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Cànopi e smelzeri

Chi sa cosa sono i canopi? E gli smelzeri? I primi sono minatori esperti e i secondi i fonditori in grado di cuocere le pietre per ricavarne il prezioso metallo.

Tuttavia vi è una fase precedente allo scavo che ha sempre destato stupore e talvolta si è ammantata di magia, la prospezione (2). Ovvero l’indagine sul terreno per scoprire se sotto quei sassi, cespugli, tane di animali si celasse qualche ricchissima vena che avrebbe reso ricco il proprietario del terreno. Sull’abilità di taluni nell’individuare future miniere si sono descritte leggende che si ammantano di mito.

Frati e fuochi

Narra il Gorlin (1560)

“... venne al Tretto un certo frate tedesco, vestito di sacco, molto povero, unto, bisunto, con le scarpe stracciate … di statura assai grande… Il frate s’addimandava (chiamava) Barat o Bernard, altri dicono Zuane, altri Fra Grison… Diceva ch’era stato nell’arte della negromanzia istruito ...”. La sua abilità nel distinguere le vene argentifere viene così descritta “e li condusse fuori sopra il prato, e tirò intorno il suo bastone, e disse: propriamente qui sotto vi è molta vena che va così in circolo, come io ho dimostrato con il mio bastone ed è poco sotterra“. Non venne creduto “se non dopo che fu dipartito“.

Talvolta le vene venivano individuate tramite la manifestazione di eventi straordinari

la notte di S. Gio Batta per vedere fiorire la vena del Faeo si posero a sedere … e quando  fu mezza notte videro fiorire due volte la vena con vampe turchine, e nel medesimo tempo sentirono  tanto strepito che pareva volessero fracassare tutte quelle maniere,  onde atterriti si misero a fuggire”.

Ce li immaginiamo questi nostri antenati in attesa di una manifestazione delle forze della terra e, dopo che questa è avvenuta, spaventarsi e correre. Tutto quello che appartiene alla terra è mondo sconosciuto che appartiene ai morti ed è dominato da forze che non possiamo né dominare, né prevedere.

Dopo l’argento, il caolino

Finita l’epopea dell’argento alla metà del cinquecento, come abbiamo visto nello scorso articolo https://accogliamoleidee.wordpress.com/2019/01/19/la-pietra-e-la-terra/, sull’altopiano del Tretto rimangono una miriade di cunicoli e lì l’attività estrattiva prosegue.

Si scava qualcosa di meno prezioso dell’argento, una terra finissima chiamata “terra bianca” o “fioretta di Schio“. Ancora non prende il nome che le verrà attribuito successivamente: caolino. 

Il termine viene dalla Cina

Il termine caolino è l’occidentalizzazione di una parola cinese Gaoling 高岭 e significa colline alte, con riferimento alla regione presso Jingdezhen, nella provincia cinese  di Jiangxi dove fu scoperto nel XVIII secolo.

La fioretta è una terra bianca che si vende alle fabbriche di ceramica nel Veneto, in Romagna a Faenza e fino in Germania, ma il procedimento per estrarla è tutt’altro che semplice.

Lo scavo

La presenza delle gallerie scavate all’epoca della corsa all’argento, agevolò l’escavazione del caolino dato che spesso le due vene, dell’argento e del caolino, erano adiacenti. La necessità di evitare la dura roccia silicizzata provocò l’escavazione di cunicoli irregolari, spesso bassi e stretti, si procedeva a carponi e con andamento tortuoso.

L’attività ha carattere stagionale e vede la presenza di molti piccoli esercizi familiari. Lo scavo avviene nei mesi invernali tra novembre e marzo poi le gallerie vengono disarmate e i puntelli tolti. Nell’autunno successivo si trovavano completamente chiuse e allora si procedeva a destra o a sinistra del cunicolo in modo da passare un po’ alla volta tutta la base della massa caolinica e provocare una lenta discesa del materiale.

Tempo, molto tempo

Il caolino scavato si presenta misto a a sabbia quarzosa (45-55%). Viene accumulato all’aperto e vi resta per un anno o più in modo di aiutare la disgregazione del materiale. La separazione del materiale finissimo (il caolino) e le impurità (sabbia) avviene attraverso un’altra lavorazione: il lavaggio.

Questo sfrutta il principio che particelle di dimensione differente si depositano a velocità diverse. Prima il materiale grossolano e poi, via via, le particelle più fini si depositano per ultime. È così possibile separare le varie componenti e ottenere la terra finissima per la ceramica.

Immaginate un grande spiazzo con una moltitudine di tinozze di legno (da 25 a 70) della capacita oltre 2 mc. Le tinozze sono disposte in modo regolare: 5 disposte a cerchio e una in centro, la lavadòra. Si mette il materiale scavato nella lavadora per 1/5 dell’altezza e si riempie di acqua. L’impasto viene mescolato con vanghe finché l’acqua si intorbida: è il latte di caolino. Con dei recipienti di rame il latte viene trasferito in una tinozza laterale. Un po’ di sabbia si deposita e il latte viene trasferito in un’altra tinozza piena d’acqua. Nel frattempo la lavadòra viene riempita di nuovo e si procede a formare il latto lasciar depostare la sabbia e trasferire il latte da un tino all’altro per ben 14-15 volte. Alla fine e continuando sempre con nuova terra i tini si riempiono un po’ alla volta di caolino. Si lascia evaporare l’acqua finche il caolino può essere tagliato a fette ed abili operai gli danno una forma tondeggiante.

Lavaggio del caolino, il lavoratore sta travasando il “latte di caolino” da una vasca all’altra con la tinozza di rame

A questo punto i pani vanno essiccati in tettoie aperte all’aria, ma coperte da un tetto.

Gli essiccatoi del Tretto sono costruzioni caratteristiche: delle tettoie strette e lunghe con colonne tonde e molti ripiani.

Una volta essiccati si possono vendere. Per fare le porcellane di Venezia, fabbrica Vezzi, per esempio; oppure, assieme alla terra dell’Isola d’Elba e al quarzo di Serravezza entra nella composizione della pasta con cui il Ginori ottiene il privilegio per la manifattura di Doccia. Il caolino del Tretto è stato strategico per il decollo delle fabbriche di ceramica di Nove e Bassano.

Porcellana Vezzi, Venezia, 1720-1727

Come si comprende la lavorazione è estremamente artigianale, lenta, i fabbricanti sono lavoratori individuali con meccanizzazione nulla e grande impiego di lavoro. Ancora nell’ottocento la lavorazione del caolino era caratterizzata dai lenti ritmi delle lavorazioni artigianali che si ripetevano uguali da secoli.

Il declino dell’estrazione artigianale

A metà dell’ottocento il distretto scledense (Torrebelvicino e Tretto) conta 43 cave di caolino e produce ogni anno 2 milioni di libbre metriche (907 tonnellate), il tutto impiegando 200 lavoratori in inverno e 150 d’estate.

Negli anni ’80 dell’ottocento la produzione è salita a 4.000 tonnellate con l’impiego di 150 addetti.

Negli anni ’90 dell’ottocento gli addetti sono 170 e la produzione annua ammonta a 3.500 tonnellate, le cave di caolino sono così distribuite

  • Schio 6 cave
  • Santorso 5 cave
  • Tretto 29 cave

La crisi è dietro l’angolo e le cause oggi sono note: la frammentazione delle ditte non permetteva accumulo di capitale e investimenti per cui le lente tecniche artigianali mantenevano la loro inerzia in un mondo che si stava industrializzando. L’efficienza delle lavorazioni è incerta e il prodotto non è omogeneo come vorrebbe l’industria della ceramica e così a cavallo tra XIX e XX secolo l’invenduto raggiunge le 10.000 tonnellate (praticamente 2-3 anni di lavoro). Nel 1911 il prezzo del caolino ha un crollo da 7,5 lire al quintale precipita a 2 lire. L’esportazione si azzera, ma per fortuna è compensata da un aumento della domanda nazionale.

Eppure, anche in questa crisi, il caolino vicentino copre quasi la metà della produzione italiana. (3)

Caolino Panciera

È a questo punto che si inserisce l’opera di una famiglia che era presente in zona fin dai tempi di Domenico Panciera (1812-1893).

Agli inizi del novecento la situazione economica impone gli esercenti di miniere a unirsi. Nel 1906 viene costituito un consorzio che unisce i 22 superstiti proprietari di miniere. Lo scopo dichiarato è di introdurre “criteri unitari e impianti moderni nello scavo, nel trasporto e nella lavorazione della materia prima e nello smercio del prodotto“. Nel 1908 nasce la società Caolino Panciera &C.

All’inizio l’attività si concentra nei due nuclei di Santorso (tra il torrente e la strada che porta al Tretto) e di Pozzani di Sotto. La società ha il vantaggio di ottenere capitali dalla borghesia scledense e li usa per introdurre una modernizzazione della produzione. La Caolino Panciera si lancia in una politica di acquisizione di tutte le altre attività estrattive.

Planimetria di Contrà Pozzani al Tretto, sita a ridosso di cave di caolino e un tempo abitata da operai che lavoravano nell’industria del caolino

Nel 1930 delle 16 cave che si concentrano tra Pozzani di sopra e Pozzani di sotto 13 appartengono alla Caolino Panciera, due appartengono a Giuseppe Barettoni. In località Maglio le tre cave a destra e sinistra del torrente Acquasaliente sono sempre di Panciera e anche le due in località Ruari. Il panorama si completa con due cave nella valle dell’Orco di proprietà di Domenico Pupin e una posseduta da Anna Santacaterina.

Contrada Pozzani al Tretto

La nuova società deve migliorare la produzione aumentando la velocità della lavorazione e l’omogeneità dei materiali. La prima meccanizzazione supera la fase del lavaggio e il caolino viene separato dalla sabbia tramite filtri. Non è del tutto semplice, bisogna far passare il latte di caolino attraverso una serie di filtri in successione. La macchina è azionata da una turbina da 25 HP. Consiste in

  • uno sfangatore che spappola il caolino
  • vasche sabbiatrici dove si deposita la sabbia grossolana
  • un labirinto a 4 corsie dove si deposita la sabbia più fine
  • 4 vasche dove si deposita l’ultima sabbietta e poi il caolino
  • a valle della macchina la poltiglia viene pressata contro dei filtri di stoffa che fanno passare l’acqua trattenendo la polvere di caolino.

A questo punto bastava aprire i filtri e i pani sono già pronti per essere messi ad essiccare. Il vantaggio è enorme la lavorazione che un tempo richiedeva 3 mesi ora è completata in 3-4 giorni

Non è l’unica innovazione introdotta dalla nuova fabbrica, ma certo una delle più significative. Ad essa si aggiungono filtri ad aria, macine per ottenere un materiale più fine, nuove vasche in cotto poroso in sostituzione delle antiche tinozze di legno, …

Sullo sfondo le classiche tettoie a colonne tonde e i cumuli di materiale estratti

Dopo la pausa della prima guerra la produzione vicentina sale a 5.493 tonnellate (1925). Nuovi impianti vengono istallati ai Pozzani. L’industria caolinifera vicentina è sempre importante e pesa per circa la metà della produzione nazionale. All’interno dell’industria vicentina il peso della società Caolino Panciera oscilla tra il 75% e l’80%.

Nonostante i miglioramenti tecnici i problemi di mercato impediscono l’espansione e il rischio di invenduto si ripresenta più volte. Sotto il fascismo l’esportazione diventa difficile a causa delle sanzioni internazionali e la ditta apre nuovi mercati vendendo il caolino non solo alle industrie ceramiche, ma anche come componente dei candeggi e degli appretti.

Nel 1936 al Tretto su 18 cave, 17 appartengono alla ditta Panciera.

Nel secondo dopoguerra la presenza della Panciera si estende a Torrebelvicino con due concessioni localizzate in val dei Mercanti. Allora i dipendenti della Caolino Panciera ammontavano a 250 unità. Dopo gli anni sessanta del novecento la ditta entra in crisi e negli anni ’80 la famiglia Panciera uscirà dalla società.

È la fine di una tradizione che era durata secoli.

Un museo

Per chi fosse interessato esiste un museo che raccoglie informazioni e macchine dell’industria caolinifera. Si chiama Museo geomineralogico e del caolino, ed è ospitato presso la ex Caserma Cella in via Pasubio a Schio. È aperto il sabato pomeriggio e l’ingresso è gratuito. Propone visite guidate e anche uscite sul campo per imparare a conoscere minerali pietre e terre.

Interno del Museo geomineralogico di Schio che ha un’ampia sezione dedicata al caolino

La sua visita è così interessante che ne parleremo in un prossimo articolo.

La prima parte di questo articolo può essere letta qui: https://accogliamoleidee.wordpress.com/2019/01/19/la-pietra-e-la-terra/


Note

(2) I prospettori sapevano riconoscere la presenza di materiale prezioso o utile da pochi indizi in superficie. Questi tecnici erano in grado di cogliere ogni minimo indizio della presenza di materiale prezioso. Sapevano distinguere “il sapore della miniera et del solfore” delle acque, le zone di alterazione con “grandi fumosità azzurre ed ardenti“. Spesso venivano dal Tirolo o dalla Germania.

(3) Vedi GL Fontana e R Vergani, Dall’argento al caolino: l’industria mineraria vicentina dal XV al XX secolo, cit. pag. 84 e seguenti.

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