la fascia che fa da transizione tra le Prealpi e la pianura è attiva sismicamente. Vi sono state riconosciute una dozzina di sorgenti sismogenetiche (DISS v. 3.2.0), cioè di faglie attive, che nel passato hanno originato dei terremotidi una certa intensità (superiori a magnitudo 5,5, che in Italia è sopra la soglia oltre la quale si hanno danni e spesso anche vittime).

Procedendo dai nostri giorni all’indietro, possiamo ricordare i terremoti

  • di Gemona del Friuli (1976),
  • del Cansiglio (1936),
  • di Polcenigo (1873),
  • di Maniago (1776),
  • di Bassano-Cornuda (1695),
  • del Montello (1268).

Di questi si ha documentazione certa, mentre più in là nel tempo le testimonianze si fanno incerte, anche se la situazione geomorfologica e strutturale di altre sorgenti sismogenetiche fa propendere per un’attività nei secoli più remoti. Tra queste vi è la faglia Thiene-Bassano, responsabile del sollevamento della collina di Montecchio Precalcino.

In prossimità della faglia, comunemente il tetto si deforma a formare una piega con concavità rivolta verso il basso (anticlinale). Questo è quello che si osserva per esempio lungo la scarpata meridionale dell’altopiano dei Sette Comuni, e anche sul Summano. Gli strati delle rocce sedimentarie che formano gli altipiani sono stati piegati in modo da risultare via via più inclinati procedendo verso sud, cioè verso la faglia che affiora alla base della scarpata.

Il profilo delle Prealpi visto dalla pianura

Da Piovene Rocchette, specialmente d’inverno quando la vegetazione ha perso le foglie, si possono seguire gli strati rocciosi del margine dell’altopiano che dal M. Foraòro progressivamente si inclinano verso sud (verso l’Astico tra Camisino e Calvene).

La vecchia cava

Per quanto riguarda il Summano, il fenomeno si può osservare molto bene nella vecchia cava inattiva Le Sabbionare, sopra Santorso, dove la roccia della Dolomia Principale è molto fratturata.

Foto e sezione di Cava Sabbionare a Santorso

C’era il mare

Il monte Summano è dunque formato da rocce sedimentarie marine di età mesozoica (triassica  e giurassica), come gli altri rilievi adiacenti, il Novegno, il Pasubio, gli altopiani dei Sette Comuni e di Tonezza, il Grappa e così via.

In realtà, vi si possono ritrovare anche rocce vulcaniche a composizione basaltica più recenti delle rocce mesozoiche, entro le cui fratture si sono iniettati sotto forma di filoni nel Terziario (tra circa 65 e 35 milioni di anni di anni fa). Tuttavia questi corpi vulcanici sono piuttosto sottili e sporadici. Dove questi filoni di scura roccia basalticasono più spessi, solidificando nelle fratture della dolomia l’hanno trasformata in minerale traslucido di un bel colore verde acqua, la brucite.

Il marmo dolomitico bianco candido con sfumature verdognole aveva un suo mercato nella fabbricazione dei pavimenti policromi “alla palladiana”. Negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso sulle montagne vicentine erano state aperte delle cave, spesso in alto sui versanti in luoghi difficilmente accessibili, tanto che il materiale veniva calato a valle con teleferiche. Presso il passo della Borcola, su entrambi i versanti è ancora possibile osservare gli squarci dal magma di colore scuro iniettato nella dolomia di colore chiaro (vedi l’articolo Sentieri nel mondo senza di noi).

Erosione e collasso

Mentre la catena si solleva i processi erosivi tendono a spianarla. Questi processi agiscono più celermente dove le rocce sono più fratturate, cioè generalmente lungo piani di faglia (che possono essere anche verticali), mentre le zone di roccia più compatta resistono più a lungo. Non solo, anche la natura della roccia influenza la velocità dell’erosione. Le rocce carbonatiche (calcaree e dolomitiche) sono più resistenti, anche perché essendo solubili sviluppano il carsismo che tende ad allargare le fratture, le quali convogliano rapidamente in profondità le acque meteoriche. In tal modo i versanti privi di scorrimento superficiale resistono più a lungo. Se però i carbonati poggiano su rocce tenere, come nel caso in questione, dove rocce vulcaniche medio-triassiche molto alterate in argilla sottostanno alla formazione della Dolomia Principale, questi tendono a collassare sotto forma di frane di crollo, di ribaltamento e di espansione laterale. Il fenomeno è ben evidente sul versante destro della valle dell’Astico, tra il Priaforà e il Summano.

La frana del Brustolène è l’esempio più evidente, ma tutta la cresta mostra fenomeni di crollo nonché torrioni di roccia isolati in precario equilibrio.

L’ultima glaciazione

Nell’ultimo periodo glaciale, terminato circa 12.000 anni fa, il ghiacciaio della valle dell’Astico arrivava con la sua fronte sino alla chiesetta di Sant’Agata e infatti Cogollo del Cengio è in parte costruito sulle morene frontali.

L’antica chiesetta di S. Agata a Cogollo del Cengio

Se si osservano con attenzione i muri della chiesetta vi si possono trovare blocchi di porfido provenienti dalla Valsugana e trasportati sin lì dal flusso della lingua glaciale, che scavalcava la sella di Carbonare.

I muri della chiesetta di Sant’Agata sono formati prevalentemente di pietre calcaree e dolomitiche di colore chiaro, ma si possono vedere anche pietre di porfido di colore bruno provenienti dalla catena del Lagorai.

 Sul versante opposto della cresta, cioè nella conca del Tretto, il processo è più evoluto e i corsi d’acqua (Rio Val dei Molini, Rio Valle dell’Orco, Acquasaliente) hanno evacuato i detriti provocando il rapido svuotamento della conca e la costruzione del conoide su cui sorge Timonchio.  I detriti solidi sono depositati dai corsi d’acqua davanti alle strutture frontali della catena a formare la pianura, dapprima ghiaiosa, poi sabbiosa ed infine limoso-argillosa, cioè con granulometria decrescente da monte a valle.

Insomma, come tutte le montagne che le stanno attorno, il monte Summano è il risultato dei processi tettonici di sollevamento delle rocce prevalentemente sedimentarie delle Prealpi e dei processi erosivi (gravitativi, glaciali, fluviali), che sono controllati dalla natura e dalla compattezza delle rocce.

Dario Zampieri

Dario Zampieri è geologo, professore associato presso l’Università di Padova, Dipartimento di Geoscienze, vicepresidente e membro del comitato scientifico di ASPO Italia (https://www.aspoitalia.it/index.php). Oltre all’attività accademica, ha scritto numerosi articoli sui temi dell’energia, delle risorse e del cambiamento climatico. Partecipa alle attività di difesa del territorio e della popolazione vicentina dai numerosi rischi idrogeologici.

Del prof. Zampieri vedi anche: https://accogliamoleidee.wordpress.com/?s=Zampieri&submit=Cerca


Informazioni di natura geologica più estese si possono rinvenire nel volume:

Dal Lago A., Latella L.(editori). Il Monte SummanoMemorie del Museo Civico di Storia Naturale di Verona – 2. Serie. Monografie naturalistiche2, 2005.

In particolare negli articoli:

  • Mietto P., Zampieri D., Geologia. P. 9-26
  • Sauro U., Aspetti geomorfologici. P. 27-34

Riguardo alle sorgenti sismogenetiche si veda:

DISS Working Group (2015) – Database of Individual Seismogenic Sources (DISS), Version 3.2.0: A compilation of potential sources for earthquakes larger than M 5.5 in Italy and surrounding areas. http://diss.rm.ingv.it/diss/, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

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3 commenti su “Il Summano non è un vulcano

  1. valposina
    26 gennaio 2019

    Il monte Summano era creduto un vulcano anche per le grandi emissioni di (fumo) vapore (in alcune occasioni visibile anche dalla pianura), che fuoriesce in inverno dalle numerose cavità carsiche che si trovano in prossimità di Mardefaia e della cima del monte, condensa causata per effetto di escursioni termiche (entrata bassa di aria calda, uscita alta dove la temperatura fredda condensa l’aria calda e umida che fuoriesce). Probabilmente il monte Summano al suo interno, ha un notevole sistema carsico molto intricato e complesso, ma le varie sorgenti che zampillano alle sue falde fanno pensare a questo. Sul monte e intorno a Mardefaia, ho esplorato quattro cavità , alcune delle quali di discrete dimensioni. Alcune si sviluppano inizialmente da caverne militari per poi proseguire con cunicoli a carattere meandriforme, incrociando fratture e pozzi verticali di difficile esplorazione. Da tutte queste cavità, in inverno escono alte colonne di vapore che a volte lascia perplesso l’escursionista che vi passa nelle vicinanze. Anche nell’antichità, la sua forma, le sue grotte, la sua vegetazione, la sua posizione, ha fatto sì che fosse un monte speciale, abitato dall’uomo preistorico e frequentato per riti e culti da millenni.

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    • Anonimo
      26 gennaio 2019

      @valposina
      grazie per l’interessante integrazione al mio post. Non conoscevo l’esistenza di questo fenomeno di circolazione verticale dell’aria, tipico delle aree carsiche, anche nel M. Summano.
      Dario Z.

      Piace a 1 persona

  2. Roberto
    26 gennaio 2019

    Articolo molto interessante, come pure il commento di valposina

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Questa voce è stata pubblicata il 26 gennaio 2019 da in Ambiente territorio con tag , , , .
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